H.J.M.Nouwen
CASE DEL PIME IN ITALIA
IL DONO DEL COMPIMENTO    PICCOLI GRANDI LIBRI
meditazione su come morire e aiutare a morire
quinta edizione
Editrice Queriniana

Ringraziamenti

Prologo: Farsi amica la morte.

Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza

Parte prima Morire bene

Parte seconda Aver cura degli altri

Vicino al cuore.

Al cuore della nostra umanità

1.Siamo figli di Dio

4. Sei un figlio di Dio

2. Siamo fratelli e sorelle l'uno per l'altro

5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri

3. Siamo padri e madri delle generazioni future

6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno

Scegliere una buona morte

La scelta di aver cura degli altri
Conclusione: la grazia della risurrezione

Epilogo: La morte: una perdita e un dono

2. Siamo fratelli e sorelle l’uno per l’altro

Due delle gioie più grandi che sperimentiamo sono la gioia di essere diversi dagli altri e la gioia di essere uguali agli altri. Ho assistito alla prima di queste gioie guardando alla televisione le Olimpiadi dell'estate 1992 a Barcellona. Quelli che stavano sulla tribuna per ricevere le loro medaglie di bronzo, d' argento e d'oro sperimentavano la gioia come diretto risultato della loro capacità di correre più veloci, di saltare più in alto o di lanciare più lontano degli altri. La differenza poteva essere molto piccola, ma aveva grande significato: era la distinzione tra la sconfitta e la vittoria, tra la tristezza delle lacrime e l'estasi della gioia. È la gioia dell'eroe e del divo, la gioia che proviene da una competizione superata con successo, dal vincere il premio, ricevendo gli onori e incedendo nelle luci della ribalta.

Conosco anch'io questa gioia. L'ho conosciuta ricevendo un premio a scuola, essendo scelto come capo della mia classe, ottenendo un incarico all'università, vedendo pubblicati i miei libri e ricevendo lauree ad honorem. Conosco l'immensa soddisfazione che viene dall'essere considerati diversi dagli altri. Questo tipo di successo disperde i dubbi interiori e alimenta la fiducia in se. È la gioia d' «avercela fatta», la gioia di essere riconosciuti come chi ha fatto qualcosa d'importante. Tutti noi ci aspettiamo questa gioia, in qualche luogo o in qualche modo; ma resta la gioia di colui che disse: «Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini» (Lc 18,11).

L' altro tipo di gioia è più difficile da descrivere, ma più facile da trovare. È la gioia di essere fratello e sorella di tutti. Nonostante questa gioia sia più a portata di mano -più accessibile -della gioia di essere diversi, non è altrettanto ovvia e solo poche persone la trovano veramente. È la gioia di far parte di quel- la grande varietà di esseri umani - di tutte le età, i colori e le religioni - che insieme formano la famiglia umana. È l'immensa gioia di essere un membro della razza umana.

In vari momenti della mia vita ho gustato questa gioia. L'ho sentita nel modo più forte ne11964, mentre camminavo con migliaia di persone in Alabama, da Selma a Montgomery, nella marcia per i diritti civili guidata da Martin Luther King, Jr. Non dimenticherò mai la gioia che ho provato in quella marcia. Ero venuto da solo, nessuno mi conosceva -nessuno aveva mai sentito parlare di me - ma mentre camminavamo insieme, mettendo il braccio sulla spalla dell'altro e cantando «We shall overcome one day», ho sperimentato una gioia che non avevo mai provato nella mia vita. Mi dicevo: «Sì, appartengo a questa gente, sono il mio popolo. Forse hanno un colore diverso di pelle, una religione diversa, un diverso stile di vita, ma sono i miei fratelli e le mie sorelle. Mi amano e io li amo. I loro sorrisi e le loro lacrime sono i miei sorrisi e le mie lacrime; le loro preghiere e le loro profezie sono le mie preghiere e le mie profezie; la loro angoscia e la loro speranza sono la mia angoscia e la mia speranza. Sono uno di loro».

In un attimo tutte le differenze parvero sciogliersi come neve al sole. Tutti i miei tentativi di fare paragoni scomparvero e mi sentii circondato dalle braccia accoglienti dell'intera umanità. Ero consapevole che alcune delle persone che tenevo per mano avevano passato anni in prigione, erano drogati o alcolizzati, soffrivano di solitudine e di depressione, vivevano esistenze radicalmente diverse dalla mia, ma tutti mi sembravano dei santi, raggianti dell' amore di Dio. Erano veramente il popolo di Dio, immensamente amato e radicalmente perdonato. Tutto quel che sentivo era una profonda identificazione, una profonda comunione con tutti, un esaltante senso di fraternità e di sorellanza.

Sono convinto che è questa gioia - la gioia di essere come gli altri, di appartenere all'unica famiglia umana - che ci consente di morire bene. Non so come io, o chiunque altro di noi, potrebbe essere preparato a morire se ci si preoccupasse soprattutto dei trofei raccolti durante i nostri anni migliori. Il grande dono nascosto nel nostro morire è il dono dell'unità con tutti. Per quanto differenti, siamo tutti nati impotenti, e tutti moriremo impotenti, e le piccole differenze che viviamo tra questi due fatti svaniscono alla luce di questa immensa verità. Spesso questa verità umana viene presentata come una ragione di tristezza. Non di rado la si chiama una «triste verità».

La nostra grande sfida e scoprire in questa verità una immensa fonte di gioia, che ci lascerà liberi di abbracciare la nostra mortalità con la consapevolezza che compiremo il nostro passaggio alla nuova vita in solidarietà con tutte le genti della terra.

Una buona morte è una morte in solidarietà con gli altri. Per prepararci a una buona morte, dobbiamo sviluppare o approfondire questo senso di solidarietà. Se andiamo verso la morte come verso un evento che ci separa dalla gente, la morte non può essere altro che un evento triste e doloroso; ma se cresciamo nella consapevolezza che la nostra mortalità, più di qualsiasi altra cosa, ci condurrà alla solidarietà con gli altri, allora la morte può diventare la celebrazione della nostra unità con la razza umana. Anziché separarci dagli altri, la morte può unirci agli altri; anziché essere triste, può far sorgere una nuova gioia; anziché porre semplicemente termine alla vita, può iniziare qualcosa di nuovo.

A prima vista potrebbe sembrare assurdo. Come può la morte creare unità anziché separazione? La morte non è forse la separazione ultima? Lo è, se viviamo secondo le norme di una società competitiva, sempre preoccupata della domanda: chi è il più forte? Ma quando reclamiamo la nostra divina figliolanza e impariamo a confidare nel fatto che appartenevamo a Dio prima di nascere e gli apparterremo dopo la nostra morte, allora sperimenteremo che tutti su questo pianeta sono i nostri fratelli e sorelle e tutti compiamo insieme il nostro viaggio attraverso la nascita e la morte verso una nuova vita. Non siamo soli; al di là delle differenze che ci separano, condividiamo una comune umanità e quindi ci apparteniamo a vicenda. Il mistero della vita è che scopriamo questo nostro essere insieme non quando siamo potenti e forti, ma quando siamo vulnerabili e deboli.

La conoscenza esperienziale che tutti morremo ci riempie di una profonda gioia e ci rende possibile affrontare la morte liberamente e senza paura. Possiamo dire non soltanto: «È bello vivere come chiunque altro», ma anche: «È bello morire come chiunque altro». Alcuni di noi muoiono presto, altri più tardi; alcuni dopo una breve esistenza, altri dopo una lunga vita; alcuni dopo una malattia, altri improvvisamente e in modo inatteso. Ma tutti noi morremo e parteciperemo alla stessa fine. Alla luce di questa grande uguaglianza umana le tante differenze in cui viviamo e moriamo non sono più un motivo per separarci, ma al contrario, possono approfondire il nostro senso di comunione vicendevole. Questa comunione con l'intera famiglia umana, questo profondo senso di appartenersi a vicenda, toglie alla morte il suo pungiglione e ci fa volgere lo sguardo molto al di là dei limiti della nostra cronologia. In qualche modo sappiamo che il nostro vincolo reciproco è più forte della morte.

Tocchiamo qui il centro del messaggio di Gesù. Gesù non è venuto semplicemente a distoglierci da questo mondo, promettendoci una nuova vita dopo la morte. È venuto a renderci coscienti che come figli del suo Dio siamo tutti fratelli e sorelle, tutti fratelli e sorelle 1'uno dell'altro; possiamo quindi vivere la nostra vita insieme senza paura della morte. Egli vuole non soltanto che partecipiamo alla sua divina figliolanza, ma anche che godiamo pienamente la fraternità e la sorellanza che emerge da questa figliolanza condivisa. Egli ci dice: «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi» (Gv 15,9), e «amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato» (Gv 13,34).

L' autore del vangelo di Giovanni, scrivendo molti anni dopo la morte di Gesù, indicava chiaramente l'intimo nesso tra il nostro essere figli di Dio e il nostro essere fratelli e sorelle gli uni degli altri. Egli diceva: «Noi ci amiamo, perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: "lo amo Dio" le odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1 Gv 4,19-21).

La gioia di questa fraternità e sorellanza ci permette di morire bene, perché non dobbiamo più morire soli, ma possiamo morire in intima solidarietà con tutti gli esseri umani di questo pianeta. Questa solidarietà offre speranza.

In modo misterioso, coloro che muoiono in tutto il mondo a causa della fame, dell'oppressione, della malattia, della disperazione, della violenza e della guerra diventano i nostri maestri. In Somalia e in Etiopia muoiono dei bambini. Come loro fratelli e sorelle dobbiamo aiutarli a vivere, ma dobbiamo anche comprendere che moriremo come loro. In Bosnia muoiono musulmani, croati e serbi. Come loro fratelli e sorelle dobbiamo fare di tutto per impedire che si uccidano a vicenda, ma dobbiamo anche rimanere consapevoli che moriremo come loro. In Guatemala muoiono gli indios. Come loro fratelli e sorelle dobbiamo impegnarci per fermare i loro oppressori nella loro opera omicida, ma dobbiamo anche affrontare il fatto che moriremo come loro. In molti paesi giovani e vecchi muoiono di cancro e di AIDS. Come loro fratelli e sorelle dobbiamo prenderci cura di loro nel miglior modo possibile e continuare a cercare nuove cure, ma non dobbiamo mai dimenticare che moriremo come loro. Innumerevoli uomini e donne muoiono per la povertà e l'abbandono. Come loro fratelli e sorelle dobbiamo offrir loro le nostre risorse e il nostro sostegno, ma dobbiamo ricordare continuamente a noi stessi che moriremo come loro.

Nella loro immensa pena e nel loro dolore queste persone chiedono solidarietà, non solo nella vita, ma anche nella morte. Solo quando saremo disposti a la- sciare che il loro morire ci aiuti a morire bene potremo aiutare loro a vivere bene. Quando possiamo affrontare la morte con speranza, possiamo vivere la vita con generosità.

Tutti moriamo poveri. Quando giungiamo alla nostra ultima ora, niente può aiutarci a sopravvivere, nessuna quantità di denaro o di influenza possono salvarci dal morire. Questa è vera povertà. Ma Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Vi è una benedizione nascosta nella povertà del morire. È la benedizione che ci fa sorelle e fratelli nello stesso regno. È la benedizione che riceviamo da quelli che muoiono. È la benedizione che diamo agli altri quando il nostro momento di morire è venuto. È la benedizione che viene dal Dio la cui vita è eterna. È la benedizione che va molto al di là della nostra nascita e della nostra morte. È la benedizione che ci porta in salvo di eternità in eternità.

Un'amica, che era molto malata, aveva una grande devozione per Maria, la madre di Gesù, e decise di fare un pellegrinaggio a Lourdès, in Francia, per chiedere la guarigione. Quando partì, temevo che sarebbe rimasta delusa se non avveniva nessun miracolo, ma al suo ritorno mi disse: «Non avevo mai visto tanta gente malata. Quando mi sono trovata faccia a faccia con quella sofferenza umana non ho più desiderato un miracolo. Non volevo più essere una eccezione, e ho sperimentato un profondo desiderio di essere una di loro, di appartenere a questa gente ferita. Anziché pregare per la mia guarigione, ho pregato per avere la grazia di portare la mia malattia in solidarietà con loro. E ho fiducia che la madre di Gesù porterà la mia preghiera a suo Figlio».

Fui profondamente commosso da questo mutamento radicale nelle preghiere della mia amica. Lei che aveva sperato di essere diversa da tutti coloro che sono malati, voleva ora essere come loro e vivere la sua pena come loro sorella nella sofferenza.

Questa storia rivela il potere risanatore dell'esperienza della solidarietà umana. Questo potere di guarigione ci aiuta non soltanto a vivere bene la nostra malattia, ma anche a morire bene. In verità possiamo essere guariti dalla nostra paura della morte, non da un evento miracoloso che ci impedisca di morire, ma dall'esperienza di guarigione dell'essere fratello o sorella di tutti gli esseri umani - passati, presenti e futuri - che condividono con noi la fragilità della nostra esistenza. In questa esperienza possiamo gustare la gioia di essere umani e pregustare la nostra comunione con tutti.