H.J.M.Nouwen
IL DONO DEL COMPIMENTO
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meditazione su come morire e aiutare a morire
quinta edizione
Editrice Queriniana
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Ringraziamenti |
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Prologo: Farsi amica la morte. |
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| Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza | |
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Parte prima Morire bene |
Parte seconda Aver cura degli altri |
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Vicino al cuore. |
Al cuore della nostra umanità |
| 4. Sei un figlio di Dio | |
| 5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri | |
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3. Siamo padri e madri delle generazioni future |
6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno |
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Scegliere una buona morte |
La scelta di aver cura degli altri |
| Conclusione: la grazia della risurrezione | |
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Epilogo: La morte: una perdita e un dono |
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3. Siamo padri e madri delle generazioni future
Marina, mia cognata, ha solo quarantotto anni, e sta morendo. Cinque anni fa il suo dottore le disse che ha un cancro, e da allora la sua vita è stata un lungo e doloroso tentativo di combattere la malattia e di sopravvivere ai tanti interventi medici. Con tre gravi interventi chirurgici e molta chemioterapia i medici hanno cercato di rimuovere il cancro e di prolungare la vita di Marina.
Mio fratello Paolo ha fatto tutto il possibile per offrire a sua moglie la speranza che vi era una possibilità di sconfiggere il nemico. Mentre scrivo, Marina si sta preparando a morire.
Negli ultimi cinque anni ho avuto spesso l'opportunità di parlare con Marina della sua malattia, e anche della sua morte. Marina è una donna forte e senza sentimentalismi. Le piace guardare alle cose come sono e non ha tempo per chi cerca di confortarla o consolarla con povere bugie. Pur avendo collaborato pienamente con i dottori e le infermiere che l’hanno aiutata a combattere il cancro, non vuole che nessuno prenda decisioni alle quali non possa partecipare pienamente, e non vuole nessun sostegno religioso basato su convinzioni religiose che non siano le sue. Spesso discute le mie vedute spirituali e ha forti idee sulla vita e la morte: la sua morte e la morte degli altri.
Col passare degli anni e il peggiorare della sua malattia, Marina si è espressa sempre più attraverso la pittura e la poesia. Queste attività, iniziate come un passatempo, sono diventate gradualmente per lei la sua attività principale. Più diventava debole fisicamente e più forte, più diretto e meno adorno diventava il suo stile. Le sue poesie sono il risultato diretto della sua lotta per farsi amica la morte.
Marina ha avuto una esistenza attiva e produttiva. Come insegnante e condirettrice di una scuola di lingue, si è costruita una carriera e ha introdotto con creatività nuovi metodi didattici; ma la malattia ha crudelmente interrotto tutto questo e l'ha costretta ad abbandonare il mondo che amava tanto. Da quando è cominciata la sua malattia, l'arte ha sostituito le sue molte attività educative ed è diventata per lei una nuova fonte di vita. Spesso, quando sono con lei, mi recita a memoria le sue poesie e mi chiede cosa ne penso. Molte di esse hanno un tono scherzoso e sono scritte con umorismo, ma tutte esprimono la sua crescente consapevolezza che ogni giorno deve abbandonare qualcosa e che sta entrando in un tempo di molteplici addii.
Vedendo Marina prepararsi alla sua morte, mi sono reso conto gradualmente che sta facendo del suo morire un dono per gli altri: non soltanto per mio fra- tello Paolo, non soltanto per la sua famiglia e gli amici, ma anche per le infermiere e i dottori e per tutta la cerchia di persone con le quali ha parlato e ha condiviso la sua poesia. Avendo insegnato tutta la vita, ora insegna attraverso la sua preparazione alla morte. Mi colpisce il fatto che i suoi successi e le sue realizzazioni saranno probabilmente presto dimenticati, ma i frutti del suo morire potranno invece durare per lungo tempo. Marina non ha figli e si è spesso chiesta quale avrebbe potuto essere il suo apporto specifico alla nostra società. Non avendo avuto le gioie della maternità, è diventata genitrice di molti attraverso il cammino che sta vivendo verso la sua morte. Forse si vedrà che gli ultimi cinque anni appartengono al periodo più fecondo della sua vita. Mi ha mostrato, in modo completamente nuovo, che cosa significa morire per gli altri: significa diventare madre delle generazioni future.
Poche delle parole di Gesù mi hanno personalmente colpito quanto le parole sulla sua morte che si approssimava. Gesù parlò in modo molto diretto della fine ai suoi amici più intimi, e pur sapendo quale dolore e tristezza avrebbe portato, continuò ad annunciare la sua morte come qualcosa di buono, pieno di benedizioni e di promesse, pieno di speranza. Poco prima della sua morte, disse: «Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: Dove vai? Anzi, perché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò... Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da se, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16,5-7 e 13).
Sulle prime queste parole possono sembrare strane, poco familiari, persino lontane dalla nostra lotta quotidiana con la vita e la morte. Ma dopo le mie conversazioni con Marina e con molti altri amici prossimi alla morte, le parole di Gesù mi colpiscono in modo nuovo ed esprimono il significato più profondo dell'esperienza di queste persone. Forse siamo inclini a considerare il modo in cui Gesù preparò se stesso e i suoi amici alla sua morte come un modo unico, molto al di là di qualsiasi modo umano «normale». Ma in realtà il modo di morire di Gesù ci dà un esempio pieno di speranza. Anche noi possiamo dire ai nostri amici: «È per il vostro bene che me ne vado, perché se me ne.vado posso mandarvi lo Spirito, e lo Spirito vi rivelerà le cose future». Non è forse questo che Marina vuole dire quando scrive poesie e dipinge quadri che daranno nuova vita a coloro che piangeranno la sua morte? «Mandare lo Spirito» non è forse l' espressione più bella per dire che non lasci coloro che ami, ma offri loro un nuovo legame, più profondo del legame che esisteva in vita? «Morire per gli altri» non significa forse morire in modo che altri possano continuare a vivere, fortificati dallo Spirito del nostro amore?
Alcuni potrebbero protestare, dicendo: «Gesù, il Figlio unigenito del Padre, ci ha mandato il suo Spirito ...ma noi non siamo Gesù, e non abbiamo uno Spirito Santo da mandare!». Ma se ascoltiamo profondamente le parole di Gesù comprenderemo che siamo chiamati a vivere come lui, a morire come lui, a risorgere come lui, perché ci è stato dato lo Spirito: l'Amore Divino, che rende Gesù uno col Padre. Non solo la morte di Gesù, ma anche la nostra morte, è destinata a essere un bene per gli altri. Non solo la morte di Gesù, ma anche la nostra morte è intesa a portare frutto nella vita degli altri. Non solo la morte di Gesù, ma anche la nostra morte porterà lo Spirito di Dio a coloro che lasciamo dietro di noi. Il grande mistero è che tutti coloro che sono vissuti nello Spirito di Dio e con esso, partecipano con la loro morte all'invio dello Spirito. Lo Spirito di amore di Dio continua quindi a esserci mandato, e la morte di Gesù continua a portare frutto attraverso tutti coloro la cui morte, come la sua morte, è una morte per gli altri.
Morire diventa in questo modo la via verso una fecondità eterna. È questo l'aspetto della morte che più ci dà speranza. La nostra morte può essere la fine del nostro successo, della nostra produttività, della nostra fama, della nostra importanza in mezzo alla gente, ma non è la fine della nostra fecondità. È vero anzi l' opposto: la fecondità della nostra vita si mostra nella sua pienezza soltanto dopo la nostra morte. Noi stessi vediamo o sperimentiamo raramente la nostra fecondità. Spesso siamo preoccupati delle nostre realizzazioni, e non abbiamo occhi per la fecondità di ciò che viviamo; ma la bellezza della vita è che essa porta frutto molto tempo dopo che la vita stessa è giunta al suo termine. Gesù ha detto: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo: se invece muore, produce molto frutto» ( Gv 12,24 ) .
È questo il mistero della morte di Gesù e della morte di tutti quelli che sono vissuti nel suo Spirito. La loro vita produce frutto molto al di là dei limiti del- la loro breve esistenza, spesso limitata. Anni dopo la sua morte, mia madre continua a portare frutto nella mia vita. Sono profondamente consapevole che molte delle mie decisioni più importanti dopo la sua morte sono state guidate dallo Spirito di Gesù, che lei continua a mandarmi.
Gesù ha vissuto meno di quarant'anni; non ha viaggiato al di fuori del suo paese, la gente che l'ha conosciuto durante la sua vita l'ha scarsamente compreso e, quando è morto, soltanto pochi dei suoi seguaci sono rimasti fedeli. Sotto ogni aspetto la sua vita è stata un fallimento. Il successo l'aveva abbandonato, la popolarità era svanita e tutto il suo potere se n'era andato. Eppure, poche vite sono state così feconde; poche vite hanno influenzato in modo così profondo i pensieri e i sentimenti di altre persone; poche vite hanno così profondamente plasmato le culture future; poche vite hanno influenzato in modo così radicale il modello dei rapporti umani. Gesù stesso si riferì costantemente alla fecondità della sua vita che sarebbe diventata manifesta soltanto dopo la sua morte. Spesso sottolineò che i suoi discepoli non comprendevano quello che diceva o faceva, ma che un giorno l'avrebbero compreso. Quando lavò i piedi di Pietro, Gesù disse: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Gv 13,7). Quando parlò del suo ritorno al Padre, Gesù disse: «Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi, ma ...lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,25-26). Il pieno significato della vita di Gesù si rivelò pienamente soltanto dopo la sua morte.
Non è forse vero anche per molti dei grandi uomini e delle grandi donne della storia? Per molti di essi il significato della loro vita è diventato chiaro soltanto lungo tempo dopo la loro morte. Alcuni erano scarsamente conosciuti durante la loro vita, e alcuni erano noti per cose completamente diverse da quelle per le quali sono ricordati oggi. Alcuni hanno avuto successo e sono diventati famosi; altri hanno sofferto innumerevoli fallimenti e rifiuti. Ma tutti gli uomini e le donne veramente grandi che hanno formato il nostro modo di pensare e di agire hanno portato frutti che loro stessi non potevano prevedere o predire.
Frate Lorenzo è uno dei tanti esempi di questa verità. Questo semplice fratello laico visse come cuoco e calzolaio in una casa carmelitana francese di studi dal 1614 al 1691. Dopo la sua morte, le sue lettere e le sue riflessioni sul «camminare alla presenza di Dio» sono state rese pubbliche, e continuano ancora oggi a influenzare la vita spirituale di molti. La vita di frate Lorenzo non fu spettacolare, ma feconda; egli non pensò mai molto a influenzare la vita degli altri; il suo solo desiderio era quello di fare tutto quello che poteva alla presenza di Dio.
La vera domanda dinanzi alla nostra morte non è dunque: «quanto posso ancora realizzare», o «quanta influenza posso ancora esercitare?», ma: «come posso vivere in modo da continuare ad essere fecondo quando non sarò più con la mia famiglia e gli amici?». Questa domanda sposta la nostra attenzione dal fare all'essere. Il nostro fare porta successo, ma il nostro essere porta frutto. Il grande paradosso della nostra vita è che ci preoccupiamo spesso di quello che facciamo o possiamo ancora fare, ma è molto verosimile che saremo ricordati invece per quello che siamo. Se lo Spirito guida la nostra vita - lo Spirito dell'amore, della gioia, della pace, della bontà, del perdono, del coraggio, della perseveranza, della speranza e della fede - quello Spirito non morrà, ma continuerà a crescere di generazione in generazione.
Riflettendo sulla morte di Marina, e sulla mia, comprendo la grande sfida della vita. Mentre la società in cui vivo continua a chiedermi quali sono i risultati tangibili della mia esistenza, devo gradualmente imparare a credere che quei risultati possono dimostrarsi significativi, ma anche no. Ciò che conta realmente sono i frutti che porta la mia vita. Diventando più vecchio e più debole, potrò fare sempre meno cose. Il mio corpo e la mia mente s'indeboliranno, i miei occhi dovranno accostarsi sempre di più al libro che voglio leggere e i miei orecchi sempre di più al prossimo che mi sforzo di capire. La mia memoria in declino mi condurrà a ripetere più spesso le mie face- zie, e la mia decrescente capacità di riflettere criticamente mi trasformerà in una persona dalla conversazione meno piacevole. Nondimeno, ho fiducia che lo Spirito di Dio si manifesterà nella mia debolezza e agirà a suo piacimento, traendo frutto dal mio corpo e dalla mia mente in declino.
La mia morte sarà in realtà una rinascita. Qualcosa di nuovo nascerà, qualcosa di cui non posso dire o pensare gran che; sta al di là della mia cronologia; è qualcosa che durerà e continuerà di generazione in generazione. In questo modo divento un nuovo genitore, un genitore del futuro.
Penso ogni giorno ai miei amici malati di AIDS. Alcuni li conosco personalmente, altri li conosco come amici di amici, molti li conosco da ciò che scrivono o che si scrive di loro. Fin dal principio di questa orrenda epidemia mi sono sentito vicino ai tanti giovani, uomini e donne, che vivono con l'AIDS. Tutti sanno che non potranno vivere a lungo e che morranno di una morte difficile e spesso dolorosa. Vorrei tanto aiutarli, essere con loro, consolarli e confortarli. Mi strazia il fatto tragico che nel loro disperato bi - sogno di essere abbracciati e amati molti hanno trovato invece la malattia e la morte. Grido al cielo, dicendo: «Perché, o Dio, la ricerca umana della comunione e dell'intimità conduce alla separazione e all'angoscia? Perché tanti giovani che semplicemente vogliono essere amati languono in ospedali e stanze solitarie? Perché l'amore e la morte sono così vicini l'uno all'altra?». Forse il perché non è importante. Importanti sono gli uomini e le donne con i loro bei nomi e i loro bei volti, che si chiedono perché non hanno trovato l'amore a cui anelavano. Mi sento vicino a loro perché il loro dolore non è lontano dal mio.
Anch'io voglio amare ed essere amato. Anch'io devo morire. Anch'io conosco il misterioso nesso tra l'anelito del mio cuore all’amore e l' angoscia del mio cuore. Nel mio cuore voglio abbracciare e tenere strette tutte queste persone che stanno morendo affamate di amore.
Ho letto di recente Borrowed rime (Tempo in prestito), il libro di Paul Monette, così profondamente commovente. Egli vi descrive con dettagli pieni di dolore la lotta contro l' AIDS del suo amico George Horowitz. L'intero libro è un grido di battaglia: «Batteremo il nemico. Non lasceremo che questa forza del male distrugga la nostra vita». È una battaglia eroica, in cui viene provato ogni mezzo di sopravvivenza. Ma la battaglia è perduta. George muore e Paul rimane solo. La morte, alla fine, è più forte dell'amore? Siamo tutti alla fine dei perdenti? Tutta la nostra lotta per sopravvivere, alla fine, è una lotta risibile, risibile come la .1otta di una volpe che cerca di liberarsi coi denti dalla tagliola in cui è intrappolata la sua zampa.
Molti devono pensarla così. Soltanto il profondo rispetto umano che hanno per se stessi di fronte al potere invincibile della morte li induce a impegnarsi nella lotta a viso aperto. lo ammiro profondamente il modo in cui Paul e George hanno combattuto la loro dura battaglia; ma dopo una vita di riflessione sulla morte di Gesù e di molti dei suoi seguaci, voglio credere che al di là della battaglia fatale per la sopravvivenza vi sia una battaglia piena di speranza per la vita. Voglio credere - anzi, credo - che alla fine l'amore è più forte della morte. Non ho argomenti da presentare. Ho soltanto la storia di Gesù e la storia di coloro che hanno fiducia nella verità vivificante della sua vita e della sua parola. Queste storie mi indicano un modo nuovo di vivere e un nuovo modo di morire, e ho un desiderio profondo di mostrarlo agli altri.
Quando sono stato a trovare Rick alla Bethany House - la casa del lavoratore cattolico per gli ammalati di AIDS a Oakland, in California - volevo dirgli qualcosa che Paul non aveva potuto dire a George. Nell'esperienza di Paul le chiese non avevano nulla di significativo da dire alle persone malate di AIDS; vedeva nelle chiese soltanto un atteggiamento ipocrita, oppressivo, di rifiuto, e trovava più conforto nella mitologia greca che nella storia cristiana; ma mentre tenevo la mano di Rick e fissavo i suoi occhi pieni di paura, sentii nel profondo di me stesso che il breve tempo che aveva ancora da vivere poteva essere qualcosa di più che una coraggiosa ma perdente battaglia per la sopravvivenza. Volevo che conoscesse e credesse che il significato del tempo che gli rimaneva non stava in quello che poteva ancora fare, ma nei frutti che poteva ancora portare quando non vi era i più nulla da fare. Mentre eravamo insieme, Rick disse: «I miei amici avranno un futuro; io non ho che da aspettare la morte». Non sapevo cosa dire e sapevo che le parole non potevano dargli alcun sollievo. Presi invece la sua mano nella mia e misi l'altra mano sulla sua fronte. Fissai i suoi occhi pieni di lacrime e dissi: «Rick, non avere paura. Non avere paura. Dio è vicino a te, molto più vicino di quanto non ti sia io. Ti prego, abbi fiducia che il tempo che ti sta dinanzi sarà il tempo più importante della tua vita, non so lo per te, ma per tutti noi che tu ami, e che ti amano». Mentre dicevo queste parole sentii che il corpo di Rick si rilassava e un sorriso si fece strada tra le lacrime. Mi disse: «Grazie, grazie», poi stese le braccia e mi strinse forte a se mormorandomi all'orecchio: «Voglio crederti. Lo voglio veramente, ma è così difficile».
Pensando a Rick e ai tanti giovani che muoiono come lui, ogni cosa in me insorge e protesta. So che è una tentazione pensare alle persone con l' AIDS come a persone che combattono una battaglia perduta. Ma con tutta la fede che riesco a racimolare, io credo che la loro morte sarà feconda e che sono chiamati veramente a essere padri e madri delle generazioni che verranno.
Scegliere una buona morte.
Per farci amica la morte dobbiamo proclamare che siamo figli di Dio, sorelle e fratelli di tutti e padri e madri delle generazioni che verranno. Così facendo liberiamo la nostra morte dalla sua assurdità e ne facciamo l'ingresso in una nuova vita.
Nella nostra società, in cui la fanciullezza è qualcosa da cui ci allontaniamo crescendo, in cui le guerre e i conflitti etnici irridono continuamente alla fraternità e alla sorellanza tra le persone, e in cui l'accento è posto essenzialmente sull'avere successo nei pochi anni che abbiamo, sembra quasi impossibile che la morte possa essere l'ingresso verso qualcosa.
Ma Gesù ha aperto questa via per noi. Quando scegliamo il suo modo di vivere e di morire, possiamo affrontare la morte con la domanda derisoria dell'a- postolo Paolo: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15,55). È una scelta, ma una scelta difficile. I poteri delle tenebre che ci circondano sono forti e ci tentano facilmente a lasciare che la paura della morte domini i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni.
Ma noi possiamo scegliere di farci amica la nostra morte, come Gesù ha fatto. Noi possiamo scegliere di vivere come figli diletti di Dio, in solidarietà con tutti, confidando nella nostra fecondità ultima. Così facendo possiamo anche diventare persone che si preoccupano degli altri. Come uomini e donne che hanno affrontato la propria mortalità, possiamo aiutare i nostri fratelli e sorelle a disperdere l'oscurità della morte e a guidarli verso la luce della grazia di Dio.
Passiamo ora al secondo tema: come aver cura degli altri.