H.J.M.Nouwen
CASE DEL PIME IN ITALIA
IL DONO DEL COMPIMENTO    PICCOLI GRANDI LIBRI
meditazione su come morire e aiutare a morire

quinta edizione
Editrice Queriniana

Ringraziamenti

Prologo: Farsi amica la morte.

Introduzione: La grazia nascosta nell'impotenza

Parte prima Morire bene

Parte seconda Aver cura degli altri

Vicino al cuore.

Al cuore della nostra umanità

1.Siamo figli di Dio

4. Sei un figlio di Dio

2. Siamo fratelli e sorelle l'uno per l'altro

5. Siete fratelli e sorelle gli uni degli altri

3. Siamo padri e madri delle generazioni future

6. Siete padri e madri delle generazioni che verranno

Scegliere una buona morte

La scelta di aver cura degli altri
Conclusione: la grazia della risurrezione

Epilogo: La morte: una perdita e un dono

Conclusione
La grazia della risurrezione

Sono trascorse quasi tre settimane da quando ho cominciato a scrivere questo libro sul come morire bene e aver cura degli altri, e pur essendo rimasto per la maggior parte del tempo nel mio eremitaggio al terzo piano della casa di Franz e Reny, nella mia mente ho viaggiato in lungo e in largo. Sono stato con Maurice e con Connie in Canada, con Richard negli Stati Uniti e con Marina in Olanda. Ho «fatto visita» a innumerevoli persone in Europa, Asia, Africa e America Latina, che stanno morendo a causa della guerra, della fame e dell'oppressione, e ho cercato di abbracciare col cuore quelli che sono vissuti e sono morti, ma continuano a guidarmi e a ispirarmi con le loro azioni e con le loro parole.

In tutti questi ampi itinerari mentali ho cercato di riaffermare per me stesso e per gli altri che siamo figli di Dio, sorelle e fratelli gli uni degli altri e padri e madri delle generazioni future. Ho cercato di scandagliare in che senso questa identità spirituale ci offra una prospettiva non solo sul come morire bene noi stessi, ma anche sul come aver cura degli altri che stanno morendo.

Ora che me ne sto seduto alla scrivania a scrivere questa conclusione mi rendo conto dell'interrogativo che può essere sorto a chi legge queste parole: «E la risurrezione?». Mi sorprende che finora io non abbia scritto della risurrezione, ne abbia sentito il bisogno di farlo. Semplicemente, mentre scrivevo non mi pareva una questione urgente; ma il fatto che la risurrezione non si sia presentata in tutta la sua urgenza non significa che non sia importante. Al contrario, la risurrezione è più importante di ogni altra cosa che ho scritto finora, perché la risurrezione è il fondamento della fede. Scrivere sul morire e sulla morte senza menzionare la risurrezione è come scrivere di un veliero senza menzionare il vento. Sono la risurrezione di Gesù e la speranza della nostra risurrezione che mi hanno reso possibile scrivere nel modo in cui ho scritto del morire e della morte. Oso dire con l'apostolo Paolo: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? ...ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» (lCor 15,12-19).

Sembra davvero difficile avere sulla risurrezione una opinione più forte di quella che Paolo esprime con queste parole, e io voglio far mie le parole di Paolo. Eppure, io non ho scritto sulla risurrezione di Gesù e sulla nostra. Penso che la mia esitazione a scriverne sia legata alla mia convinzione che la risurrezione di Gesù è un evento nascosto. Gesù non è risorto dai morti per provare a quelli che l'avevano crocifisso che si erano sbagliati, o per confondere i suoi avversari; ne è risorto per impressionare i governanti del suo tempo o per costringere chiunque a credere. La risurrezione di Gesù è stata la piena affermazione dell'amore del Padre. Egli si è mostrato soltanto a coloro che sapevano di questo amore; si è fatto conoscere come Signore risorto soltanto al piccolo gruppo dei suoi intimi amici. Probabilmente nessun altro evento della storia umana è stato di tale importanza e nello stesso tempo così privo di ogni spettacolarità. Il mondo non ha preso nota della risurrezione di Gesù; soltanto pochi sapevano, coloro ai quali Gesù aveva scelto di mostrarsi e che egli voleva mandare ad annunciare l'amore di Dio al mondo, così come lui aveva fatto.

Per me il carattere nascosto della risurrezione di Gesù è importante. Sebbene essa sia la pietra angolare della mia fede, non è qualcosa da usare come una argomentazione, o per rassicurare la gente. In fondo, non si prende abbastanza sul serio la morte dicendo al morente: «Non aver paura. Dopo la tua morte sa- rai risuscitato come Gesù, incontrerai di nuovo tutti i tuoi amici e sarai felice per sempre alla presenza di Dio». Questo fa pensare che dopo la morte ogni cosa sarà essenzialmente la stessa, tranne che le nostre difficoltà scompariranno. E non si prende abbastanza sul serio Gesù stesso, che non visse la propria morte come se fosse poco più che un passaggio necessario a una vita migliore. Infine, non si prende abbastanza sul serio il morente che, come noi, non conosce nulla di ciò che vi è al di là di questa esistenza legata al tempo e allo spazio.

La risurrezione non risolve i nostri problemi sul morire e sulla morte. Non è il lieto fine della nostra lotta per la vita, e neppure è la grande sorpresa che Dio ha tenuto in serbo per noi. No, la risurrezione è l'espressione della fedeltà di Dio a Gesù e a tutti i figli di Dio. Attraverso la risurrezione Dio ha detto a Gesù: «Tu sei il mio diletto Figlio, e il mio amore è eterno», e ha detto a noi: «Voi siete i miei diletti figli, e il mio amore è eterno». La risurrezione è il mo- do in cui Dio ci rivela che nulla di ciò che gli appartiene andrà sprecato: ciò che appartiene a Dio non andrà mai perduto, neppure i nostri corpi mortali. La risurrezione non risponde a nessuna delle curiosità sulla vita dopo la morte, quali: come sarà? che aspetto avrà? Ma ci rivela che veramente l'amore è più forte della morte. Dopo questa rivelazione dobbiamo rimanere in silenzio, dobbiamo lasciarci alle spalle i perché, i dove, i come e i quando, e semplicemente avere fiducia.

In occasione del suo novantesimo compleanno mio padre fu intervistato da una radio olandese. L'intervistatore, dopo avergli posto molte domande sulla sua vita e sul suo lavoro, e ancora di più sull'attuale sistema fiscale in Olanda - dato che era quello l'interesse professionale di mio padre - alla fine volle sapere da mio padre cosa pensava che gli sarebbe accaduto dopo la sua morte.

Mio padre e io ascoltammo insieme il programma trasmesso una settimana dopo la registrazione. Io ero naturalmente molto curioso di sapere quale sarebbe stata la risposta di mio padre a quella domanda, e lo udii dire all'intervistatore: «Ho molto poco da dire in proposito. Non credo veramente che rivedrò mia moglie o i miei amici così come ci vediamo ora. Non ho aspettative concrete. Sì, vi è qualcos'altro, ma quando non vi è più ne lo spazio ne il tempo ogni parola su quel "qualcos'altro" non avrebbe molto senso. lo non ho paura di morire, non desidero diventare centenario. Voglio solo vivere la mia vita ora il meglio che posso e... quando morirò, bene, allora vedremo!».

Forse la fede di mio padre, così come la sua mancanza di fede, è proprio riassunta in queste parole: «Bene, allora vedremo». In queste parole il suo scetticismo e la sua fede si toccano. «Bene, allora vedremo» può significare: «Bene, è tutto per aria», o «Bene, alla fine vedremo quello che abbiamo sempre voluto vedere!». Vedremo Dio, ci vedremo l'un l'altro. Gesù lo disse chiaramente: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti ...vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv 14,1-3). Quando Gesù apparve a Maria di Magdala accanto al sepolcro vuoto, la rinviò con le parole: «Va' dai miei fratelli e di' loro: lo salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17).

Il Gesù risorto, mangiando e bevendo con i suoi amici ha rivelato che l' amore di Dio per noi, il nostro amore reciproco e il nostro amore per coloro che sono vissuti prima e vivranno dopo di noi, non è soltanto un'esperienza che trascorre rapidamente, ma una realtà eterna che trascende il tempo e lo spazio. Il Gesù risorto che mostra ai suoi amici le mani e i piedi forati e il costato trafitto, ha anche rivelato che tutto quello che abbiamo vissuto nel nostro corpo durante i nostri anni sulla terra - le nostre esperienze sia gioiose che dolorose - non cadranno semplicemente dalle nostre spalle come un mantello inutile, ma segneranno il nostro modo unico di essere con Dio e con l'altro mentre compiamo il passaggio della morte.

«Bene, allora vedremo» avrà sempre probabilmente un doppio significato. Come il padre del fanciullo epilettico che chiese a Gesù di guarire suo figlio, dovremo sempre dire: «lo credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,25). Eppure, quando teniamo lo sguardo fisso sul Signore risorto, possiamo scoprire non soltanto che l'amore è più forte della morte, ma anche che la nostra fede è più forte del nostro scetticismo.

Epilogo

La morte: una perdita e un dono

Ieri pomeriggio, proprio mentre stavo finendo di scrivere la conclusione di questo libro, Jean Vanier mi ha chiamato da Trosly, in Francia, e mi ha detto con dolcezza: «Henry, Père Thomas è morto questa mattina». pere Thomas Philippe, un sacerdote domenicano francese, era stato il padre spirituale di Jean e co-fondatore dell'Arche. Era un uomo ardente d'amore per Gesù, per Maria, la Madre di Gesù, e per tutti i «piccoli» di questo mondo. Père Thomas, che aveva ispirato il suo studente e amico Jean Vanier e lo aveva incoraggiato a lasciare il suo incarico d'insegnante a Toronto per iniziare un'esistenza accanto ai disabili, questo santo e umile sacerdote domenicano adesso era morto.

Ascoltando Jean, sentii la voce di un uomo che aveva perduto la sua guida e doveva ora continuare da solo. «Quale perdita per te! », gli dissi. Egli replicò: «Sì, una grande perdita per me e per l' Arche. ..ma anche un grande dono».

La morte di Père Thomas è davvero una perdita e un dono. Una perdita, perché tante persone, me incluso, non possono più andare a fargli visita e trovare nuova speranza solo per il fatto di essere con lui. Nel periodo più difficile della mia vita, quando feci l' esperienza di una grande angoscia e disperazione, lui era là. Molte volte attirò il mio capo sul suo petto e pregò per me senza parole, ma con un silenzio ricolmo dello spirito che disperdeva i demoni della disperazione e faceva sì che mi sciogliessi dal suo abbraccio con una nuova vitalità. Innumerevoli persone sono state disposte ad attendere ore nell'anticamera della sua stanzetta per stare con lui. Gente disperata, gente con gravi sofferenze psicologiche, gente ango- sciata per le scelte che doveva fare, gente che non sapeva come pregare, gente che non poteva credere in Dio, gente che aveva rotto i rapporti con gli altri e, di recente, gente che viveva con l'AIDS e cercava qualcuno che l'aiutasse a morire bene. Abbiamo perduto il nostro buon pastore, il nostro «bastone e vincastro» in questa valle oscura e ci chiediamo come fare ad andare avanti senza di lui.

Ma, come ha detto Jean, la morte di Père Thomas è anche un dono. Ora la sua vita può portare pienamente frutto. Père Thomas ha sofferto immensamente. Ha sofferto per la chiesa che amava tanto, specialmente quando la chiesa aveva chiuso la comunità internazionale di studenti che aveva fondato e non gli aveva più consentito di proseguire la sua opera di cappellano nell'università.

Aveva sofferto di una grande solitudine quando era venuto nel piccolo villaggio di Trosly, nel nord della Francia, per iniziare il suo ministero presso un gruppo di giovani mentalmente disabili. Aveva sofferto durante le lunghe ore passate di fronte al beato sacramento nella sua piccola cappella, chiedendosi che cosa Gesù volesse da lui. E, dopo aver avviato l'Arche insieme con Jean Vanier, spesso aveva sofferto per la sensazione di essere frainteso, e anche respinto, specialmente quando vedeva profilarsi degli sviluppi molto diversi da quelli che si aspettava. Invecchiando, entrò in una comunione ancora più profonda con Gesù sulla croce, soffrendo con lui una grande angoscia e vivendo sentimenti di abbandono.

Quando, alla fine, non poté più stare con tanta gente, si ritirò nel sud della Francia, dove visse alcuni anni ignorato dai più. Qui è morto, qualche giorno dopo che Jean gli aveva fatto visita e poche ore dopo che suo fratello, Père Marie Dominique, gli aveva dato l'Eucaristia. Questo era ieri, 4 febbraio, all'una del mattino. Come aveva detto Jean, la morte di Père Thomas non è soltanto una perdita, ma anche un dono. È la fine di una grande sofferenza e il principio di una nuova fecondità nell'Arche, nella chiesa, nella società e nel cuore dei tanti .che fanno cordoglio per la sua morte.

Quando ho cominciato a scrivere questo libro non pensavo a Père Thomas, anche se egli è stato la mia guida spirituale da quando sono venuto all'Arche. Da quando aveva lasciato Trosly viveva talmente ritirato che persino io non mi ero reso pienamente conto che non aveva ancora compiuto il passaggio finale. Ora comprendo quanto immensamente solo deve essere stato in questi ultimi anni, solo come Gesù era solo sul Golgota, «il luogo del teschio» ( Gv 19,17 ) .Ma dalla telefonata di Jean egli è con me. Egli è davvero il figlio diletto di Dio, fratello di tutti quelli che ha amato e padre dei tanti che riceveranno vita dall'udire di lui, ascoltando le sue registrazioni eleggendo i suoi libri. Ho incontrato raramente un uomo che amasse in modo così profondo e intenso. Era veramente infiammato d'amore. Amava tanto che osò dirmi: «Quando non puoi dormire la notte, pensa a me, e starai bene». Aveva una tale fiducia che lo Spirito di Gesù ardesse in lui che non diceva: «pensa a Dio», o «pensa a Gesù», o «pensa allo Spirito», ma diceva: «pensa a me». Era questo amore ardente che dava guarigione a tante persone e lo faceva tanto soffrire. Era questo amore che penetrava ogni parte del suo essere, facendo di lui una preghiera vivente: una preghiera con occhi, mani e bocca, che poteva soltanto vedere, toccare e parlare di Dio. Questo amore lo consumava, come aveva consumato Gesù, e consumandosi dava vita. Questo amore non poteva e non può morire, ma può solo continuare a crescere.

La morte di Père Thomas mi viene donata oggi per terminare questo libro. Père Thomas è stato un grande dono per Jean, per me e per tanti altri.

Ora è un dono per tutti: ora può inviare lo Spirito di Gesù a ognuno, e lo Spirito può soffiare dove e quando vuole.

Domani, sabato, lascerò Friburgo per andare in Francia. Non pensavo che sarei partito così presto - sono stato qui soltanto tre settimane - ma dopo la telefonata di Jean voglio essere a Trosly, dove il corpo di Père Thomas verrà trasportato e sepolto. Non voglio più starmene da solo nel mio appartamentino, a scrivere sul morire bene e l'aver cura dei morenti. Voglio essere con quella grande comunità di persone, poveri e ricchi, giovani e vecchi, forti e deboli, raccolte intorno al corpo dell'uomo che ha amato tanto ed è stato tanto amato. Viaggiando da Friburgo a Strasburgo, da Strasburgo a Parigi, da Parigi a Compiègne, e di lì a Trosly, penserò i miei pensieri e pregherò le mie preghiere in comunione con Moe, Rick, Marina, Connie e mio padre, ma mi sentirò specialmente vicino a Thomas Philippe, quest'uomo meraviglioso in cui lo Spirito di Gesù era così pienamente vivo e attivo. E in quella grande folla di persone che fanno cordoglio e rendono grazie spezzando insieme il pane in sua memoria, saprò come non mai che Dio è veramente amore.