CASA SAN GIUSEPPE  LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE  DIARIO

S. Ignazio di Loyola dopo aver scoperto e sperimentato a lungo il cammino di crescita spirituale ha raccolto la sua esperienza in un libretto intitolato "Esercizi spirituali per vincere se stessi e per mettere ordine nella propria vita". Nella prima annotazione che fa da introduzione al libro, ecco come S. Ignazio descrive gli esercizi da lui proposti: 
«Con il termine di esercizi spirituali si intende ogni forma di esame di coscienza, di meditazione, di contemplazione, di preghiera vocale e mentale, e di altre attività spirituali, come si dirà più avanti. Infatti come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali i diversi modi di preparare e disporre l'anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell'organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell'anima». 
Il cammino proposto da S. Ignazio si svolge in quattro settimane, il famoso "mese ignaziano". Che cosa può fare chi non riesce a trovare un mese di vacanza? Varie sono state le risposte e proposte per offrire a tutti un po' della ricchezza di tale esperienza.
Gli incontri che proponiamo sono stati tenuti per cinque sere, da lunedì 2 dicembre a venerdì 6, (dalle 21.00 alle 22.30). La condivisione tra i partecipanti è stata ricca e interessante. Non si tratta di conferenze, ma di una proposta da considerare come "esercizi spirituali". Quello che conta è la decisione personale di trovare un momento di tempo per questi "esercizi".

Agli amici di Atma o Jibon proponiamo di seguire il cammino e di farci avere le loro riflessioni usando la pagina di collegamento.

Incominciamo: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

 

 

 

LA SOLITUDINE FORNACE DI TRASFORMAZIONE

Henri J. M. Nouwen, Silenzio, solitudine, preghiera

Quando Antonio udì le parole di Gesù: «Va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21), le prese come un invito a fuggire la coartazione del suo mondo. Lasciò la famiglia, visse poveramente in una capanna al limite del villaggio e occupò il tempo nella preghiera e nei lavori manuali. Ma presto comprese che gli si chiedeva di più. Bisognava che fronteggiasse i suoi nemici, l'ira e la cupidigia, tenesse testa ai loro assalti e si trasformasse interamente in un nuovo essere. Il suo vecchio e falso io doveva morire e un nuovo io doveva nascere. Per cui egli si ritirò nella completa solitudine del deserto.

La solitudine, infatti, è la fornace della trasformazione. Senza di essa, rimaniamo vittime della nostra società, continuiamo a essere avvinti nelle illusioni del falso io. Gesù stesso entrò in questa fornace. Qui, egli fu tentato dalle tre suggestioni del mondo: essere importante - «cambio le pietre in pani» (Lc 4, 3), essere in vista - «buttati giù» (Lc 4, 9) ed essere potente - «ti darò tutti questi regni» (Lc 4, 5). Qui, proclamò Dio come l'unica fonte della sua identità («devi adorare il Signore tuo Dio e servire lui solo» [Lc 4, 8]). La solitudine è il luogo della grande lotta e del grande incontro col Dio-Amore, che offre se stesso come sostanza del nuovo io. Tutto ciò può suonare piuttosto urtante, può evocare perfino immagini di pratiche ascetiche medievali. Una volta però che si sia fatta giustizia di queste fantasie, non tarderemo ad accorgerci che abbiamo a che fare qui col santo luogo in cui ministero e spiritualità si abbracciano l'un l'altro. Questo luogo è chiamato precisamente solitudine.

Se vogliamo cogliere il significato della solitudine, 
dobbiamo innanzitutto smascherare i modi in cui l'idea di solitudine è stata distorta dal nostro mondo. Ci diciamo a vicenda che ci occorre un po' di solitudine nelle nostre vite. Quello a cui ci riferiamo in questo caso è un tempo e un luogo tutto per noi, in cui non siamo importunati dagli altri, possiamo sviluppare i nostri pensieri, esprimere le nostre insoddisfazioni, in una parola fare le nostre cose, quali che siano. Come dire che per noi la solitudine significa il più delle volte «privacy». E giungiamo all'ambigua conclusione che la solitudine è un diritto di tutti. Essa si pone così come una proprietà spirituale, per la quale possiamo concorrere sul libero mercato dei beni spirituali. Ma c'è di più. Pensiamo alla solitudine anche come a una stazione di servizio dove possiamo ricaricare le nostre batterie o anche come all'angolo del ring dove le nostre ferite sono lenite, i nostri muscoli massaggiati e il nostro coraggio rinvigorito con slogan di circostanza. In breve, concepiamo la solitudine come il posto in cui raccogliamo nuove forze per continuare a sostenere la competizione della vita. 
Ma questa non è la solitudine di Giovanni Battista, di Antonio, di Benedetto... 
La solitudine non è un luogo terapeutico privato. Piuttosto, è il
luogo della conversione
il luogo dove il vecchio io muore, 
il luogo dove si verifica la comparsa del nuovo uomo e della nuova donna. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo aver letto prova anche tu a trovare un'immagine che dica il tuo modo di vedere la solitudine e trovare il luogo della conversione.
L'autore ha proposto l'immagine della fornace...
Achille: una candela accesa
Manuela: Una barca in mare aperto
Maria: Il contadino che frequentava la chiesa del Curato D'Ars. Alla domanda del santo che gli chiedeva che cosa facesse, aveva semplicemente risposto: «Io lo guardo e Lui mi guarda».
Elena: un naufrago su un'isola deserta

Tu, quale immagine proponi?...

Ora guardiamo Gesù in croce, immagine di solitudine. 

Raccontiamo ora un'esperienza di solitudine indicando la trasformazione che ha operato in noi:
Achille: solitudine in missione... paura, fragilità... fiducia!
Manuela: quando mia zia morì, mi trovavo sola con lei... per me, ragazza ventenne, la solitudine provata fu risveglio alla vita e alla responsabilità!

.... Pensa alla tua esperienza...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ogni giorno 
dedica dedica qualche minuto alla meditazione cercando una immagine e una tua esperienza sul tema proposto. Ecco alcuni brani che possono aiutare, altri ne troverai giorno per giorno nella tua vita.

UN AIUTO A RIFLETTERE
Brani tratti da: PANE PER IL VIAGGIO, Henri J. M. Nouwen - Queriniana

LA SOLITUDINE DI GESÙ

LA COMUNIONE DELLA SOLITUDINE

DUE TIPI DI SOLITUDINE

SPAZIO PER DANZARE INSIEME

ESSERE SE STESSI

STRETTI A DIO IN SOLITUDINE

NEL SEGRETO LUOGO DI PURIFICAZIONE

CONCENTRARE LA MENTE E IL CUORE

FIDUCIA NEI FRUTTI

LA VITA NASCOSTA DI GESÙ

LA NOSTRA POVERTÀ, DIMORA DI DIO

NEL SEGRETO, LUOGO DI INTIMITÀ

PROTEGGERE IL NOSTRO NASCONDIMENTO

SCOPRIRE LA SOLITUDINE

L’ANELITO ALL’AMORE PERFETTO

L’ARIDITÀ SPIRITUALE

IL GIARDINO DELLA SOLITUDINE

Brani di autori diversi per continuare il cammino degli esercizi spirituali

NECESSITÀ E FORZA DEL SILENZIO

LA PAROLA NASCE DAL SILENZIO

IN ORANTE SILENZIO

LO SPIRITO MAESTRO DI PREGHIERA

Il desiderio della contemplazione di Dio

 

 

La solitudine di Gesù

Quando Gesù fu vicino alla morte non poté più fare l’esperienza della presenza di Dio. 
Gridò:«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo, 27, 47). Eppure con amore egli si attenne alla verità che Dio era con lui, e disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Luca 23, 46).

La solitudine della croce condusse Gesù alla risurrezione. 
Mentre invecchiamo, Gesù spesso ci invita a seguirlo in questa solitudine, la solitudine in cui Dio è troppo vicino perché ne possiamo fare l’esperienza con la limitatezza dei nostri cuori e delle nostre menti. Quando ciò accadesse, preghiamo per ricevere la grazia di poter abbandonare il nostro spirito a Dio, come fece Gesù.
(indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due tipi di solitudine

Nella vita spirituale dobbiamo fare una distinzione fra due tipi di solitudine. 
Nella prima non siamo più in contatto con Dio e ci sperimentiamo come persone che cercano ansiosamente qualcuno o qualcosa che possa darci un senso di appartenenza, di intimità, di casa. La seconda solitudine viene dall’intimità con Dio, che è più profonda e più grande di quanto i nostri sentimenti e pensieri possano afferrare.

Potremmo pensare a questi due tipi di solitudine come a due forme di cecità. 
La prima viene dall’assenza di luce, la seconda dall’eccesso di luce. 
La prima solitudine dobbiamo cercare di superarla con la fede e la speranza. La seconda dobbiamo essere pronti ad abbracciarla con amore. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Essere se stessi

Spesso vorremmo essere altrove, 
e non dove siamo, o anche diventare un altro, diversi da quello che siamo. 
Tendiamo a paragonarci continuamente agli altri e ci chiediamo perché non siamo ricchi, intelligenti, semplici, generosi o santi come loro. Questo paragone ci fa sentire colpevoli, pieni di vergogna, gelosi. È molto importante comprendere che la nostra vocazione è nascosta là dove siamo e in chi siamo. Siamo esseri umani unici, e ciascuno ha nella vita una sua chiamata da realizzare che nessun altro può adempiere, nel contesto concreto del nostro qui e ora.

Non troveremo mai la nostra vocazione cercando di figurarci se siamo meglio o peggio degli altri. Siamo abbastanza buoni per fare quello che siamo chiamati a fare. Sii te stesso. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel segreto, luogo di purificazione

Una delle ragioni per cui il nascondimento 
è un aspetto così importante della vita spirituale è che esso ci aiuta a mantenere Dio al centro. 
Nel segreto non riceviamo umane acclamazioni, ammirazione, sostegno o incoraggiamento. 
Nel segreto dobbiamo andare a Dio con i nostri dolori e le nostre gioie, 
e la fiducia che Dio ci darà quello di cui abbiamo bisogno.

Nella nostra società siamo inclini a evitare il nascondimento. 
Vogliamo essere visti e riconosciuti; vogliamo essere utili agli altri e influenzare il corso degli eventi. Ma quando raggiungiamo la popolarità e la visibilità, diventiamo rapidamente dipendenti dalla gente e dalle sue reazioni e perdiamo facilmente il contatto con Dio, la vera sorgente del nostro essere. Il segreto è il luogo della purificazione. Nel segreto troviamo il nostro vero essere. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiducia nei frutti

Apparteniamo a una generazione che vuole vedere i risultati del suo lavoro. 
Vogliamo essere produttivi e vedere con i nostri occhi che cosa abbiamo fatto. Ma non è così per il Regno di Dio. Spesso la nostra testimonianza di Dio non conduce a risultati tangibili. Gesù stesso è morto su una croce come un fallito. Non vi è un successo di cui andare orgogliosi. Pure, la fecondità della vita di Gesù va al di là di ogni misura umana. Come testimoni fedeli di Gesù, dobbiamo confidare che anche la nostra vita sarà feconda, anche se non potremo vederne i frutti. Essi potranno essere visibili soltanto per quelli che vivranno dopo di noi.

Quel che importa è quanto rettamente amiamo. 
Dio renderà fecondo il nostro amore, sia che ne vediamo o meno i frutti.  (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La nostra povertà, dimora di Dio

In che modo possiamo abbracciare la povertà come via a Dio, 
quando tutti intorno a noi vogliono diventare ricchi? La povertà ha molte forme. Dobbiamo chiederci: «Qual è la mia povertà?». È mancanza di denaro, di stabilità emotiva, di un compagno che mi ami, mancanza di garanzie, di sicurezza, di fiducia in me stesso? Ogni persona umana ha un luogo di povertà. Questo è il luogo dove Dio vuol abitare! «Beati i poveri» dice Gesù (Matteo, 5, 3). Questo significa che la nostra benedizione è nascosta nella povertà.

Siamo così inclini a nascondere la nostra povertà e a ignorarla 
che perdiamo spesso l’occasione di scoprire Dio, che vi dimora. Dobbiamo avere l’audacia di vedere la nostra povertà come la terra nella quale è nascosto il nostro tesoro!  (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proteggere il nostro nascondimento

Se la vita spirituale è davvero essenzialmente una vita nascosta, 
in che modo proteggiamo questo nascondimento in mezzo a una esistenza davvero pubblica? 
I due modi più importanti per proteggere il nostro nascondimento sono la solitudine e la povertà. La solitudine ci consente di essere soli con Dio. Qui sperimentiamo di appartenere non alla gente, neppure a quelli che ci amano e s’interessano a noi, ma a Dio e a Dio soltanto. La povertà è là dove sperimentiamo la nostra e altrui debolezza, i nostri e altrui limiti e il nostro bisogno di sostegno. Essere poveri significa essere senza successo, senza celebrità e senza potere. Ma qui Dio sceglie di mostrarci il suo amore.

La solitudine e la povertà proteggono ambedue il nostro nascondimento. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’anelito all’amore perfetto

Quando le nostre azioni derivano dall’isolamento diventano facilmente violente. 
La tragedia è che molta violenza proviene da un’esigenza di amore. Quando la nostra ricerca di amore è guidata dall’isolamento, il bacio conduce facilmente al morso, la carezza alla percossa, lo sguardo tenero allo sguardo sospettoso, l’ascolto al fraintendimento, la resa alla violenza. Il cuore umano anela all’amore: amore senza condizioni, senza limiti o restrizioni. Ma nessun essere umano è capace di offrire un tale amore, e ogni volta che lo esigiamo ci poniamo nella via della violenza.

Come possiamo vivere una vita nonviolenta? 
Dobbiamo cominciare col comprendere che il nostro cuore inquieto, anelante all’amore perfetto, può trovare quell’amore soltanto mediante la comunione con Colui che l’ha creato. 
(indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giardino della solitudine

La solitudine è il giardino dei nostri cuori che anelano all’amore. 
È il luogo dove il nostro isolamento può portare frutto. È una casa per il nostro cuore inquieto e la nostra mente ansiosa. La solitudine, legata o meno a uno spazio fisico, è essenziale per la nostra vita spirituale. Non è un luogo facile in cui stare, perché siamo così insicuri e timorosi di essere facilmente distratti da qualsiasi promessa di soddisfazione immediata. 
La solitudine non è gratificante nell’immediato, 
perché nella solitudine incontriamo i nostri demoni, i nostri vizi, i nostri sentimenti di bramosia e di rabbia, il nostro immenso bisogno di riconoscimento e di approvazione. 
Ma, se non fuggiamo, vi incontreremo anche Colui che dice: «Non temere. Io sono con te e 
ti guiderò nella valle delle tenebre».

Non stanchiamoci di tornare alla nostra solitudine. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

La comunione della solitudine

Una solitudine che incontra un’altra solitudine, è questo la comunità. 
La comunità non è il luogo dove non siamo più soli, ma è il luogo dove rispettiamo, proteggiamo e salutiamo con reverenza l’isolamento ognuno dell’altro. Quando lasciamo che il nostro isolamento ci porti alla solitudine, la nostra solitudine ci renderà capaci di rallegrarci nella solitudine degli altri. La nostra solitudine ci radica nel nostro stesso cuore. Anziché farci anelare a una compagnia che ci offra una soddisfazione immediata, la solitudine ci chiama a riconoscere il centro di noi stessi e ci rende capaci di invitare gli altri a riconoscere il proprio. Le nostre varie solitudini sono come pilastri robusti e diritti che tengono il tetto della nostra casa comune. È così che la solitudine fortifica sempre la comunità. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spazio per danzare insieme

Quando ci sentiamo soli, 
continuiamo a cercare una persona o delle persone con le quali mettere in fuga il nostro isolamento. Il nostro cuore solitario grida: «Tienimi, toccami, palpami, fa attenzione a me». Ma scopriamo ben presto che la persona che vorremmo ci togliesse al nostro isolamento non può darci quello che chiediamo. Spesso quella persona si sente oppressa dalle nostre richieste e fugge via, lasciandoci nella disperazione. Finché ci accostiamo all’altro per uscire dal nostro isolamento non potrà mai svilupparsi una relazione matura. Aggrapparsi l’uno all’altro nell’isolamento è soffocante, e alla fine diventa distruttivo. Perché l’amore sia possibile abbiamo bisogno del coraggio di lasciare che tra le persone esista uno spazio, e confidare che quello spazio ci consenta di danzare insieme.  (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stretti a Dio in solitudine

Quando entriamo nella solitudine per stare con Dio soltanto, 
scopriamo rapidamente quanto siamo dipendenti. Senza le tante distrazioni della nostra vita quotidiana, ci sentiamo ansiosi e tesi. Quando nessuno parla di noi, c’invita o ha bisogno del nostro aiuto, cominciamo a pensare di essere «nessuno». Cominciamo allora a chiederci se siamo utili, se abbiamo valore e significato. La nostra tendenza è quella di lasciare rapidamente questa paurosa solitudine e di impegnarci di nuovo nel lavoro per assicurare a noi stessi che siamo «qualcuno». Ma questa è una tentazione, perché quello che ci rende qualcuno non sono le relazioni degli altri, ma l’eterno amore di Dio per noi.

Per rivendicare la verità su noi stessi dobbiamo tenerci stretti al nostro Dio in solitudine, come a Colui che ci rende ciò che siamo.  (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

Concentrare la mente e il cuore

Come possiamo rimanere nella solitudine 
quando sentiamo la profonda sollecitazione a lasciarci distrarre dalla gente e dagli eventi? Il modo più semplice è concentrare la mente e il cuore su una parola o una immagine che ci richiama alla mente Dio. Ripetendo silenziosamente: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla», o contemplando con amore una icona di Gesù, possiamo condurre la nostra mente inquieta a un po’ di riposo e sperimentare una dolce presenza divina.

Questo non accade all’improvviso. Richiede una disciplina fedele. 
Ma quando trascorriamo qualche momento ogni giorno per stare semplicemente con Dio, 
le nostre infinite distrazioni a poco a poco scompariranno. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La vita nascosta di Gesù

La maggior parte della vita di Gesù è rimasta nascosta. 
Gesù viveva con i suoi genitori a Nazaret, «stava loro sottomesso» (Luca 2, 51) e qui 
«cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Luca 2, 52). 
Quando pensiamo a Gesù, pensiamo quasi sempre alle sue parole e ai suoi miracoli, alla sua passione, morte e risurrezione; ma non dovremmo mai dimenticare che prima di tutto Gesù ha vissuto una vita semplice e nascosta, in una piccola città, 
lontano dai grandi personaggi, dalle grandi città e dai grandi eventi. 
La vita nascosta di Gesù è molto importante per il nostro cammino spirituale. 
Se vogliamo seguire Gesù in parole e in opere al servizio del suo Regno, dobbiamo prima di tutto voler seguire Gesù nella sua semplice, non spettacolare e del tutto ordinaria vita nascosta. 
(indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel segreto, luogo d’intimità

Il nascondimento è una qualità essenziale della vita spirituale. 
La solitudine, il silenzio, la quiete, i compiti quotidiani, lo stare con persone senza grandi progetti; dormire, mangiare, lavorare, giocare senza essere differenti dagli altri, è questa la vita che Gesù ha vissuto e la vita che ci chiede di vivere. È nel segreto che noi, come Gesù, possiamo crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini» (Luca 2, 51). È nel segreto che possiamo trovare una vera intimità con Dio e un vero amore per la gente.

Anche nel suo ministero attivo Gesù ha continuato a tornare nei luoghi nascosti 
per essere solo con Dio. 
Se non abbiamo una vita nascosta con Dio, la nostra vita pubblica per Dio non può portare frutto.  (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scoprire la solitudine

Tutti gli esseri umani sono soli. 
Nessun altro sentirà in modo del tutto uguale al nostro, penserà come noi, agirà come noi. Ciascuno di noi è unico, e il nostro essere soli è l’altra faccia della nostra unicità. Il problema è se lasciamo che il nostro essere soli divenga isolamento, o se lasciamo che ci porti alla solitudine. L’isolamento è doloroso; la solitudine è piena di pace. L’isolamento ci fa aggrappare agli altri con disperazione; la solitudine ci consente di rispettare gli altri nella loro unicità e di creare la comunità.

Lasciare che il nostro essere soli si trasformi in solitudine e non in isolamento 
è una lotta che dura tutta la vita. 
Richiede delle scelte coscienti riguardo a con chi stare, che cosa studiare, come pregare, e quando chiedere consiglio. Ma delle scelte sagge ci aiuteranno a scoprire la solitudine dove il nostro cuore può crescere nell’amore.  (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’aridità spirituale

Talvolta sperimentiamo una tremenda aridità nella nostra vita spirituale: 
non sentiamo nessun desiderio di pregare, non sperimentiamo la presenza di Dio, ci annoiamo ai servizi religiosi e pensiamo persino che tutto quello che abbiamo creduto su Dio, su Gesù e sullo Spirito Santo sia poco più di un puerile racconto delle fate. È allora importante rendersi conto che la maggior parte di questi sentimenti e pensieri non sono che sentimenti e pensieri, e che lo Spirito di Dio rimane ben al di là dei nostri sentimenti e pensieri. È una grande grazia poter sperimentare la presenza di Dio nei nostri sentimenti e pensieri, ma quando non accade, questo non significa che Dio sia assente. Significa spesso che Dio ci chiama a una maggiore fedeltà. È proprio nei momenti di aridità spirituale che dobbiamo attenerci alla nostra disciplina spirituale, in modo da poter crescere in una nuova intimità con Dio. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NECESSITÀ E FORZA DEL SILENZIO 
Dietrich Bonhoeffer,
La vita comune

Caratteristica della solitudine è il silenzio, come la parola è la caratteristica della comunione. Tra silenzio e parola vi è lo stesso legame interiore e la stessa distinzione che c’è tra solitudine e comunione. L’una non può esistere senza l’altra. La giusta parola nasce dal silenzio, ed il giusto silenzio nasce dalla parola.

Tacere non significa restare muti, come parlare non significa chiacchierare. Il restare muti non crea la solitudine e il chiacchierare non crea comunione. «Tacere è sovrabbondanza, ebbrezza, sacrificio della parola. Ma il mutismo è empio, come un oggetto che è stato solo mutilato, non sacrificato... Zaccaria rimase muto, invece di rimanere in silenzio. Se avesse accettato la rivelazione, forse non sarebbe uscito dal Tempio muto, ma solo silenzioso» (Ernest Hello). La parola che crea di nuovo la comunità e la riunisce è accompagnata dal silenzio. «C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3, 7). Come nella giornata del cristiano ci sono determinate ore dedicate alla parola, specie le ore del culto e della preghiera in comune, così nella giornata devono esserci pure determinati periodi di silenzio nell’ascolto della Parola, silenzio che nasce dalla Parola. Saranno soprattutto i momenti prima e dopo l’ascolto della Parola. La Parola non raggiunge gli uomini rumorosi, ma quelli che rimangono in silenzio. Il silenzio nel tempo è il segno della santa presenza di Dio nella sua Parola.

C’è un’indifferenza, o meglio un rifiuto del silenzio perché lo si vede come disprezzo della rivelazione di Dio nella Parola. In questo caso il silenzio è inteso erroneamente come atto solenne, quasi un mistico volersi sollevare al di là della Parola. Non si riconosce più nel silenzio la sua essenziale relazione con la Parola, l’umile ammutolire del singolo davanti alla Parola di Dio. Taciamo prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola, come un bambino tace, quando entra nella stanza del padre. Taciamo dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Taciamo la mattina presto, perché Dio deve avere la prima parola, e taciamo prima di coricarci perché l’ultima parola appartiene a Dio. Taciamo solo per amore della Parola, cioè proprio per non disonorarla, ma per onorarla e riceverla come si deve. Tacere, infine, non vuol dire latro che aspettare la Parola di Dio e venire via, dopo averla ascoltata, con la sua benedizione. Ognuno per propria esperienza sa che è necessario imparare a tacere in un tempo in cui predomina il parlare; e che si tratta appunto di imparare a tacere veramente, a fare silenzio nel proprio intimo, a fermare una volta la propria lingua: questo non è altro che la naturale semplice conseguenza del silenzio spirituale. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

LA PAROLA NASCE DAL SILENZIO 
Thomas Merton,
Nessun Uomo è un’isola

Il silenzio non esiste nella nostra vita soltanto per sé. È ordinato a qualche cos’altro. Il silenzio genera la parola. Un’intera vita di silenzio è ordinata a una dichiarazione definitiva, che non può essere espressa in parole, una dichiarazione di tutto ciò per cui abbiamo vissuto.

Vita e morte, parole e silenzio, ci sono dati a causa di Cristo. In Cristo moriamo alla carne e viviamo allo spirito. In lui moriamo all’illusione e viviamo alla verità. Parliamo per confessare lui e restiamo in silenzio per meditare su di lui ed entrare più profondamente nel suo silenzio, che è in pari tempo, il silenzio della morte e della vita eterna, il silenzio della notte del venerdì santo e la pace del mattino di Pasqua. (...)

E in questo silenzio si nasconde una persona: Cristo, lui stesso nascosto così come viene proferito, nel silenzio del Padre. Se riempiamo la vita di silenzio, allora viviamo di speranza e Cristo vive in noi e dà molta consistenza alle nostre virtù. Allora, quando viene il momento, lo confessiamo apertamente davanti agli uomini e la nostra confessione ha un grande significato perché si è radicata in un profondo silenzio. Essa risveglia, nelle anime di quelli che ascoltano, il silenzio di Cristo così che anche loro diventano silenziosi, e incominciano a stupirsi e ad ascoltare. Perché hanno incominciato a scoprire il loro vero essere.

Se la nostra vita si spande al di fuori in parole inutili, non udremo mai nulla nelle profondità del nostro cuore, dove Cristo vive e parla in silenzio. Non saremo mai nulla e alla fine, quando verrà per noi il tempo di dichiarare chi e che cosa siamo, saremo trovati senza parole proprio al momento della decisione cruciale: perché avremo detto tutto e ci saremo esauriti in discorsi prima di avere qualche cosa da dire.

Vi deve essere un tempo della giornata nel quale chi fa progetti dimentica i suoi piani e agisce come se non ne avesse affatto. Vi deve essere un tempo nella giornata in cui chi deve parlare sta in assoluto silenzio e la sua mente non formula più proposizioni ed egli si chiede: avevano esse un significato?

Vi deve essere un tempo in cui l’uomo di preghiera va a pregare come se pregasse per la prima volta nella sua vita; in cui l’uomo che ha preso delle decisioni le mette da parte, come se fossero state tutte frustrate, e impara una sapienza differente: distinguendo il sole dalla luna, le stelle dall’oscurità, il mare dalla terra ferma, e il cielo notturno dal dorso di una collina.

Nel silenzio impariamo a fare distinzioni. Chi fugge il silenzio fugge anche le distinzioni; non desidera veramente troppo chiaro, preferisce la confusione.

Un uomo che ama Dio, ama necessariamente anche il silenzio, perché teme di perdere il suo vero senso di discernimento. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN ORANTE SILENZIO 
André Louf,
La voie cistercienne

Il silenzio ha una duplice maniera di imporsi a noi: Proviene dalla nostra povertà oppure sgorga da una pienezza. Spesso è necessario che il silenzio ci venga dapprima dal sentimento della nostra povertà. Ciò avviene molto semplicemente quando ci rendiamo conto di non essere ancora capaci di pronunziare la parola come si dovrebbe. Gesù si è mostrato severo nei confronti delle parole inutili pronunciate dal credente con sconsideratezza (cf. Mt 12, 36). La parola è stata data all’uomo per rendere testimonianza alla Parola di Dio e per rendere grazie e benedire Dio. Ora, le nostre parole sono diventate una delle occasioni più facili per offendere Dio e per ferire i nostri fratelli. Una certa discrezione nel parlare è il segno che ne siamo coscienti e che desideriamo sinceramente non pronunciare altre parole se non quelle che sono arrivate a maturità nel nostro cuore. Un tale silenzio proviene innanzitutto da un vuoto in noi, ma un vuoto lucidamente accettato.

Ma c’è un altro silenzio: quello che scaturisce da una pienezza che c’è in noi. Isacco il Siro scriveva: «Sforziamoci innanzitutto di tacere. Da questo nascerà in noi ciò che ci condurrà al silenzio. Che Dio ti doni allora di sentire ciò che nasce dal silenzio. Se fai così, si leverà in te una luce che non so spiegare. (...) Dall’ascesi del silenzio nasce nel cuore, con il tempo, un piacere che spinge il corpo a rimanere pazientemente nella pace. E ci vengono le lacrime abbondanti, dapprima nella sofferenza, poi nel rapimento. Il cuore allora sente ciò che discerne nel profondo della contemplazione meravigliosa».

Questo silenzio è già preghiera o, secondo il medesimo autore, «linguaggio dei secli a venire». Esso testimonia la pienezza della vita di Dio in noi, pienezza che deve rinunziare a ogni parola umana per esprimersi in maniera adeguata. Per un certo tempo, solamente le parole della Bibbia arrivano ancora ad esprimerla un po’, ma poi arriva il momento in cui solo il silenzio può rendere conto della straordinaria ricchezza che ci è dato di scoprire nel nostro cuore. È un silenzio che si impone con dolcezza e con forza nello stesso tempo, ma all’interno. La preghiera è divenuta legge a se stessa. Essa fa capire quando bisogna tacere e quando è necessario parlare. È purissima lode, e nel contempo stupefacente irradiamento. Un silenzio così non ferisce mai nessuno. Stabilisce attorno al silenzioso una zona di pace e di quiete in cui Dio è percepito come presente in maniera irresistibile. «Custodisci il tuo cuore nella pace», diceva Serafino di Sarov, « e una moltitudine attorno a te sarà salvata». (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LO SPIRITO MAESTRO DI PREGHIERA 
Patrick Jacquemont, Lo Spirito santo maestro di preghiera.

Con il dialogo di Gesù con la Samaritana, l’evangelista Giovanni annuncia il nuovo statuto della preghiera cristiana: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quello che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 21-24). In questo testo troviamo un insegnamento decisivo su ciò che costituisce l’originalità della preghiera cristiana, il cui segreto non ci viene rivelato attraverso una o l’altra delle forme tradizionali delle pratiche di preghiera. Certo, la funzione pedagogica dei luoghi, dei momenti, dei metodi rimarrà importante a causa della nostra condizione umana: ci saranno sempre per la preghiera degli spazi, dei tempi, delle scuole. Ma quando si tratta della preghiera cristiana, ciò che è fondamentale è che essa sia un culto spirituale, un culto nello Spirito. Il primo attore della preghiera non è colui che prega, bensì lo Spirito perché è lo Spirito che prega in lui, che battezza il suo atteggiamento umano, che traversa la vita dell’uomo per farne un’offerta, un «culto». In questa prospettiva, l’apprendistato della preghiera sarà innanzitutto un’educazione all’accoglienza dello Spirito santo. Si può parlare di disciplina di ascolto e di attenzione, perché una simile disciplina è necessaria alla nostra condizione umana. Ma più essenziale di questa disciplina sarà la disponibilità allo Spirito e alla sorpresa della sua presenza, perché lo Spirito soffia dove vuole: «il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 8). Questa risposta di Gesù a Nicodemo ci manifesta come la vita di fede, come la vita di preghiera, siano sempre possibili, ma sempre dipendenti dal dono dello Spirito. Ecco una cosa sempre difficile da capire per un maestro di saggezza che volesse diventare un discepolo nella preghiera. La preghiera è una realtà che sfugge ai nostri metodi, ai nostri mezzi. Si potrà anche giungere a dire che la preghiera cristiana è una preghiera che si ignora. Potremmo pensare, in effetti, di trovare un buon consiglio nel passo del vangelo in cui Gesù sembra dare un’indicazione a coloro che vogliono pregare: «Quando pregate non siate come gli ipocriti (...) Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel; segreto ti ricompenserà» (Mt 6, 5-6). In questo testo ciò su cui si insiste non è tanto il ritirarsi in disparte, quanto il pregare nel segreto. Questo «segreto» non è soltanto la solitudine e il silenzio; è lo scambio misterioso tra l’orante e il Padre, uno scambio così segreto che può sfuggire anche a colui che prega. È il dono dello Spirito che è offerto all’uomo di preghiera perché egli possa offrire la propria preghiera al Padre. Noi non siamo padroni della nostra preghiera: il padrone è lo Spirito. (indice dei brani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il desiderio della contemplazione di Dio

Dal «Proslògion» di sant'Anselmo, vescovo
(Cap. 1: Opera omnia, ed. Schmitt, Seckau-Edimburgo 12938, 1, 97-100)


Orsù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po’ i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui.


Entra nell'intimo della tua anima, escludi tutto tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, cercalo. O mio cuore, dì ora con tutto te stesso, dì ora a Dio: Cerco il tuo volto. «Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 26, 8).

Orsù dunque, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove cercherò te assente? Se poi sei dappertutto, perché mai non ti vedo presente? Ma tu certo abiti in una luce inaccessibile. E dov'è la luce inaccessibile, o come mi accosterò a essa? Chi mi condurrà, chi mi guiderà a essa si che in essa io possa vederti? Inoltre con quali segni, con quale volto ti cercherò? O Signore Dio mio, mai io ti vidi, non conosco il tuo volto.

Che cosa farà, o altissimo Signore, questo esule, che è così distante da te, ma che a te appartiene? Che cosa farà il tuo servo tormentato dall'amore per te e gettato lontano dal tuo volto? Anela a vederti e il tuo volto gli è troppo discosto. Desidera avvicinarti e la tua abitazione è inaccessibile.
Brama trovarti e non conosce la tua dimora. Si impegna a cercarti e non conosce il tuo volto. 

Signore, tu sei il mio Dio, tu sei il mio Signore e io non ti ho mai visto. Tu mi hai creato e ricreato, mi hai donato tutti i miei beni, e io ancora non ti conosco. Io sono stato creato per vederti e ancora non ho fatto ciò per cui sono stato creato.

Ma tu, Signore, fino a quando ti dimenticherai di noi, fino a quando distoglierai da noi il tuo sguardo?

Quando ci guarderai e ci esaudirai? Quando illuminerai i nostri occhi e ci mostrerai la tua faccia? Quando ti restituirai a noi?

Guarda, Signore, esaudisci, illuminaci, mostrati a noi. Ridonati a noi perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te.
Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoli e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti.
(indice dei brani)