H.J.M.Nouwen
IL DONO DEL COMPIMENTO
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meditazione su come morire e aiutare a morire
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Ringraziamenti |
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Prologo: Farsi amica la morte. |
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| Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza | |
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Parte prima: Morire bene |
Parte seconda: Aver cura degli altri |
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Vicino al cuore. |
Al cuore della nostra umanità |
| 4. Sei un figlio di Dio | |
| 5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri | |
| 6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno | |
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Scegliere una buona morte |
La scelta di aver cura degli altri |
| Conclusione: la grazia della risurrezione | |
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Epilogo: La morte: una perdita e un dono |
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6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno
L' anno scorso, durante la Settimana Santa, mentre cenavo con alcuni amici nel centro di Toronto, ricevetti una telefonata: Connie Ellis, che da sei anni era la mia segretaria nonché una mia cara amica, si era improvvisamente ammalata ed era stata ricoverata in ospedale. Fino al pomeriggio inoltrato aveva cercato di portare a termine il lavoro su un testo che dovevo portare con me in Europa dopo Pasqua, poi, stanca, era andata a casa, e all'improvviso era stata colta dal- lo stordimento e dall'ansia. Per fortuna era ancora riuscita a telefonare a Carmen, sua nuora. Quando Carmen udì il discorso confuso e quasi incomprensibile di Connie si preoccupò e si precipitò a casa sua.
Gli esami del giorno successivo mostrarono che Connie aveva subito un trauma provocato da un esteso tumore cerebrale. Venerdì Santo fu sottoposta a un grave intervento chirurgico; l'operazione ebbe «successo», ma lasciò Connie paralizzata dal lato sinistro, incapace di camminare da sola e col costante pericolo di una caduta. Dopo una lunga radioterapia i medici dissero a Connie che il cancro era in remissione, ma lei rimaneva fragile, senza molte prospettive che le cose sarebbero tornate «normali» per lei.
Per anni Connie era stata famosa per la sua grande vitalità, la sua competenza e la sua capacità di fare molte cose in poco tempo. Era diventata la mia mano destra e la mia mano sinistra. Conosceva tutte le persone che venivano in ufficio, telefonavano o scrivevano, e aveva stabilito un rapporto affettuoso con molti di loro. L'aiuto, il sostegno e il consiglio che aveva dato a innumerevoli persone nei sei anni in cui avevamo lavorato insieme l'aveva resa amica di molti; il suo ministero era diventato altrettanto importante del mio.
Ed ecco, in un attimo tutto questo era finito. Lei, che era sempre stata pronta ad aiutare gli altri, ora aveva bisogno dell'aiuto degli altri. In un solo giorno una donna forte, sana, attiva ed efficiente era diventata totalmente dipendente dalla famiglia e dagli amici. Era doloroso per me vedere la mia intima amica e collaboratrice perdere improvvisamente la capacità di fare tante cose e di aiutare tanta gente; speravo però anche di poter constatare che questo cambiamento radicale non aveva incrinato il suo atteggiamento fiducioso e aperto. Connie, infatti, mi ha detto spesso: «Provo una profonda pace interiore. Sono sicura che Dio farà un miracolo per me, ma se non lo farà sono pronta a morire. Ho avuto una bella vita».
Riflettendo su questo evento drammatico nella vita di Connie, e rendendomi conto che in realtà lei non è che una delle tante persone che hanno vissuto esperienze analoghe, mi chiedo che significato dargli. Qualunque cosa ci accada noi chiediamo: «Perché accade a me? Che cosa significa?».
Nella vita di Connie una parte importante del suo significato le è derivato dal rapporto con i suoi due figli, John e Steve, e con le loro famiglie. La sua stret- ta amicizia con la moglie di Steve, Carmen, e specialmente con i due nipotini, Charles e Sarah, le hanno dato grande gioia e soddisfazione. Una delle gioie di Connie, prima della sua malattia, era quella di portare Charles a giocare a hockey e di offrirgli il suo incoraggiamento dai margini del campo. Potevo criticare chiunque in presenza di Connie, ma non «Carmen e i bambini», che erano, semplicemente, al di là di ogni critica. La vita di Connie ha ricevuto grande significato anche dal suo lavoro in ufficio. Fino all'ultimo minuto della sua vita lavorativa ha goduto immensamente di quello che faceva, e lo faceva con una dedizione instancabile. Ricordo com'era felice di aver potuto trascrivere tutte le mie interviste con i cinque trapezisti del circo, sosteneva con fervore la mia «folle» idea di scrivere un libro su di loro e voleva essere sicura che avessi in mano tutti i testi necessari prima di tornare in Germania per fare altre interviste. Il nostro lavoro insieme, vario quanto febbrile, ha dato significato alla sua vita. Poche persone si rendevano conto che aveva più di settant' anni e che a volte si sentiva stanca.
Quando, all'improvviso, ogni cosa è cambiata, la questione del significato è tornata in tutta la sua forza. Per un po' di tempo la preoccupazione fu quella di stare meglio e di diventare di nuovo indipendente. «Quando potrò guidare di nuovo l'automobile non sarò più così dipendente da John, Steve e Carm e i bambini, e potrò gestirmi di nuovo da sola». Poco alla volta comprese però che questo non sarebbe mai stato possibile; per il resto della sua vita avrebbe probabilmente avuto bisogno dell'aiuto degli altri.
Aver cura di Connie e delle tante persone che non possono più aspettarsi di tornare alloro lavoro, che non possono più essere di utilità alla famiglia o agli amici, vuole dire cercare un nuovo significato, un significato non più legato alle attività e alle cose da fare. In qualche modo il significato deve nascere dalle «passività» dell'attesa.
Gesù è passato nella sua vita dall'azione alla passione. Per alcuni anni è stato estremamente attivo, predicando, insegnando, aiutando, sempre circondato da grandi folle e sempre spostandosi di luogo in luogo. Ma nell'Orto del Getsemani, dopo la sua ultima cena con i discepoli, fu consegnato nelle mani di coloro che erano esasperati da lui e dalle sue parole. Fu dato nelle loro mani per essere oggetto dell'azione degli altri. Da quel momento Gesù non prese più iniziative, non fece più nulla: fu arrestato, messo in prigione, deriso, torturato, condannato e crocifisso. Non ci fu più nessuna azione. Il mistero della vita di Gesù è che egli ha compiuto la sua missione non attraverso l'azione ma divenendo oggetto dell' azione di altri. Quando alla fine disse: «È compiuto» (Gv 19,30), egli intendeva non soltanto: «Ho fatto tutto quello che dovevo fare», ma anche: «Tutto quello che mi doveva essere fatto mi è stato fatto». Gesù ha portato a termine la sua missione sulla terra essendo oggetto passivo di quello che altri gli hanno fatto.
Anche noi siamo chiamati a vivere quello che Gesù ha vissuto. La nostra vita, quando è vissuta nello spirito di Gesù, troverà il suo adempimento in un ge- nere analogo di dipendenza. Gesù lo ha espresso chiaramente quando ha detto a Pietro: «Quand'eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove vo- levi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Anche noi dobbiamo passare dal- l'azione alla «passione», dal dominio sulla nostra vita alla dipendenza, dall'iniziativa all'attesa, dal vivere al morire.
Per quanto questo passaggio appaia doloroso e quasi impossibile, è in questo movimento che si nasconde la nostra vera fecondità. I nostri anni di attività sono anni di successi e di realizzazioni; in quegli anni facciamo cose di cui possiamo parlare con orgoglio. Ma molti di quei successi e di quelle realizzazioni staranno presto dietro alle nostre spalle. Potremo ancora far loro riferimento sotto forma di trofei, medaglie od oggetti artistici, ma che cosa vi è al di là del nostro successo e della nostra produttività? La fecondità sta al di là di questo, ed essa viene attraverso la passione, la sofferenza. Come il suolo può portare frutto solo quando è frantumato dall'aratro, così la nostra vita può portare frutto soltanto quando è arata dalla passione. Soffrire è precisamente «subire» l'azione di altri, un'azione che non possiamo controllare. Morire è sempre soffrire, perché il morire ci colloca sempre 1à dove altri ci fanno ciò che decidono di fare, bene o male che sia.
Non è facile aver fiducia che la nostra vita porti frutto soltanto attraverso questo tipo di dipendenza perché, in generale, .noi stessi sperimentiamo la di- pendenza come qualcosa di inutile e di gravoso. Spesso proviamo sconforto, fatica, confusione, disorientamento e dolore, ed è difficile pensare che da questa vulnerabilità possa venire frutto. Vediamo soltanto un corpo e una mente ridotti in frantumi dall'aratro che altri tengono nelle loro mani.
Credere che la nostra vita si adempia nella dipendenza richiede un enorme salto di fede. Tutto quello che vediamo o sentiamo, e tutto quello che la nostra società ci propone attraverso i valori e le idee che afferma, indica la direzione opposta. È il successo che conta, e non la fecondità: e certamente non la fecondità che si ottiene attraverso la passività. Ma la passione è la via che Dio ci indica attraverso la croce di Gesù. È la via che cerchiamo di evitare a tutti i costi, e nondimeno è la via della salvezza. Questo spiega perché è così importante prendersi cura dei morenti. Prendersi cura dei morenti significa aiutare il morente a compiere quel difficile passo dall'azione alla passione, dal successo alla fecondità, dal chiedersi quanto potrà ancora fare, a fare della sua stessa vita un dono per gli altri. Significa aiutare il morente a scoprire che la forza di Dio diviene visibile nella sua crescente debolezza. Le ben note parole dell'apostolo Paolo: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i. forti» (1 Cor 1,17) assumono qui un nuovo significato, perché i deboli non sono soltanto i poveri, i disabili e i malati mentali, ma anche i morenti: tutti noi morremo un giorno. Dobbiamo credere che è anche in questa debolezza che Dio confonde i forti e rivela la vera fecondità umana. È questo il mistero della croce. Quando Gesù fu messo in croce la sua vita di- venne infinitamente feconda: qui la debolezza più grande e la forza più grande si sono incontrate. Noi possiamo partecipare a questo mistero attraverso la nostra morte. Aiutarci l'un l'altro a morire significa aiutarci l'un l'altro a reclamare fecondità nella nostra debolezza. Così il nostro morire ci rende capaci di abbracciare la nostra croce con la fiducia che ne emergerà nuova vita. Gran parte di questo diventa concreto quando siamo vicini a persone che devono venire a patti con la morte che si sta avvicinando.
Dopo l' operazione al cervello Connie ha espresso sempre un duplice desiderio: il desiderio di un «miracolo», come lo chiamava - guarire completamente ed essere in grado di riprendere una vita normale - e il desiderio di morire in pace, senza causare troppo dolore ai suoi figli e nipoti. Quando divenne chiaro che una completa guarigione era improbabile, cominciò a pensare e a parlare di più della sua morte e a come prepararvi se stessa e la sua famiglia.
Ricordo nitidamente quel che mi disse un giorno: «Non ho paura di morire. Mi sento sicura nell'amore di Dio. So che tu e tanti altri pregate per me ogni giorno e che nulla di male può accadermi. Ma mi preoccupo per i bambini». Dicendo questo, cominciò a piangere. Sapevo quanto si sentisse legata ai suoi nipotini, Charles e Sarah, e quanto l'interessasse la loro vita, la loro felicità e il loro futuro. Le chiesi: «Che cosa pensi?». Mi rispose: «Non voglio che i bambini soffrano a causa mia. Non voglio che diventino tristi e afflitti vedendomi morire. Mi hanno sempre visto come la loro forte nonna sulla quale potevano contare; non mi conoscono come una donna paralizzata, a cui cadono i capelli a causa della radioterapia. Mi preoccupo quando guardo i loro visetti e li vedo ansiosi e tristi; voglio che siano dei bambini felici, ora e dopo che me ne sarò andata». Connie non pensava a se: voleva essere sicura che avrei trovato una persona capace che prendesse il suo posto in ufficio; voleva essere sicura che la sua malattia non avrebbe interrotto la vita dei bambini e delle loro famiglie e, più di tutto, voleva che i suoi nipotini fossero bambini felici, e si preoccupava che la sua malattia e la sua morte potessero impedirlo.
Vedendo la sua pena, ho compreso più che mai quale persona straordinaria, generosa e sollecita sia Connie: si preoccupa profondamente per tutti quelli che fanno parte della sua vita; il loro benessere, le loro gioie, i loro sogni le interessano più dei propri. In questa società, dove la gente pone quasi sempre al centro se stessa, Connie è un vero raggio di luce.
E tuttavia, volevo che Connie andasse oltre le sue ansie e avesse fiducia che il suo amore per la famiglia e gli amici sarebbe stato fecondo. Volevo che si con- vincesse che l'importante non era soltanto quello che faceva o avrebbe potuto ancora fare per gli altri, ma anche - e ancora di più - ciò che viveva nella sua malattia, e come lo viveva. Volevo che giungesse a capire che, nella sua crescente dipendenza, dà più ai suoi nipotini che non nel tempo in cui poteva accompagnarli in automobile a scuola, nei negozi o sui campi di gioco. Volevo che scoprisse che i momenti in cui ha bisogno di loro sono altrettanto importanti dei momenti in cui loro hanno bisogno di lei. In realtà, nella sua malattia, è diventata la loro vera maestra. Parla loro della sua gratitudine per la vita, della sua fiducia in Dio e della sua speranza in una vita dopo la morte; mostra loro una vera riconoscenza per tutte le piccole cose che fanno per lei, e non tiene nascoste le sue lacrime e le sue paure quando non può dominarle, ma ritorna sempre al sorriso.
Connie stessa non può vedere tutta la sua bontà e il suo amore, ma io e le tante persone che le fanno visita possono farlo. Ora, nella sua crescente debolezza, lei che ha vissuto una vita così lunga e produttiva, dà ciò che non poteva dare nella sua forza: un barlume della verità che l'amore è più forte della morte. I suoi nipotini matureranno pienamente i frutti di tale verità.
Nel nostro morire diventiamo padri e madri delle generazioni che verranno. Come è stato vero questo per tante sante persone. Nella loro debolezza esse ci hanno dato la visione della grazia di Dio, e sono ancora vicine a noi: Francesco di Assisi, Martin Lutero, John Henry Newmann, Teresa di Lisieux, il Mahatma Gandhi, Thomas Merton, Giovanni XXIII, Dag Hammarskjold, Dorothy Day e tante persone che hanno fatto parte della nostra cerchia di familiari e amici. I nostri pensieri e i nostri sentimenti, le nostre parole e i nostri scritti, i nostri sogni e le nostre visioni, non sono soltanto nostri, appartengono anche ai tanti uomini e donne che sono già morti e vivono ora con noi. La vita e la morte di queste persone porta ancora frutto nella nostra vita. La loro gioia, la loro speranza, il loro coraggio, la loro apertura e fiducia non sono morti con loro,
ma continuano a fiorire nel nostro cuore e nel cuore dei tanti che sono vincolati a noi nell'amore. Queste persone hanno veramente continuato a inviarci lo Spirito di Gesù e a darci la forza di percorrere fedelmente il cammino che abbiamo intrapreso.
Anche noi dobbiamo fare in modo che la nostra morte diventi feconda nella vita di coloro che verranno dopo di noi. Senza sollecitudine per gli altri è tuttavia difficile, se non impossibile, che la nostra vita porti frutto nelle generazioni che verranno. Priva di questa sollecitudine, la nostra società ci fa credere che siamo quello che abbiamo, che facciamo o che la gente pensa di noi. Se abbiamo questa convinzione, la nostra morte è veramente la fine, perché quando moriamo ogni proprietà, successo e popolarità svaniscono. Se non ci curiamo l'uno dell'altro dimentichiamo chi siamo veramente: figli di Dio e fratelli e sorelle gli uni degli altri; e non possiamo quindi diventare padri e madri delle generazioni che verranno. Ma se formiamo questa comunità di persone sollecite possiamo ricordare 1'uno all'altro che porteremo frutto molto al di là dei pochi anni che abbiamo da vivere, e possiamo avere fiducia che coloro che vivranno molto tempo dopo che noi saremo morti riceveranno ancora i frutti dei semi che abbiamo seminato nella nostra debolezza e trovare in essi nuova forza. Come comunità di persone sollecite per gli altri possiamo inviarci a vicenda lo Spirito di Gesù, divenendo così quel popolo fecondo di Dio che abbraccia il passato, il presente e il futuro ed è una luce nelle tenebre.
I nostri pasti nella comunità di Daybreak indicano qualcosa della fecondità che nasce dalla debolezza. Nelle nostre case i pasti sono il momento alto della nostra vita quotidiana; sono come piccole celebrazioni. Si mangia il cibo lentamente, perché molti di noi non possono mangiare da soli e vanno aiutati. Le conversazioni intorno alla tavola sono semplici, perché molti di noi non possono parlare, e quelli che possono farlo non usano molte parole. Le preghiere sono sempre per gli altri; ogni persona viene menzionata per nome perché, per i disabili mentali, le altre persone sono quelle che contano veramente. Spesso vi sono candele e fiori, e in occasioni speciali vi sono striscioni e palloncini.
Ogni volta che partecipo a uno di questi pasti divento acutamente consapevole che i doni dello Spirito di Gesù ci sono dati nella debolezza. Persino quando molti di noi sperimentano una grave sofferenza fisica o psicologica, parecchi non possono fare un passo senza aiuto e alcuni hanno scarso modo di comunicare bisogni e desideri, i doni spirituali della pace, della gioia, della bontà, del perdono, della speranza e della fiducia sono abbondantemente presenti. La nostra vulnerabilità condivisa sembra essere l'atmosfera prediletta da Gesù per mostrarci il suo amore, perché non siamo certamente noi ad aver creato questi doni di amore: non sapremmo neppure da dove cominciare a farlo. Molti di noi sono già troppo preoccupati di sopravvivere, o di aiutare gli altri a sopravvivere. Come in tutte le famiglie e comunità, vi sono anche tensioni e conflitti. Eppure, sembra che intorno a questa tavola di povertà Gesù divenga possentemente presente, e invii generosamente il suo spirito.
Durante il momento della preghiera alla fine di ogni pasto diventa evidente che questi pasti a Daybreak hanno un carattere di memoriale. Noi eleviamo a Dio con gratitudine non soltanto la nostra vita, ma anche la vita di coloro di cui conosciamo le debolezze, e specialmente la vita di coloro che muoiono o sono morti. Facciamo quindi tutti parte della nostra «confraternita della debolezza».
Questi pasti commemorativi sono anche un modo di prenderci cura l'uno dell'altro e di prepararci a vicenda ad accettare la nostra vulnerabilità ultima. È poco probabile che qualcuno parlerà mai di questi nostri pasti serali come di «ultime cene», e nondimeno noi vogliamo dirci a vicenda: «Quando non sarò più qui, continuate a ricordarmi ogni volta che vi riunirete per mangiare, bere e celebrare, e in cambio io vi invierò lo Spirito di Gesù, che approfondirà e rafforzerà i legami di amore che vi tengono uniti». Ogni pasto in cui ricordiamo Gesù e coloro che sono morti in lui ci prepara anche alla nostra propria morte. Non solo, quindi, nutriamo noi stessi, ma ci nutriamo a vicenda, e diventiamo così ogni giorno un po' di più la comunità di sollecitudine reciproca alla quale apparterremo sempre.
La scelta di aver cura degli altri
Per occuparci in modo positivo dei morenti dobbiamo avere la profonda fiducia che queste persone sono amate quanto lo siamo noi, e dobbiamo rendere quest'amore visibile con la nostra presenza; dobbiamo aver fiducia che il loro morire e la loro morte rendono più profonda la loro solidarietà con la famiglia umana, e dobbiamo condurli a diventare parte della comunione dei santi; infine, dobbiamo avere fiducia che la loro morte, come la nostra, renderà feconda la loro vita per le generazioni future. Dobbiamo incoraggiarli ad abbandonare le loro paure e a sperare al di là dei confini della morte.
Assistere bene i morenti, così come morire bene, richiede una scelta. Quantunque tutti portiamo dentro di noi il dono di questa sollecitudine per gli altri, questo dono può diventare visibile soltanto quando lo scegliamo.
Siamo costantemente tentati di pensare che non abbiamo nulla o ben poco da offrire agli altri esseri umani. La loro disperazione ci spaventa, e spesso sembra meglio non essere loro vicini che esserlo senza essere capaci di cambiare qualcosa. Questo è vero specialmente in presenza di persone che si trovano di fronte alla morte. Allontanandoci dai morenti noi seppelliamo tuttavia il dono prezioso della sollecitudine che è in noi.
Ogni qualvolta reclamiamo questo dono e scegliamo di abbracciare non soltanto la nostra propria mortalità ma anche quella degli altri, possiamo diventare una vera fonte di guarigione e di speranza. Quando abbiamo il coraggio di lasciar esprimere il nostro bisogno di sollecitudine per gli altri, la nostra presenza può veramente guarire in modi che vanno al di là dei nostri sogni e delle nostre attese. Col dono della nostra sollecitudine possiamo condurre dolcemente i nostri fratelli e sorelle morenti sempre più nel profondo del cuore di Dio e dell'universo di Dio.