H.J.M.Nouwen
IL DONO DEL COMPIMENTO ![]()
meditazione su come morire e aiutare a morire
quinta edizione
Editrice Queriniana
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Ringraziamenti |
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Prologo: Farsi amica la morte. |
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| Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza | |
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Parte prima Morire bene |
Parte seconda Aver cura degli altri |
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Vicino al cuore. |
Al cuore della nostra umanità |
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1.Siamo figli di Dio |
4. Sei un figlio di Dio |
| 5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri | |
| 6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno | |
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Scegliere una buona morte |
La scelta di aver cura degli altri |
| Conclusione: la grazia della risurrezione | |
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Epilogo: La morte: una perdita e un dono |
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parte prima
MORIRE BENE
Vicino al cuore
Quando siamo bambini abbiamo bisogno di genitori, insegnanti e amici che c'insegnino il significato della nostra vita. Una volta cresciuti, camminiamo con le nostre gambe; allora diventiamo noi stessi la fonte principale della conoscenza e ciò che diciamo agli altri sulla vita e sulla morte deve scaturire da ciò che è veramente nostro. Grandi pensatori e grandi santi hanno scritto e parlato del morire e della morte, ma quelle parole rimangono unicamente loro. Io devo trovare le mie proprie parole, affinché ciò che dico venga dal profondo della mia esperienza. Quantunque molte persone abbiano influenzato tale esperienza, nessun altro l'ha vissuta: in questo sta il suo potere, ma anche la sua debolezza. Devo avere fiducia che la mia esperienza della mortalità mi dia parole che possano parlare a coloro che lottano per dare significato alla propria vita e alla propria morte; devo anche accettare che molti non siano in grado di accogliere quello che ho da dire, semplicemente perché non possono vedere quello che ho da dire, semplicemente perché non possono vedere il nesso tra la loro vita e la mia.
Nei primi tre capitoli di questo libro parlerò del morire bene. Scandaglierò nelle fibre più intime del mio essere ciò che significa che noi esseri umani siamo figli di Dio, fratelli e sorelle ciascuno dell'altro e padri e madri delle generazioni che verranno.
Starò vicino al mio stesso cuore, ascoltando attentamente ciò che ho udito e sentito. Starò anche vicino al cuore di quelli che con le loro gioie e le loro pene mi toccano in questo periodo della mia vita. Più di tutto, starò vicino al cuore di Gesù, la cui vita e la cui morte sono la fonte essenziale per comprendere e vivere la mia vita e la mia morte.
1. Siamo figli di Dio
Quando ho compiuto sessant'anni la comunità di Daybreak ha dato per me una grande festa. Più di cento persone si sono riunite per festeggiarmi. John Bloss era lì, sempre ansioso di avere un ruolo da protagonista. John è pieno di buoni pensieri, ma il suo handicap gli rende penosamente difficile esprimere in parole questi pensieri; e tuttavia egli ama parlare, specialmente quando ha un uditorio interessato.
Eravamo tutti seduti in un grande cerchio e Joe, che fungeva da maestro delle cerimonie, disse: «Bene, John, che cosa hai da dire a Henri oggi?». John, che ama fare spettacolo, si alzò, si mise al centro del cerchio, mi indicò e cominciò a cercare le parole: «Tu... tu...sei, ehm... ehm». Tutti lo guardavano con grande curiosità mentre cercava di trovare le parole e indicava sempre più direttamente verso di me. «Tu... tu... sei... ehm, ehm». E poi, come una esplosione, le parole vennero fuori: «Un vecchio!». Tutti scoppiarono a ridere e John si crogiolò nel successo della sua esibizione.
Non c'era altro da dire: ero diventato «un vecchio». Poche persone lo direbbero in modo così diretto e continuerebbero a fare riserve dicendo che sembri giovane, pieno di energia, e così via. John l'aveva detto semplicemente e sinceramente: «Sei un vecchio».
Sembra giusto dire che le persone di età tra uno e trent' anni sono considerate giovani, quelle tra trenta e sessant'anni di mezz'età e quelle dopo il loro sessantesimo compleanno sono considerate vecchie. Ma poi tu, proprio tu, hai improvvisamente sessant'anni, e non ti senti vecchio. Almeno io non mi sento così. Gli anni della mia adolescenza mi sembrano appartenere a un passato recente, gli anni dello studio e del- l'insegnamento sembrano soltanto ieri e i miei sette anni a Daybreak paiono come sette giorni. Non mi viene spontaneo pensare a me come a un «vecchio»; bisogna che me lo si annunci chiaramente e a voce alta.
Qualche anno fa uno studente universitario mi parlò così di suo padre: «Papà non mi capisce», mi disse. «È così autoritario, e vuole sempre avere ragione; non lascia mai spazio alle mie idee, ed è difficile vivere con lui». Cercando di confortarlo, gli dissi: «Mio padre non è molto diverso dal tuo, sai, è la vecchia generazione!». Allora, con un sospiro, lui replicò: «Sì, papà ha già quarant'anni!». Mi resi allora conto al- l'improvviso che stavo parlando a qualcuno che avrebbe potuto essere mio nipote.
In verità, in qualche modo continuo a dimenticare che sono diventato vecchio e che i giovani mi considerano una persona anziana. Ogni tanto mi è di aiuto guardarmi allo specchio. Fissando il mio volto, rivedo mio padre e mia madre quando avevano sessant' anni, e ricordo che li consideravo vecchi.
Essere vecchio significa essere vicino alla morte. In passato cercavo spesso di figurarmi se avrei ancora raddoppiato gli anni che avevo vissuto. Quando avevo vent'anni ero sicuro che avrei vissuto almeno altri vent'anni; quando ne ebbi trenta, avevo fiducia che avrei raggiunto facilmente i sessanta. Quando ne ebbi quaranta mi chiedevo se avrei raggiunto gli ottanta. E quando ne ho avuti cinquanta mi sono reso conto che soltanto poche ,persone raggiungono i cento anni. Ma ora, a sessant’anni, sono certo che sono andato al di là della linea di mezzo e che la mia morte mi è molto più vicina della mia nascita.
Gli anziani, uomini e donne, devono prepararsi alla morte, ma come prepararvisi bene? Per me, il primo compito è quello di tornare bambino, di reclamare la mia infanzia. Questo potrebbe apparire opposto al nostro desiderio naturale di mantenere il massimo d'indipendenza, e tuttavia diventare un bambino -entrare in una seconda infanzia -è essenziale per morire di una buona morte.. Gesù parlava di questa seconda infanzia quando diceva: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3 ).
Che cos'è che caratterizza questa seconda infanzia? Per i primi vent' anni di vita dipendiamo dai genitori, dagli insegnanti e dagli amici. Quarant'anni dopo diventiamo di nuovo sempre più dipendenti. Più tenera è la nostra età e più sono le persone di cui abbiamo bisogno per vivere; più diventiamo vecchi e, di nuovo, più sono le persone di cui abbiamo bisogno per vivere. La vita viene vissuta passando da una dipendenza a un'altra dipendenza.
È questo il mistero che Dio ci ha rivelato in Gesù: la sua vita è stata un cammino dalla mangiatoia alla croce. Nato in completa dipendenza da coloro che lo circondavano, Gesù morì come la vittima passiva del- le azioni e delle decisioni degli altri. Il suo è stato un cammino dalla prima alla seconda infanzia. È divenuto come un bambino ed è morto come un bambino, e ha vissuto la sua vita affinché noi potessimo pretendere e reclamare la nostra propria infanzia e fare così della nostra morte -come lui ha fatto -una nuova nascita.
Sono stato benedetto da un'esperienza che mi ha reso chiaro tutto questo. Alcuni anni fa fui investito da un'automobile mentre camminavo lungo una strada e fui portato all'ospedale con la milza spappolata. La dottoressa mi disse che non era sicura se sarei sopravvissuto all'operazione. In realtà la superai, ma le ore vissute prima e dopo l'intervento mi hanno permesso di entrare in contatto con la mia infanzia come non era mai avvenuto prima.
Legato con delle cinghie a un tavolo che sembrava una croce, circondato da figure mascherate, sperimentai la mia totale di- pendenza. Mi resi conto non soltanto che dipendevo dalle capacità di una equipe di medici sconosciuti, ma anche che il mio essere più profondo era un essere dipendente. Seppi, con una certezza che non aveva niente a che fare con una particolare intuizione umana, fossi sopravvissuto o meno all'intervento, che ero al sicuro in un divino abbraccio e sarei certamente vissuto.
Quello strano incidente mi ha ridotto a una condizione infantile, in cui dovevo essere accudito come un bambino impotente, un'esperienza che mi ha dato un grande senso di sicurezza: l'esperienza di essere un figlio di Dio. Seppi all'improvviso che tutte le dipendenze umane sono inserite in una dipendenza divina e che la dipendenza divina fa parte di un modo molto più grande e ampio di vivere. Questa esperienza fu così reale, così fondamentale e così incisiva che cambiò radicalmente il senso del mio io e influenzò profondamente il mio stato di coscienza. Vi è qui uno strano paradosso: la dipendenza dalle persone spesso porta alla schiavitù, ma la dipendenza da Dio porta alla libertà. Quando sappiamo che Dio ci tiene in salvo - qualunque cosa accada - non abbiamo da temere nulla e nessuno e possiamo camminare nella vita con immensa fiducia. È.una prospettiva radicale: siamo abituati a pensare ai modi in cui la gente viene oppressa e sfruttata come ai segni della loro dipendenza, e quindi percepiamo la vera libertà soltanto come il risultato dell'indipendenza. Quando affermiamo la nostra più intima dipendenza da Dio non come una maledizione, ma come un dono, allora possiamo scoprire la libertà dei figli di Dio. Questa profonda libertà interiore ci permette di affrontare i nostri nemici, di scuotere il giogo dell'oppressione e di costruire delle strutture sociali ed economiche che ci permettano di vivere come fratelli e sorelle, come figli dell'unico Dio, il cui nome è amore. Questo io credo, è il modo in cui Gesù ha parlato della libertà. È la libertà radicata nell' essere figli di Dio.
Siamo gente che ha paura: abbiamo paura del conflitto, della guerra, di un futuro incerto, della malattia e, più di tutto, della morte. Questa paura ci toglie la nostra libertà e dà alla nostra società il potere di manipolarci con minacce e promesse. Quando possiamo andare al di là dei nostri timori, verso Colui che ci ama con un amore che era là prima che fossimo nati e sarà là dopo la nostra morte, allora l'oppressione, la persecuzione e anche la morte non potranno toglierci la nostra libertà. Quando siamo giunti alla profonda conoscenza interiore - una conoscenza più del cuore che della mente -che siamo nati dall'amore e moriremo nell' amore, che ogni parte del nostro essere è profondamente radicata nell'amore e che quest'amore è il nostro vero Padre e la nostra vera Madre, allora tutte le forme del male, della malattia e della morte perdono il loro potere ultimo su di noi e diventano segni dolorosi ma pieni di speranza della nostra vera figliolanza divina. L'apostolo Paolo esprimeva tale esperienza della totale libertà quando scriveva: "Io sono infatti persuaso che ne morte ne vita, ne angeli ne principati, ne presente ne avvenire, ne potenze, ne altezza ne profondità, ne alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rom 8,38-39).
Il primo compito, nel prepararci alla morte, è quindi quello di reclamare la libertà dei figli di Dio e, così facendo, spogliare la morte di ogni ulteriore potere su di noi. La parola bambino presenta dei problemi: suggerisce piccolezza, debolezza, ingenuità e immaturità. Ma quando dico che dobbiamo crescere verso una seconda infanzia, io non intendo una seconda immaturità. Al contrario, penso alla maturità dei figli e delle figlie di Dio, dei figli e delle figlie scelti per ereditare il Regno. Non vi è nulla di piccolo, di debole o di ingenuo nell'essere figli di Dio. Questa elezione ci permette in realtà di mantenere alta la testa alla presenza di Dio, anche quando camminiamo attraverso un mondo che si disgrega da ogni parte. Come figli e figlie di Dio possiamo oltrepassare i cancelli della morte con la fiducia degli eredi. Di nuovo, Paolo lo proclamava ad alta voce quando diceva: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli [e figlie] di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi .per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ' Abbà, Padre! '. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rom 8,14-17).
Questa non è la voce di un bambino, piccolo e timido. È la voce di una persona spiritualmente matura, che sa di essere alla presenza di Dio e per la quale la completa dipendenza da Dio è diventata la fonte della forza, la base del coraggio e il segreto della vera libertà interiore.
Di recente un amico mi ha raccontato la storia di due gemelli che si parlavano nell'utero materno. La sorella diceva al fratello: «lo credo che vi sia una vita dopo la nascita». il fratello protestava violentemente: «No, no, è tutto qui, questo è un luogo oscuro e intimo e non abbiamo altro da fare che restare attaccati al cordone che ci nutre». La sorellina insisteva: «Dev'esserci qualcosa di più che questo luogo oscuro. Dev'esserci qualcos'altro, un luogo di luce, dove c'è la libertà di muoversi». Ma non riusciva a convincere il fratello.
Dopo un momento di silenzio la sorella disse esitante: «Ho qualcos'altro da dire, e ho paura che non crederai nemmeno a questo, ma penso che vi sia una madre». il fratello s'infuriò: «Una madre?», gridò. «Ma di che cosa parli? Non ho mai visto una madre, e nemmeno tu. Chi ti ha messo in testa questa idea?
Come ti ho detto, questo posto è tutto quello che abbiamo. Perché vuoi sempre qualcosa di più? non è un posto tanto male, dopotutto. Abbiamo tutto quello di cui abbiamo bisogno, accontentiamoci, dunque».
La sorella fu ridotta al silenzio dalla risposta del fratello e per un po' di tempo non osò dire più nulla. Ma non riusciva a liberarsi dai suoi pensieri, e dato che aveva soltanto il fratello gemello con cui parlare, alla fine disse: «Non senti ogni tanto degli spasimi? Non sono piacevoli e qualche volta fanno male». «Sì», rispose lui. «Che cosa c'è di particolare in questo?». «Bene», disse la sorella, «io penso che questi movimenti ci siano per prepararci a un altro luogo, molto più bello di questo, dove vedremo nostra madre faccia a faccia. Non ti sembra meraviglioso?». Il fratello non rispose. Era stanco di tutto quello sciocco parlare della sorella e sentiva che la cosa migliore da fare era semplicemente ignorarla e sperare che l'avrebbe lasciato in pace.
Questa storia può insegnarci a pensare alla morte in modo nuovo. Possiamo vivere come se la vita fosse tutto ciò che abbiamo, come se la morte fosse assurda e noi faremmo meglio a non parlarne; oppure possiamo scegliere di reclamare la nostra divina infanzia e figliolanza e confidare che la morte è il passaggio doloroso ma benedetto che ci porterà faccia a faccia col nostro Dio.