Un nuovo missionario laico per il Pime
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Missione, un grande regalo
Giovanni Grecchi, 44 anni, si racconta.
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Giovanni Grecchi
("Missionari del Pime", Maggio 2006)
Tentare di spiegare come si diventa missionario laico del
Pime è arduo, perché è un’avventura ricca di sorprese. Il mio cammino
personale affonda le radici in una chiamata del Signore, insistente, disattesa
per lungo tempo, ma lentamente, durante gli anni, diventata realtà. Il 7 maggio
pronuncerò la promessa definitiva al Pime. Non è un arrivo, ma l’inizio di
una nuova tappa verso orizzonti ampi e affascinanti. In questo periodo ho
rivisto il mio passato: otto anni trascorsi in Brasile. Paraná, Amapá,
Amazonas: regioni, popoli e realtà diverse. Mi sono sempre occupato del
recupero di giovani a rischio. Possiedo ormai una certa esperienza sul campo,
illuminata dalla presenza costante di Dio, che mi ha sempre ispirato, guidato e
mantiene viva la volontà e l’entusiasmo.
L’incontro con i padri del Pime a Macapá nel 1999, mi ha fatto conoscere un
istituto missionario diverso e unico, confacente alla mia vocazione e
aspirazione. Ho sempre lavorato con il massimo impegno per i giovani di strada,
quelli che nessuno vuole, accettando le sfide e i pericoli che si presentavano.
Nel 2003 il Pime mi ha proposto un’esperienza alla scuola indigena São Pedro,
in piena Amazzonia, tra gli indios sateré maué. Ho accettato senza pensarci
due volte. I primi momenti li ho spesi a osservare, cercando di cogliere le
aspettative della popolazione. Aver riaperto l’infermeria della scuola in
disuso da tre anni è stata la chiave di volta che mi ha fatto accettare dalla
gente. Pian piano ho conosciuto la realtà locale, la naturale diffidenza degli
indios nei confronti dei bianchi, le varie comunità, disseminate su un
territorio molto esteso. Ho constatato che il lavoro educativo della scuola
faceva fatica ad affermarsi: scarsa motivazione degli studenti, scarsa
partecipazione delle famiglie, abbandono degli studi, e altri problemi.
Nonostante il quadro negativo c’era la volontà della popolazione a mantenere
attiva la scuola. Allora ho proposto e fatto accettare graduali cambiamenti
mettendo al centro dell’educazione dei giovani l’autostima, l’essere
orgogliosi della propria origine senza copiare modelli di vita spersonalizzanti
e distruttivi. Con il personale docente si è insistito su un’educazione che
recuperasse la tradizione e cultura locale. Con le famiglie e le comunità è
nato un maggior scambio di idee e collaborazione reciproca, per tentare di
risolvere problemi extra scolastici, che indirettamente influivano sulla scuola.
Per la prima volta, all’inizio dell’anno scolastico 2005, la scuola indigena
São Pedro ha aperto le porte alle ragazze sateré maué, rompendo una
tradizione d’esclusione, dando la precedenza ai figli delle famiglie più
povere, che non hanno alcuna possibilità di studiare, ma dotati di capacità e
volontà. Noi pensiamo al resto: mantenimento, materiale scolastico, cure
mediche, trasporto. Si è ripreso l’insegnamento del catechismo per prepararli
al battesimo, comunione, cresima, rispettando anche le altre religioni presenti.
Moltissimo rimane da fare, la nostra presenza ha acceso una speranza. La Chiesa
cattolica e il Pime hanno sempre lavorato a favore di queste comunità. Il
futuro è nelle mani di Dio, io lo ringrazio ogni giorno per il dono della vita,
della vocazione, per le cose che ho potuto realizzare, per potermi spendere per
il tempo che Lui vorrà, tra i più esclusi del mondo, con la gioia immensa di
sentirmi fratello di tutti.