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da
Piero Gheddo: PIME 1850 - 2000
150 Anni di Missione |
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Giuseppe
Macchi: la testimonianza della carità (1868-1947)
Nei
primi 31 anni i missionari di san Calocero e le suore di Maria Bambina si sono
impegnati soprattutto nell'assistenza ai più poveri: orfanotrofi, scuole,
dispensari, aiuti per la sopravvivenza e la promozione umana, educazione delle
donne, difesa contro le prepotenze dei proprietari terrieri. Lo scopo dei
missionari era di evangelizzare i non cristiani, mentre il vicario apostolico di
Calcutta, mons. Carew, li aveva mandati nel Bengala centrale per assistere gli
europei e i cattolici immigrati da altre parti dell'India: non poteva quindi
introdurli in un compito di cui egli stesso non aveva alcuna esperienza. Così
hanno dovuto farsi un'esperienza partendo da zero.
I
missionari preparavano i catechisti indigeni in una scuola adatta per loro a
Krishnagar. L' evangelizzazione era fatta attraverso la visita ai villaggi
(«moffusil»), molto faticosa per i bianchi, e l'opera dei catechisti. Il
missionario che bene rappresenta questo primo periodo della missione bengalese
è p. Giuseppe Macchi, l'uomo della carità: giunto in Bengala nel 1892, vi
lavora per 51 anni (muore nel 1947), dando il suo nome a due missioni,
Bhoborpara e, dopo il 1927, Dinajpur. P. Luigi Acerbi scrive 33
«Nel
1966 ho avuto la fortuna di percorrere la missione di Krishnagar. I padri
salesiani, succeduti a quelli del Pime nella cura di quel territorio, mi
riferivano che la gente, dopo tanti anni, conservava ancora la memoria del padre
Macchi e lo considerava un vero santo, rivolgendosi a lui nella preghiera.
Perfino alcuni indù e musulmani ricorrevano a lui invocandolo per le loro
necessità».
Macchi
era così stimato da tutti, che gli stessi giudici dei tribunali lo chiamavano
per risolvere le cause anche fra indù e musulmani. Oltre al lavoro pastorale
nel suo vasto distretto, si impegnava a liberare la povera gente dalle
vessazioni dei latifondisti e degli usurai. Fonda banche del riso e cooperative 34.
Il 1906 fu un anno terribile: carestia e terremoto devastano il Bengala, poi un
incendio a Bhoborpara distrugge le misere capanne. P. Macchi aiuta fin che può
dando tutto e poi dice: «Cosa possiamo fare ancora? Siamo poveri, non abbiamo
più nulla: abbiamo speso tutto per aiutare i colpiti dalla carestia» 35
I missionari suoi confratelli l' avevano definito «l'uomo dalle mani bucate»:
tanti soldi riceveva e altrettanti ne dava via, avendo fatto suo il motto
evangelico: «Date e vi sarà dato». Era solito dire che quanto donava
intendeva donarlo al Signore. P. Antonio Bonolo, procuratore della missione di
Dinajpur, testimonia:
«Nessuno
sa quanti soldi sono passati per le mani di mons. Macchi. Egli aiutava tutti e
si teneva in relazione con i benefattori, scriveva lettere toccanti ai suoi
amici appunto per aiutare quelli che avevano bisogno. Padri e suore nativi
furono i suoi beneficati, nessuno dei numerosi poveri che quotidianamente
venivano alla missione se ne andò disilluso dalla carità di monsignore. Egli
non sapeva quanto avesse e sovente dovevo litigare con lui, per frenare la sua
inesauribile carità. Mi chiudeva la bocca affermando che la Banca della Divina
Provvidenza non fallisce mai»
L'inizio
della letteratura cattolica in bengalese
I
missionari di san Calocero sono stati i primi a stampare libri cattolici in
bengalese. La Chiesa era presente in Bengala da secoli, fondatavi da preti
portoghesi sotto il patriarcato di Goa, ma non c'erano pubblicazioni in
bengalese, mentre i protestanti avevano inondato il Bengala con i loro libri,
opuscoli, testi liturgici e biblici.
I
primi libri (vita di Cristo e catechismo) li pubblica già nel 1859 il p. Luigi
Limana, a cui ne seguono altri anche se, per la povertà della missione, non si
riuscì ad impiantare una propria macchina tipografica, chiesta invano a Milano.
P. Marietti si è particolarmente distinto in questa produzione. Il suo primo
libro è «Sat Sakramento» (I sette sacramenti) del 1860: destinato ai
protestanti che volevano conoscere la Chiesa cattolica, rispondeva alle
obiezioni più comuni. Nel 1862 Marietti pubblica «Katholik Gitaboli» (inni
cattolici), con canti e preghiere in bengalese; l'anno dopo «Dhaner Pustok»
(libro di meditazioni), poi «Sadhu Chorito» (vite di santi) nel 1868.
Dopo
le dimissioni nel 1879, mons. Marietti (che si era stabilito a Jessore) si
dedica a preparare una «Vita del Signore Gesù Cristo» («Probhu Jisu Krister
Jibon Chorito») di 252 pagine, di grande successo: diffusa in tutto il Bengala
è adottata anche dai gesuiti di Calcutta per le loro scuole. Due anni dopo
Marietti pubblica «Prarthona Pustok» (libro delle preghiere) di 340 pagine;
nel 1892 l'opera sua più importante pubblicata: «Storia generale della
Chiesa cristiana» («Kristo Sobhar Sadharon Itihas»), in tre volumi per
complessive 734 pagine.
Santino
Taveggia: fra i santal oltre il Gange (1906)
Nuovo
vescovo di Krishnagar, dopo la morte di mons. Pozzi, è mons. Santino Taveggia,
consacrato il 4 novembre 1906 nella cattedrale di Krishnagar. Cinquant'anni dopo
la fondazione della missione bengalese, i missionari di san Calocero 37
passano il Gange e si dedicano all'apostolato fra gli aborigeni. P. Francesco
Rocca, giunto in Bengala con p. Macchi nel 1892, è l'uomo che apre le strade
verso il nord Bengala e le popolazioni tribali 38
Il
Bengala centrale comprendeva 13 distretti civili (o province), i missionari ne
avevano evangelizzati solo quattro (Krishnagar, Murshidabad, Jessore e Khulna).
Per mancanza di personale e di mezzi, non avevano potuto «passare il Gange»,
anche se l'aspirazione era quella. P. Rocca, appena arriva, è mandato a
Pakuria, sulla sponda meridionale del fiume sacro.
«Decide
di indianizzarsi, di fare suo lo spirito religioso indiano; e per avere il
prestigio dei fachiri, si fa lui stesso fachiro cristiano e indiano,
nel vestire, nel cibo, nella condotta, nel non comunicare con le basse caste.
Per circa dieci anni passa di villaggio in villaggio, pianta la sua tenda vicino
al bazar e a sera discute con quanti vengono a lui. Traduce in bengalese le
vie di San Tommaso, ma la breccia non si apre. Si parla di un solo convertito
di casta alta, che traduce anche il catechismo, ma poi non persevera. Succede a
padre Rocca quel che era successo a San Paolo: "Parli bene, ma ti
ascolteremo un'altra volta" (Atti 17). Tentativo eroico, profetico, ma
isolato e senza seguito» 39.
Alla
fine del 1901 un lebbroso cattolico di fede viva, Gabriel Topno, emigra dal
Chotanagpur (stato di Bihar in India) a Beguanbari, presso Benedwar, a nord del
Gange. Non trova nessuna comunità cattolica, i suoi contribali «mundari» sono
pagani o battisti. Incomincia a parlar loro dei cattolici e della «sola vera
Chiesa di Gesù Cristo». Una commissione di mundari vanno alla ricerca di un
prete cattolico: si rivolgono ad un gesuita della missione di Ranchi, il quale
scrive a mons. Pozzi, che incarica p. Rocca di visitare Begumbari. Il 28 gennaio
1902 Rocca attraversa in traghetto il Gange col suo carro a buoi: va da Gabriel
Topno che lo accoglie nella sua capanna e battezza cinque infanti. Padre Macchi
scrive di p. Rocca 40:
«Gli
abitanti di Begumbari, di razza mundari, ben presto si dichiararono cristiani e
costruirono una cappelletta di paglia che servì al buon padre di abitazione per
la notte, donde poi al mattino partiva per evangelizzare gli altri villaggi.
Sulle prime, non incontrò certo in tutti buona accoglienza: da qualche
villaggio fu scacciato, in altri non gli si diede neppure da sedere, in altri
gli si negò la legna per cucinare e perfino l'acqua e i commestibili. Ma egli
imperterrito continuò le sue fatiche che finirono alfine nella conversione del
villaggio santal
di Dhanjuri, dove con p. Armanasco nel 1909 ebbe la consolazione di battezzare
più di 40 adulti, i primi di quella tribù».
Dal
1902 al 1910 p. Rocca visita le regioni dove oggi ci sono le diocesi di
Dinajpur, Raishahi, Jalpaiguri (Malda) e Dumka 41,
stabilendo nel 1906
la sua sede a Saidpur, importante nodo ferroviario, anche se la maggior parte
del tempo lo passava visitando i villaggi, tanto che diceva: «La mia residenza
è la strada». Si spinge fino all'estremo nord della missione, trovandovi i
«santal» e gli «oraon», tribù aborigene meno evolute dei bengalesi, ma di
costumi semplici e più propense ad accogliere il Vangelo. Lancia un messaggio
ai confratelli di Krishnagar: «Passiamo il Gange! Nelle foreste e giungle del
nord, fra i santal e altre tribù aborigene, la messe è matura!».
«Visto
che il movimento di conversioni pareva estendersi - racconta p. Monfrini 42
-
venne nella determinazione di sollecitare da Milano l'invio di missionari
da destinarsi esclusivamente all'evangelizzazione dei santal. Nel 1910, comprato
il terreno (a Dhanjuri) ed erettivi tre capannoni coi muri di fango e il tetto
di paglia, la residenza fu pronta e i padri Edoardo Ferrario e Stefano Monfrini
vi si installarono appena arrivati dall'Italia. L'anno dopo p. Ferrario rimaneva
fra i neofiti a Dhanjuri e p. Monfrini si stabiliva a Benedwar. P. Rocca, ricco
di un ventennio di esperienza, era con l'uno o con l'altro padre a consigliare e
incoraggiare i giovani sacerdoti. Tanto a Dhanjuri che a Benedwar il movimento
di conversioni fra i santal andava sempre più accentuandosi. Nel 1913
la venuta di p. Luigi
Mellera permise l'apertura di una terza stazione a Bulakipur, dove il p.
Ferrario portò la sua residenza, affidando al nuovo missionario i suoi
cristiani di Dhanjuri».
Nel
1891 i cattolici della diocesi di Krishnagar erano 3.004 43 Nel 1906
la diocesi contava 4.600 battezzati (di cui 1.281 a Bhoborpara e vlllaggi vicini
e 950 fra Khulna e Jessore 44): vi lavoravano 8 missionari, un
fratello, 16 suore italiane, 3 scuole-orfanotrofio maschili e 3 femminili, con
un totale di 260 alunni. Nel 1916 10.019 cattolici e 1.239 catecumeni, 14
missionari 45.
La
missione fra i santal fruttuosa fin dall'inizio
Nel
1916 arriva nella missione dei santal p. Valentino Belgeri, appena in tempo per
sostituire p. Ferrario che muore all'ospedale di Calcutta il 10 luglio 1917 a 34
anni. La sciagurata guerra mondiale impedisce l' invio di missionari
dall'Italia e si deve chiudere la residenza di Bulakipur, anche perché p. Rocca
era stato chiamato in Italia nella Direzione generale dell'Istituto. Nel
dopo-guerra giungono altri missionari e nel 1923 la missione fra i santal conta
tre distretti: Benedwar, Dhanjuri, Rohanpur. In quell'anno se ne aggiunge un
quarto, Dinajpur, in cui si stabiliscono i padri Guido Margutti e Michele
Bianchi; e, fattore molto importante per la missione, le prime quattro suore di
Maria Bambina sono presenti fra i santal da ottobre a febbraio (dal 1914
venivano saltuariamente dalle loro case a sud del Gange).
«Tra
noi però le conversioni - scrive p. Angelo Rusconi 46 - non sono mai
state un fenomeno di massa, come tra gli oraon e i mundari del Chotanagpur per
opera del p. Lievens. Cause? Gli aborigeni del Bengala centrale sono immigrati,
formano piccole comunità sparse e alla mercè di indù e musulmani. Poveri di
tutto, spostano la loro abitazione secondo le possibilità del vivere
quotidiano».
I
santal sono uno dei popoli aborigeni dell'India, immigrati in Bengala dal 1000
dopo Cristo e poi portativi nel secolo scorso dagli inglesi dallo stato di Bihar
per costruire le ferrovie. Si stabilivano nelle foreste, allora vastissime,
ideali per la caccia e la pesca e con terreni fertilissimi, senza integrarsi
nella maggioranza indù o musulmana.
«Vivendo
tra i bengalesi - scrive ancora Rusconi 47 - molto più furbi e
padroni delle terre, si trovarono ad affrontare ingiustizie, oppressioni.
Peserà sempre su di loro un complesso d'inferiorità e anche un pò
d'infantilismo».
La
missione fra i santal è fruttuosa fin dall'inizio perché la Chiesa cattolica
appare loro come un porto sicuro, una difesa contro la popolazione maggioritaria
oppressiva nei loro confronti. I primi battesimi di santal sono dati nel 1909 a
Dhanjuri dal p. Francesco Rocca 48: 38 in tutto. In seguito ecco
l'incremento dei cattolici santal:
1910:
254
- 1912:1.274 - 1915: 2.335
- 1918: 3.650 -1921: 6.035
- 1924: 8.290 - 1926:
9.290
L'evangelizzazione
dei santal parte dal «moffusili», che significa «andare nei villaggi»,
fermarsi in ogni villaggio cristiano o catecumeno o interessato al
cristianesimo, incontrare le persone, la comunità, pregare assieme,
catechizzare, discutere i problemi, aiutare. Rusconi aggiunge 50:
«Oltre
al lavoro religioso c'era tutta una vasta gamma di lavoro sociale. Per difendere
i diritti degli oppressi il padre spesso andava anche nei tribunali. Allora non
c'era nessuna assistenza medica, non c'erano medicine. I malati erano assistiti
sul posto o mandati ai dispensari della missione gratuitamente. Molti villaggi
sono diventati cristiani, meravigliati di questa carità... Oltre alla grande
fede e ad un coraggio da leoni, caratteristica di questo periodo è l'iniziativa
privata, l'opera del singolo (missionario). Tempo di "carismatici"
diremmo oggi. L'idea del "lavoro in équipe" era lontana da venire,
impossibile da realizzare. Nella conversione al cattolicesimo dei santal i
nostri furono i primi ad usare la lingua santal, anche nella liturgia. P. Rocca
compose il catechismo "Dhorom reak"; p. Monfrini, con p. Belgeri,
preparò una raccolta di preghiere e di canti: "Serma Hor e Seren'
Puthi"; p. Ohert e p. Brambilla iniziarono una rivista "Dharwak"
formativa, interessante».
Per
facilitare l'educazione cristiana furono composte «jattre», come le «sacre
rappresentazioni» del nostro medioevo, come i molti «kirton» indù. Il
soggetto della rappresentazione riguardava argomenti di fede o la storia della
Chiesa, i martiri. Il popolo andava volentieri a questi teatri religiosi. Ogni
anno al centro della diocesi si radunavano grandi masse di fedeli per «corsi di
aggiornarnento», con significato anche sociale: far incontrare i santal,
rafforzare il loro senso di identità, l' amore alla propria cultura, storia,
lingua. I catechisti, anche se non molto preparati, avevano un grande spirito di
sacrificio e di zelo nel diffondere la fede: stabilivano le prime relazioni con
i villaggi pagani che mostravano interesse all' istruzione cristiana.
Molto
importanti le suore, indigene e italiane, che nella stagione buona (da ottobre a
febbraio) spendevano mesi lontane dai loro conventi, visitando i villaggi col
carro a buoi o a piedi, spesso con la malaria nel sangue. Attraverso le suore e
le donne da esse educate il messaggio cristiano giungeva nel cuore delle
famiglie e della società. Padre Rusconi afferma 51:
«Quattro
sacerdoti aborigeni erano il frutto migliore dell'apostolato fra i santal (fino
allo scoppio della Il guerra mondiale, n.d.r.). Tutto questo lavoro era però
sempre ai margini della società. In pratica, ancora una volta ai blocchi indù
e musulmani si era rinunziato».
«La
relazione di amicizia con i santal - aggiunge padre Luigi Scuccato52
- e il movirnento di conversioni divennero così impegnativi e attraenti,
che i missionari praticamente pensarono di non aver a che fare con la reale
popolazione del paese: gli indù e i musulmani. Questi, a loro volta, vedendo il
"saheb" sempre dalla parte dei tribali, si disinteressarono di lui e
l' ostacolarono».
Ferdinando
Sozzi: «Non eravamo eroi ma ci mancava poco»
Il
p. Ferdinando Sozzi, giunto in Bengala nel 1929, viene la prima volta in Italia
nel 1973 (è morto in Bengala l' 11 gennaio 1977), suscitando grande impressione
per la sua vita spirituale e la saggezza umana che testimoniava. Così diceva 53
«Il
tempo dei pionieri è stato un qualcosa di inimmaginabile. Ancora nel 1930 una
commissione medica inglese che visitava le colonie britanniche, giudicò il
Bengala la zona più malarica del mondo. I primi missionari erano veramente
uomini straordinari. A leggere oggi i resoconti dei loro viaggi alla ricerca di
tribù nuove da evangelizzare e di cristiani dispersi da confortare, si rimane
stupiti per lo spirito di sacrificio, la fede incrollabile. Facevano viaggi di
mesi, rimanevano assenti da casa senza nessun conforto in un clima micidiale,
spostandosi a piedi o su un carro a buoi, dormendo in capanne di fango col tetto
di paglia, fra gente che in grandissima maggioranza non riusciva nemmeno a
capirli...
Io
sono arrivato in Bengala nel 1929, quando già stava cominciando la seconda
fase dell'attività missionaria: il territorio era quasi tutto esplorato, alcune
comunità cristiane esistevano un po' ovunque e si incominciava ad avere qualche
mezzo di comunicazione, treno, cavallo, prime biciclette. Però anche noi non
avevamo nulla, ci sentivamo abbandonati. Quanta fede era necessaria per
resistere e con gioia, con entusiasmo! A quel tempo il lavoro missionario era
impostato sulla visita ai villaggi e la cura delle opere educative, mediche,
assistenziali. La scuola soprattutto era il cuore della missione perché
permetteva di formare persone con un minimo di istruzione, che potevano essere
utili al loro popolo e alla diffusione del messaggio cristiano...
A
quel tempo, se uno si ammalava doveva sopportare tutto sul posto: al massimo si
andava al centro della missione, a Dinajpur, dopo giornate di viaggio faticoso,
ma non era molto meglio che nei villaggi... Io lavoravo con altri tre
missionari: p. Martinelli e io siamo scampati, ma gli altri due, p. Luigi
Brambilla e p. Angelo Re, sono morti stroncati dalle febbri a 28 e 32 anni. Se
dovessi descrivere tutte le malattie che ho avuto, non finirei più: difterite,
filaria, malaria, kalajor, ernia doppia, febbre nera, appendicite, ascessi
vari... Non so come ho fatto a resistere. Io sono svenuto diverse volte per
strada, per la malaria; una volta mentre camminavo nei campi sono svenuto, poi,
quando mi sono ripreso, sono andato ancora un pò avanti e sono svenuto di
nuovo. Mi ha raccolto della buona gente... Un'altra volta mi sono svegliato in
mezzo alla foresta, di notte, ero svenuto senza accorgermene, con le gambe in su
e la testa in giù... Non so nemmeno quante volte mi hanno dato l'estrema
unzione. Resisteva solo chi aveva un cuore molto forte. C'erano dei padri che
morivano da un'ora all'altra senza che si potesse fare niente. Con la febbre
nera ad esempio, si moriva in 24 ore. L' ho presa anch'io, ma il cuore ha sempre
resistito e non mi sono mai lasciato andare. Parecchi confratelli morivano
perché "si lasciavano andare": era difficile e doloroso resistere
senza medicine, con forti dolori, nell'isolamento. Gli aborigeni, quando si
scatenavano queste epidemie, morivano come mosche, non avevano nessuna
resistenza.
C'
era anche il problema che, di fronte a queste febbri, avremmo dovuto mangiare
bene per avere energie sufficienti, invece non andavamo più in là del riso,
verdure, pesce di fiume e qualche pollo. Non c'era possibilità di avere altro
cibo: io per lunghissimi anni non sapevo più che gusto avevano il formaggio, i
salumi, il burro, la carne di manzo, l'olio d' oliva e qualsiasi altra cosa che
non crescesse sul posto. Poi i viaggi sul carro a buoi. Si facevano trenta
chilometri al giorno, al massimo. I giorni e le notti che ho passato su quel
carro senza molle! Si stava in giro mesi e bisognava, per portarsi tutto e il
catechista, andare col carro a buoi. Non per strade lastricate, ma per sentieri
polverosi o fangosi. Quando era il tempo delle piene dei fiumi con la pianura
tutta allagata, non si sapeva più nemmeno dov' era il fiume e dove il sentiero;
si rimaneva anche un giorno o due rifugiati su qualche promontorio a lasciar
passare l'acqua.
Quel
che ti faceva veramente soffrire era l' isolamento, oggi quasi del tutto
scomparso. Il vivere fra popoli primitivi che non ti capivano, con i quali ti
intendevi pressappoco solo quando parlavi di mangiare e di cose materiali...
Anche con i nostri cristiani, quanto tempo ci voleva per educarli un pò. Così
ti sentivi isolato, sprecato: tornavi a casa dopo uno o due mesi di vitaccia e
non avevi nemmeno un cane a cui raccontare le tue storie. Se ogni tanto ci
incontravamo tra confratelli, erano feste che non finivano più, si stava alzati
tutta la notte a chiacchierare. Anche se c' era solo acqua di pozzo da bere,
bastava poter parlare con uno che ti capisse.
Mi
fanno ridere quelli che oggi dicono che noi missionari eravamo colonialisti e
non rispettavamo le "culture". Nei miei primi tempi di missione non
avevamo niente, eravamo poverissimi e isolati da tutto il mondo: l'importante
era sopravvivere e aiutare la gente a sopravvivere. Una volta capitò nel mio
villaggio una commissione reale inglese per lo studio della geografia del
Bengala. Erano tre inglesi, professori di chissà dove, con qualche decina di
portatori, servi, tende, strumenti, medicine, ecc. (fu la prima volta che vidi
la birra in scatola). Si fermarono un pò nel mio villaggio e poi mi dissero:
"Qui in Bengala voi missionari siete tutti degli eroi!". La risposta
mi venne spontanea: "Proprio eroi no, ma ci manca poco ».
Dinajpur
diventa diocesi (1927), Krishnagar ai salesiani
Il
25 maggio
1927 il Papa istituisce la diocesi di Dinajpur e nomina vescovo mons. Santino
Taveggia. Nel 1928 la diocesi di Krishnagar è affidata ai salesiani di don
Bosco. Facile immaginare il dolore di mons. Taveggia nel lasciare i suoi
bengalesi di Krishnagar con i quali viveva dal 1879 (quasi mezzo secolo), come
di p. Macchi a Bhoborpara dal 1892, nell'andare a Dinajpur, dove si parlava
quasi solo santal! Si sentivano, loro come gli altri che erano a Krishnagar da
molto tempo, quasi degli esiliati.
La
divisione della missione l'aveva voluta proprio Taveggia. Il 20 luglio 1926
spiega a p Manna i motivi che l' hanno spinto a questa decisione, discussa nel
maggio 1926 con i suoi missionari:
la
grande responsabilità di evangelizzare un territorio troppo vasto e densarnente
abitato: concentrando «i nostri uomini e i nostri mezzi in una sola parte della
missione, si avrà certamente un lavoro più proficuo... Fra le due parti, noi
scegliamo la parte nord, fra gli aborigeni».
Interessante
questo fatto: il Seminario lombardo poteva tenersi la missione di Krishnagar,
già iniziata da più di 70 anni, ed offrire ad altri la seconda, dove c'era
tutto da fare. Era suo diritto. Invece compie una scelta generosa e missionaria:
va «oltre il Gange». Anche qui, come altrove, sceglie i più poveri, i più
lontani e abbandonati.
Merita
di essere raccontata l' udienza che Pio XI concede al vescovo Taveggia 55,
che lo visita col superiore generale p. Paolo Manna in una sera del novembre
1925 (quand'era ancora vescovo di Krishnagar). In anni lontani, Achille Ratti
(Pio XI) e Santino Taveggia erano stati compagni nel seminario diocesano di
Milano. Si erano sempre scritti e ogni anno mons. Ratti mandava il suo obolo al
missionario. Da quando Achille era Papa, Santino, abbandonando il «tu»
confidenziale, gli scriveva chiamandolo «Vostra Santità»; il Papa invece
rispondeva col «tu» e si firmava «tuo aff.mo Achille, Papa Pio XI».
L'accoglienza
al vescovo ed a p. Manna è cordiale, il Papa dà del «tu» a Taveggia, che
risponde con «Vostra Santità»; gli fa domande sulla sua missione, conversano
da vecchi amici. Quando si giunge al nocciolo della visita (Taveggia aveva
assoluto bisogno di soldi per la nuova diocesi di Dinaj pur), il vescovo chiede
al Papa un grosso aiuto e il Papa si dice spiacente, ma gli risponde di
passare per le vie ordinarie. Racconta padre Manna che Taveggia, carattere
forte che si era imposto di andare dal Papa con umiltà,
«non
potendone più, si alzò; si tolse la croce e la catena e consegnandole al Papa
gli disse in pretto dialetto meneghino: "La croce è tua, prenditela e vai
tu a far andare avanti la baracca". Il Papa si mise a ridere e lui pure in
dialetto disse: "Santino, adesso mi piaci, ora ti riconosco per il mio
vecchio amico. L' avevo detto al tuo superiore: se mons. Taveggia non mi dà del
tu, non prenderà nemmeno un centesimo. Hai visto che ce l' ho fatta? Beh,
prenditi tutto quello che c' è in questo cassetto. Sono dollari americani che
mi hanno dato proprio oggi"».
Al
momento della nascita (1927) la nuova diocesi di Dinaipur contava 18.329
cattolici su circa 9 milioni di abitanti, in un territorio esteso 44.949 kmq.,
comprendente lo stato indigeno di Cooch-Behar e sei distretti civili del Bengala
indiano: Dinajpur, Jalpaiguri, Rangpur, Bogra, Malda e Rajshahi. Il vescovo
Taveggia muore a Dinajpur il 2 giugno 1928, dopo 49 anni di Bengala: giunto
dall'Italia nel 1879, era vescovo di Krishnagar dal 1906; e il 13 novembre muore
di febbri malariche a Saidpur un giovane missionario, p. Luigi Brambilla, in
Bengala da quattro anni: aveva 28 anni. Il 7 febbraio 1929 il Papa nomina
vescovo mons. Giovanni Battista Anselmo, in Bengala dal 1912.
Il
primo problema che la nuova diocesi affronta è il seminario diocesano.
All'inizio il vescovo manda i suoi seminaristi (9 nel 1928) alla scuola
apostolica della vicina diocesi di Dacca; poi, nel 1929, si apre nell' episcopio
di Dinajpur il piccolo seminario e viene organizzato un centro per la
preparazione dei catechisti diretto da p. Ferdinando Sozzi. Il 15 settembre 1928
sono benedetti a Dinajpur il primo convento e orfanotrofio femminile delle suore
di Maria Bambina, che hanno seguito i missionari del Pime da Krishnagar a
Dinajpur, senza abbandonare la prima diocesi.
Dhanjuri:
lebbrosario; Jalpaiguri: missione fra gli oraon
Un'altra
importante opera della nuova diocesi è il lebbrosario di Dhanjuri. Nel 1926 il
p. Luigi Brambilla scrive: 56
«Tra
i santal la lebbra è malattia molto comune, è raro trovare un paese che non ne
sia toccato. Il problema che noi missionari ci siamo posti fin da quando
mettemmo piede nella tribù dei santal è questo: cosa possiamo fare noi per i
poveri disgraziati infetti dalla lebbra?... Qui a Dhanjuri l' idea del
lebbrosario potrebbe essere tradotta in pratica con poca difficoltà. Dhanjuri
è situata in una foresta che circonda un lago. I lebbrosi, pur vivendo un pò
isolati, potrebbero darsi alla pastorizia, alla pesca, alla caccia prediletta
dai santal».
Nel
1929, p. Giuseppe Obert, parroco di Dhanjuri, compera un bel terreno sulle
sponde del lago e non lontano dalla missione, un luogo ideale per il
lebbrosario: subito si incomincia a costruire le casette per i lebbrosi. L'
armatura in ferro con tetto di zinco, le pareti di bambù intrecciati e
intonacati con fango, il tetto della veranda di paglia. Nel 1934 arrivano le
suore di Maria Bambina «vere madri amorose dei lebbrosi» scrive p. Gerardo
Brambilla. Nel 1940 il lebbrosario di Dhanjuri ospita 42 malati.
Non
tutto il lavoro dei missionari di Dinajpur si svolgeva fra i santal delle
foreste bengalesi. Alcuni vengono mandati nelle regioni del nord, ai confini con
l'Assam, il Bhutan e il Sikkim, dove incominciano le colline che preparano il
massiccio dell'Himalaya con cime sopra i 7.000-8.000 metri. Nel distretto di
Jalpaiguri (oggi diocesi) vi sono estese piantagioni di tè. I primi missionari
nella regione sono stati quelli di san Calocero all'inizio del secolo:
Francesco
Rocca, Giuseppe Armanasco, Giuseppe Lazzaroni, che nel 1911 si ferma nella
regione e pone la sua residenza a Mal, dove vive fino al 1923. Nel 1915 scrive 57:
«ll
numero dei cattolici di questo mio distretto di Mal ascende ora a 1140 ed ho
avuto la consolazione di battezzare 28 adulti e di ricevere nella Chiesa due
protestanti convertiti; ho pure battezzato 10 figli di pagani e 81 di cattolici.
Ogni volta che visito le 25 piantagioni di tè ove si trovano i miei cristiani,
questi si confessano e si comunicano. In sei piantagioni dove i cristiani sono
un po più numerosi, cioè Dalgaor, Kumlai, Denguajar, Naia Saili, Ridak,
Sankos, i catechisti fanno scuola serale insegnando i primi rudimenti del
leggere e dello scrivere, più un pò di catechismo. Il direttore (delle
piantagioni di tè, n.d.r.) vede di buon occhio le visite del padre perché i
cristiani si diportano molto meglio da ogni punto di vista. Se si considera
l'ambiente pagano nel quale vivono e, purtroppo, il cattivo esempio della
maggior parte degli europei, non è da meravigliarsi che alcuni cristiani, buoni
e praticanti a casa loro, qui ridiventano pagani o quasi».
Dopo
la I guerra mondiale, con p. Lazzaroni vengono mandati p. Ambrogio Galbiati
(1919) e p. Adamo Grossi (1922). Nel 1923 sorge la residenza di Nagrakata e nel
1930 p. Galbiati si trasferisce a Damanpur, fondandovi un' altra residenza. Nel
1930 i cristiani nel distretto di Jalpaiguri sono 4.000, quasi tutti aborigeni
oraon e mundari; nel 1935 8.000. Il 22 febbraio 1936 il vescovo mons. G.B.
Anselmo benedice solennemente la prima vera chiesa fra gli oraon a Nagrakata. P.
Teodoro Castelli scrive:
«Degnissimo
di nota e molto consolante il fatto che alla costruzione di questa chiesa
concorsero non poco i cristiani con le loro offerte ed i catechisti che per ben
due anni rinunziarono ai loro già miseri stipendi pur di vederla finita. Non è
dunque vero che i nostri cristiani sono, come qualcuno ha detto, i cristiani
della pagnotta».
Il
piccolo «boom»
di conversioni fra i santal (1932-1940)
Dal
1929 al 1938 arrivano nella nuova diocesi di Dinajpur 19 giovani missionari (16
padri e 3 fratelli). Negli anni trenta si registra a Dinajpur un piccolo «boom
delle conversioni» tra i santal, gli oraon, i munda e altri gruppi aborigeni.
Purtroppo questo movimento è bloccato dalla II guerra mondiale, quando quasi
tutti i missionari
finiscono in campo di concentramento. Comunque, negli anni trenta si aprono
nuove residenze a Ruhea, Mariampur, Boldipukur, Khoribari, (oltre a Damanpur
nella zona di Jalpaiguri, già ricordata). Il p. Tommaso Cattaneo scrive in una
relazione del 1933 58:
«Il
movimento di conversioni tra i santal, nel senso di movimento imponente, data
dal 1932 e sorse come reazione al movimento dei sadhu, che tentarono
l'induizzazione politico-religiosa dei santal e in seguito alla loro
sconfitta».
Negli
anni venti e trenta, nonostante i tentativi di Gandhi di tenere uniti indù e
musulmani in vista dell'indipendenza, in Bengala scoppia il contrasto fra i due
gruppi religioso-sociali (che porterà nel 1947 alla divisione del Bengala fra
India e Pakistan). La lotta politica diventa lotta religiosa: in ogni festa
indù o musulmana, a Calcutta e in altre città, ci sono sommosse, lotte
accanite, scontri e accoltellamenti con numerose vittime, incendi di casupole
e capanne, nonostante la vigilanza e la repressione della polizia.
In
questo quadro nascono in Bengala due movimenti indù per conquistare gli
aborigeni all'induismo: la «Missione indù» e il «Sadhuismo» 59;
entrambi apertamente anti-cristiani, esercitano forti pressioni per
«convertire» i santal. Hanno qualche successo con gli animisti (che rimangono
come prima: invocando divinità indù e dichiarandosi indù, ricevono alcuni
benefici), ma falliscono con i cristiani: ecco allora l' odio, le minacce,
la lotta e le calunnie contro i cristiani ed i missionari. Il Sadhuismo, passato
poi a vie di fatto contro i cristiani, gli inglesi e le leggi civili, subisce
una sconfitta con l'arresto dei suoi capi e di vari militanti.
Ma
la pressione indebita contro i santai favorisce, per reazione,
il movirnento di questi verso la Chiesa. Sconfitti dalla legge, i «sadhuisti»
iniziano 60
«un'accanita
campagna contro i cristiani, prima nei giornali e poi attraverso le autorità
locali, che sono tutte indù. I latifondisti e gli strozzini di professione, gli
avvocati e quelli della polizia si uniscono ai nazionalisti e mandano le loro
accuse nientemeno che al prefetto di Rajshahi, chiedendo l'espulsione dei
missionari non solo dalla provincia di Malda, ma anche dal Bengala. Questa
bufera è durata tre mesi... Io ebbi un magistrato permanente con l'incarico di
difendere i santal e di aiutarli nei loro bisogni; gli usurai e i padroni di
terre furono e sono soggetti ad un implacabile controllo, tanto che, per evitare
mali maggiori, ora si mostrano miei amici. Di conseguenza i santal riconoscono
nel padre un amico sicuro e utile...
La
situazione attuale è questa:
1)
I «sadhu» non sono più aggressivi, non minacciano più i cristiani e un
centinaio di loro stanno imparando le orazioni e si preparano a ricevere il
battesimo.
2)
I santal pagani vedono di buon occhio il missionario, si rivolgono a lui nei
loro bisogni, promettono che si faranno cristiani, mandano i loro ragazzi alle
nostre scuole e sono contenti che questi imparino a cantare i nostri inni al
Signore.
3)
I catecumeni seri sono più di settecento: da quasi otto mesi studiano con
impegno la nostra santa religione e spero di poterli battezzare per il prossimo
Natale.
4)
I catecumeni un po' superficiali saranno un duemila: per loro ci vorrà un po'
di tempo, ma bisogna aver pazienza e pregare. I villaggi con catecumeni saranno
un centinaio.
Come
risultato pratico, mons. vescovo ha diviso il mio distretto di Rohanpur ed è
nato il nuovo distretto di Khoribari».
P.Tommaso
Cattaneo scrive nel 1934 61:
«Dietro
nostra pressione, il governo inglese ha stabilito un magistrato appositamente
per i santal, che poi si sono uniti sotto capi loro propri; si sono aggiustati i
pasticci con i padroni dei terreni, eliminate le angherie degli agenti dei
"zemindar" (latifondisti, n.d.r.); si è fatta guerra agli stregoni e
cercato di regolare i loro matrimoni... Insomma, a poco a poco i santal si sono
fatti uomini e apprezzano la nostra religione; hanno preso a considerare il
missionario come il loro solo e vero protettore, il loro padre, il loro capo».
Durante
la guerra in campo di concentramento (1940-1944)
Negli
anni trenta la missione inizia le «banche del riso», le cooperative e altre
forme di aiuto ai poveri («credit unions», ecc.). L'apostolato fra gli
aborigeni è ben avviato, ma i bengalesi indù e musulinani, che sono la
grandissima maggioranza, rimangono fuori dell'influsso dei missionari. Dopo una
visita alla missione del Bengala negli anni trenta, p. Brambilla scrive 62:
«Tra
le basse caste e i reietti della società le conversioni sono numerose... Ma tra
le persone dell'alta società bengalese sono scarsissime. Per una persona d'
alta casta il farsi cristiano richiede un coraggio e una virtù che non esito a
definire eroici. La sua conversione è ritenuta un'apostasia, un marchio
d'infamia per tutto il parentado e la sua casa. Il convertito è boicottato e
ostracizzato. Egli trova la pace e le consolazioni della vera fede, ma
socialmente si trova a disagio: dagli eurasiani non è compreso e tra gli
altri cristiani bengalesi (poveri, di bassa casta o fuori casta, n.d.r.) non
trova la società a cui era abituato. Tuttavia, grazie a Dio, dobbiamo
constatare un progresso anche tra i bengalesi, lento ma sicuro e continuo. I
cristiani bengalesi non sono molto aumentati di numero, ma tra loro si è
intensificato lo spirito di fede e la vita religiosa.
Tra
i pagani bengalesi notiamo pure un cambiamento in meglio. Molti anni addietro i
bengalesi avevano per il cristianesimo solo disprezzo. Era la religione di
europei mercanti, affaristi venuti a sfruttare l' India e quindi una religione
materialista, di gran lunga inferiore alla religione e filosofia indiana. Oggi
sono tanti i bengalesi che studiano, si confrontano, riflettono: anche il
cristianesimo è divenuto oggetto dei loro studi. E tante belle intelligenze
riconoscono il grande
valore spirituale e rigenerativo del cristianesimo. Gesù non è più il Dio
ignoto: molti bengalesi sarebbero pronti a farsi cristiani, se non fossero
trattenuti dall'idea dei grandi sacrifici che tale passo impone».
All'inizio
del 1940 la relazione di mons. G.B. Anselrno presenta per la diocesi di Dinajpur
queste statistiche 63:
|
Superficie:
45.000 kmq. Popolazione:
9.689.784 Cattolici:
32.974 Protestanti:
22.663 Stazioni
principali: 12 Stazioni
secondarie: 319 Chiese:
6 Cappelle:
340 Sacerdoti:
33 (4 indigeni) Fratelli:
4 Suore
italiane: 13
Suore indigene: 2 |
Catechisti:
340 Maestri
e maestre: 64 Scuole
elementari: 43 Alunni:
1.366 Alunne:
217 Scuole
medie:
2 Alunni:
199 Orfani:
59 Orfane:
95 Lebbrosario
con 42 lebbrosi Dispensari:
12 |
All'entrata
in guerra dell'Italia nel giugno 1940, 25 sacerdoti e due fratelli del Pime
vengono internati in campo di concentramento. Rimangono in Bengala il vescovo,
tre anziani del Pime e i quattro sacerdoti indigeni 64
Si chiudono diverse
sedi missionarie, le conversioni cessano del tutto e non pochi battezzati di
prima generazione abbandonano la fede. La grande carestia del 1942-1943, che
infuria in tutta l' India ma soprattutto in Bengala, aggrava la situazione della
missione, del tutto isolata anche dalle sue fonti italiane di aiuto.
«Complessivamente
- scrive p. Giuseppe Cavagna 65
- noi missionari del
Bengala fummo lontani dalla nostra missione tre anni e dieci mesi 66
Per quelli di
Jalpaiguri invece la prigionia fu di circa sei anni».
Nel
dopoguerra si prepara l' indipendenza dell'india e sono ancora anni di lotte
sanguinose e massacri reciproci fra indù e musulmani. Il 15 agosto 1947 gli
inglesi dichiarano L' India indipendente e questa si divide fra India e
Pakistan: occidentale (Punjab, Sind e altre regioni ai confini con
l'Afghanistan) e orientale: cioè quella parte del Bengala in cui i musulmani
erano la maggioranza.
Con
la nascita del Pakistan 67,
la diocesi di
Dinajpur è spezzata in due parti: delle otto province che la formavano, quattro
rimangono in India 68; le altre quattro costituiscono il nuovo
territorio della diocesi, quasi dimezzato rispetto all' anteguerra. Anni di
grande trepidazione e incertezza: in vari centri del Bengala, sia indiano che
pakistano, si susseguono prima polemiche fra indù e musulmani, poi scontri
aperti, incendi, saccheggi, massacri. Infine, la «grande fuga» degli indù
verso l' India e dei musulmani verso il Pakistan: milioni di uomini, donne,
bambini, anziani, che scappano e si scontrano con gli altri che vanno nella
direzione opposta! Calcoli prudenti affermano che in quella divisione fra India
e Pakistan hanno perso la vita dai sei agli otto milioni di persone!
Formazione
religiosa e umana dei tribali (1948-1960)
A
Dinajpur si riprende il lavoro ma mons. G.B. Anselmo dà le dimissioni per
motivi di salute e si ritira a lavorare nella missione di Rohanpur (dove muore
il 19 febbraio 1953). Mons. Giuseppe Obert è nominato vescovo di Dinajpur il 9
dicembre 1948 e nello stesso anno arrivano cinque nuovi missionari, tre dei
quali ancora oggi sul campo (Luigi Pinos, Cesare Pesce, Luigi Scuccato).
La
guerra ha insegnato molte cose ai missionari: anzitutto la fragilità dei
fedeli, inevitabile data la scarsa formazione ricevuta e i pochi anni di
esperienza cristiana; secondo, la debolezza dei missionari, che da un giorno
all'altro vengono portati via in blocco per anni; terzo, la constatazione, in un
periodo di grandi cambiamenti, che i santal e gli altri aborigeni non sono
preparati ad affrontare il mondo moderno: in Bengala le giungle diminuiscono e
scompaiono e i santal, se non sono formati e aiutati ad entrare nel mondo
moderno, si trovano a fare i braccianti, gli ultimi della società, sfruttati
da tutti.
Negli
anni venti e trenta la missione del Bengala si era impegnata soprattutto ad
occupare il territorio, gettando i semi evangelici a vastissimo raggio, per
raggiungere tutte le popolazioni e fondare nuove comunità di credenti. Dal 1950
cambia la strategia:
bisogna
formare i cristiani in senso evangelico ed ecclesiale, ma anche in campo
educativo-economico-sociale-politico. Altrimenti non li si aiuta davvero e non
si fonda una vera Chiesa locale. Più che il numero, conta la qualità.
«I
santal - mi diceva un confratello nel 1964
69
- imbattibili nella giungla, diventano come bambini nella vita moderna e
facilmente si lasciano imbrogliare da gente più astuta ed evoluta di loro». Un
altro diceva: «Basta che un musulmano starnuti e cento santal fuggono
terrorizzati». «Un bel mattino - aggiungeva un terzo - potremmo svegliarci e
trovarci senza più nemmeno un cristiano. Un giorno o l' altro tutti i santal
potrebbero scappare in India, qualora ci fosse un pericolo o anche solo si
diffondessero voci allarmistiche».
Qualcosa
di simile è successo nel 1950, in seguito a gesti d'intolleranza verso i
musulmani compiuti da indù e tribali.
«I
musulmani reagirono violentemente. Nella rivolta furono coinvolti non solo gli
indù rimasti nel Pakistan orientale, ma tutti i santal, gli oraon e altri
tribali: picchiati, arrestati, qualcuno ci lasciò la pelle. In un baleno tutta
la diocesi fu presa da un panico indicibile: "I musulmani ci perseguitano,
fuggiamo!". I fuggiaschi erano migliaia ed era impressionante non solo il
numero, ma la determinazione con la quale fuggivano. "Arrivati in India -
essi dicevano - scacceremo i musulmani dalle loro abitazioni e noi ne
diventeremo i padroni...".
«Diversi
furono i missionari coinvolti nella dolorosa vicenda: tra essi il p. Tommaso
Cattaneo, messo in prigione perché difendeva i poveri santal; p. Luigi Scuccato
bastonato dalla polizia perché difendeva i santal impauriti; p. Michele Bianchi
percorse a piedi lunghi chilometri per sottrarre i suoi fedeli alle minacce dei
musulmani; p. Giuseppe Cavagna faceva fronte ai bihari (musulmani immigrati
dall' India, n.d.r.) che avevano occupato tutto il territorio di Jogdol, Komai,
Lokitara, Talbona; i padri Ferdinando Sozzi e Cesare Pesce si spingevano fino a
Hili per portare la pace e impedire l'esodo travolgente... Nel 1951 la
situazione rimase ancora molto tesa per gli indù e i santal, perché dall'
India arrivavano messaggi segreti di una guerra imminente fra i due stati: se
non avessero lasciato il Pakistan ci sarebbe stata una carneficina...» 70
Ancora
nel 1950 molti santal aderiscono alla setta «Sottom Sibon Sundhoram» fondata
da un avvocato di Dinajpur, che si proponeva di creare in loro diffidenza e
avversione verso i missionari e li spingeva a fuggire in India:
«"La
religione che vi insegnano i bianchi - veniva detto loro 71
- è straniera.
Voi siete come noi, indù. La nostra religione è quella della dea Kalì. È
lei
che dovete adorare per essere protetti. La penna e i libri non fanno per voi.
Stringete in pugno l'arco e le frecce. Preparatevi alla guerra. Con l'aiuto
della dea Kalì conquisteremo il paese". Si voleva la loro fuga e si
riuscì nell'intento. Abbandonavano tutto: terre, bestiame, capanne, riso,
attrezzi di lavoro... I rifugiati che speravano la terra promessa non solo non
ebbero nè terreni nè sistemazione,
ma si videro abbandonati in preda alla fame. Nel frattempo, una moltitudine di
musulmani... vennero ad occupare i villaggi abbandonati... Quell'anno fu segnato
anche da altre disgrazie: una ostinata siccità e l'epidemia dì vaiolo».
Nonostante
questi disastri, la diocesi di Dinajpur aumenta i suoi cristiani, perché molti
pagani, scossi dai luttuosi fatti di sangue, si orientano verso la Chiesa e
chiedono il battesimo. Ecco l' impegno degli anni cinquanta e sessanta:
rafforzare la fede, la forza anche sociale ed economica dei cristiani per
renderli cittadini istruiti, maturi, convinti. I centri missionari vengono
fondati stabilmente in muratura (e non in fango e paglia), si danno ai cristiani
scuole elementari e superiori, si costruiscono pensionati, dispensari, si
organizzano corsi regolari per catechisti e corsi di cultura religiosa e di
promozione umana; in campo economico e sociale nascono scuole d' avviamento al
lavoro, cooperative agricole, iniziative di promozione della donna; in campo
giuridico, la lotta contro gli usurai e la difesa dei tribali e delle loro terre
anche in tribunale, ecc.
Nel
dopoguerra e negli anni cinquanta le conversioni non avvengono soltanto fra gli
aborigeni (santal, oraon, munda, ecc.), ma tra i bengalesi, come profetizzava il
vicario generale della diocesi di Dinajpur, p. Francesco Ghezzi: «Il
futuro quasi imminente della Chiesa bengalese sarà nelle mani dei bengalesi».
Infatti, mentre si continua il lavoro fra i tribali, alcuni missionari giunti
dall'Italia nel dopoguerra riprendono l' opera dei padri Pietro Costa e Ruggero
Bibini fra gli «harijans» indù 72
nel nord del paese: i
padri Cesare Pesce, Mario Alvigini e Antonio Mapelli, col fratello Massimo
Teruzzi (morto nel 1963 dopo essere guarito dalla lebbra). In quegli anni,
migliaia di fuori casta indù, disprezzati da tutti, sono battezzati nei
distretti di Ruhea, Thakurgaon, Ponchagor e Tetulia 73 Il movimento
continua ancor oggi fra i «khotryo» indù (vedi più avanti).
Nata
e morta la prefettura apostolica di Malda (1952-1962)
La
spaccatura fra India e Pakistan orientale nel 1947 divide la diocesi di Dinajpur
in tre parti, due delle quali in India. Nascono la diocesi di Jalpaiguri (a
nord) e la prefettura apostolica di Malda (ad ovest), nelle quali già vi erano
missionari del Pime al lavoro. L' Istituto si trova ad avere tre circoscrizioni
ecclesiastiche invece di una sola 74 A Jalpaiguri (diocesi dal 17
gennaio 1952), il primo vescovo è mons. Ambrogio Galbiati, a Malda (nella
stessa data) il prefetto apostolico mons. Adamo Grossi.
Nel
distretto civile di Malda c' erano già due padri del Pime, Arsenio Favrin ed
Ettore Bellinato, nelle missioni di Khoribari e di Rajibpur, con due sacerdoti
tribali, Lambert Kisku e Lucas Topno. Nei primi tempi i confini fra India e
Pakistan non erano sorvegliati, per cui i missionari passavano facilmente il
confine. Nel 1951 p. Favrin decide di tornare la prima volta in Italia, dopo 40
anni di India (di cui 4 in campo di concentramento). Al
suo posto mons.
Obert, vescovo di Dinajpur, manda p. Adamo Grossi che diventa prefetto
apostolico di Malda. P. Tarcisio Manfredotti racconta 75
«All'
inizio del 1952 arriviamo dall'Italia noi quattro giovani preti sprovveduti. A
Milano ci era stato detto: "Andate in Bengala e qualcuno vi dirà dove
andare". Nessuno di noi sapeva alcuna lingua oltre l' italiano. Abbastanza
fortunosamente, dopo oltre un mese di viaggio, arriviamo a Calcutta passando per
Colombo (isola di Ceylon) e capitiamo in casa dei salesiani italiani, dove ci
sistemiamo in attesa che quel "qualcuno" venga a prenderci. Dopo un
po' di giorni, arriva p. Grossi che veniva in città una volta l'anno a fare le
sue spese (circa 600 km., due giorni e mezzo di viaggio a piedi, in barca, in treno).
Trova noi e senz'altro ci recluta per la sua missione. A proposito, i quattro
eravamo: Mario Carraro, Giuseppe Guccione 76,
Luigi
Acerbi e Tarcisio Manfredotti.
Così
arriviamo a Khoribari dove passiamo la Pasqua in mezzo ai santal. Intanto p.
Grossi diventa mons. Grossi, prefetto apostolico di Malda e si stabIlisce a
Rajibpur, la missione più sviluppata con scuola elementare e media, un grande
orfanotrofio e un buon numero di cristiani. P. Bellinato era a Khoribari, ma
poco dopo anche lui va in Italia e poi viene inviato negli Stati Uniti; Favrin,
tornato in India, diventa parroco a Nuova Delhi. Restiamo noi quattro giovani
alle prese con le lingue: inglese, bengalese e soprattutto santal; con due preti
locali p. Lucas e p. Lambert (un terzo, p. George, originario del Kerala, mons.
Obert lo manda in aiuto da Dinajpur). Abbiamo riaperto (disboscando la
giungla) la missione di Alampur fondata prima della guerra da p. Angelo Del
Corno, dove sono stato mandato con un fratello indigeno di etnia oraon, Francis
Lakra, che si rivelò provvidenziale.
Intanto
il cristianesimo si diffondeva molto rapidamente soprattutto fra i santal e
altre tribù meno numerose in quei distretti. Nelle zone di Khoribari e di
Alampur le conversioni in massa di interi paesi diventavano sempre più
frequenti: sia i due di Khoribari (Carraro e Acerbi) che il sottoscritto, come
anche negli altri distretti, facevamo difficoltà a stare dietro a tutte le
insistenti richieste di istruzione religiosa e di battesimo. Da Khoribari la
missione viene spostata a Rahutara, più facilmente accessibile. Qui sorgono in
breve tempo la scuola media (diretta da p. Acerbi) e la «scuola di arti e
mestieri» nelle mani esperte di p. Carraro. La chiesa e la casa in muratura per
i padri arrivarono molto più tardi. Lo stesso successe ad Alampur dove il
terreno disponibile era già grande, ma bastava abbattere e ripulire la giungla
per ampliarlo. La scuoletta elementare fatta all'inizio venne triplicata per far
posto a tutti gli alunni.
Da
notare che agli inizi dovevamo pagare i genitori perché lasciassero venire i
figli a scuola: non erano contrari all'istruzione, ma i maschietti erano mandati
a servizio da famiglie più ricche per poter mangiare e le bambine si prendevano
cura dei fratellini più piccoli mentre la mamma lavorava nei campi. Se fossero
venuti a scuola, chi avrebbe dato loro da mangiare quando tornavano a casa? I
magri raccolti che facevano nei campi erano appena sufficienti a mantenere la
famiglie per tre o quattro mesi l'anno. Il resto del tempo era fame nera!
Molti
anni più tardi sono tornato sul posto e ho toccato con mano la grande
differenza che l'istruzione aveva operato per i santal e gli altri tribali. I
nostri bambini si erano fatti una famiglia, avevano trovato un lavoro ben
retribuito, si erano costruite belle case in muratura e i loro vecchi avevano
imparato a coltivare la terra con sistemi meno antiquati. Non solo più nessuno
sapeva cosa vuol dire "fame", ma avevano raccolti da vendere e quindi
denaro da investire in altri beni e terreni».
La
prefettura apostolica di Malda apre due nuove stazioni missionarie nel distretto
del West Dinajpur e mons. Grossi compera il terreno nella città di Malda per
spostarvi la sede della missione. Nascevano le prime vocazioni sacerdotali,
alcuni ragazzi erano gia in un seminario del vicino Bihar. Ma sul più bello,
«arrivò
imprevista la stangata, continua Manfredotti. Apprendemmo dai giomali indiani e
italiani che la nostra prefettura apostolica era presa dai gesuiti maltesi:
unendola al loro territorio, si sarebbe chiamata diocesi di Malda e Dumka 77.
Era evidente che noi dovevamo andarcene, senza nemmeno essere consultati. I
superiori ci fecero sapere che dovevamo trasferirci a Jalpaiguri. Il primo ad
andarsene fu mons. Grossi (aveva già lavorato a Jalpaiguri), noi lo seguimmo
alla spicciolata, scappando, letteralmente, di notte per non farci vedere dai
nostri cristiani, che non ci hanno mai dimenticati. A Jalpaiguri la gente e le
lingue erano del tutto diverse da quelle di Malda. Ma questa è la vita del
missionario».
Il
cammino della diocesi di Jalpaiguri (1952-1996)
Quando
dalla diocesi di Dinajpur nasce quella di Jalpaiguri (17 gennaio 1952), il nuovo
vescovo mons. Ambrogio Galbiati stabilisce la sua sede a Damanpur, mentre la
casa regionale dei missionari del Pime per il nord India è nella parrocchia di
Nagrakata con il regionale p. Amatore Artico.
Nel
periodo del vescovo Galbiati 78
si fondano nuovi
distretti missionari: oltre a Mal (fondata nel 1903), Nagrakata (1922) e
Damanpur (1927), nascono Maria Basti (1953), Dem Dima (1959), Rydak (1964) e
Siliguri (1964). Nel 1964 Jalpaiguri aveva 35.400 cattolici, 201 catechisti e 78
maestri delle 7 scuole elementari e delle 5 scuole di altro tipo.
La
diocesi aveva un certo numero di missionari italiani, specie dopo che erano
venuti i quattro da Malda (1962): i padri Giuseppe Milozzi, Messandro Perico,
Ambrogio Dell'Orto, Edoardo Tagliabue, Eugenio Petrin, Luigi Marcato, Pasquale
Persico, Teofilo Lucatello, John Thwaytes 79 Nel 1964 i sacerdoti
indiani erano sei, le suore locali sei e le straniere cinque.
Una
delle sofferenze di mons. Galbiati era quella di non essere riuscito ad ottenere
suore per la sua diocesi, eccetto quelle spagnole a Damanpur e quelle di Maria
Bambina a Nagrakata, che p. Artico vi aveva portato nel 1947, dove avevano una
scuola elementare e una superiore per ragazze tribali. Ad Alipurduar Junction,
presso Damanpur, la grande scuola superiore S. Giuseppe, fiore all'occhiello
della diocesi, costruita e diretta da p. Edoardo Tagliabue, nella quale hanno
lavorato i padri Luigi Acerbi, Tarcisio Manfredotti, Pasquale Persico e Luigi
Marcato. Padre Acerbi scrive (gennaio 1999):
«Io
ero incaricato del pensionato (circa 400 ragazzi e giovani), un lavoro molto
pesante, ma necessario poiché la maggioranza degli studenti abitavano lontani
dalla scuola e non potevano andare avanti e indietro
a piedi. Una volta i gesuiti, che lavoravano pure tra i santal in India, vennero
a visitarci e chiesero al direttore p. Edoardo Tagliabue perché noi avevamo
ogni anno buoni risultati agli esami statali e loro no. Tagliabue chiese se
avevano il pensionato per gli studenti interni. "No, dissero, perché
questo richiede un lavoro eccessivo". Tagliabue rispose: "La mancanza
di pensionato è la causa dei vostri miseri risultati. Un ragazzo non può
prepararsi agli esami di stato quando ogni giorno deve camminare parecchie ore
sotto il sole, a casa non ha un posto, a volte nemmeno un tavolino dove
studiare; e quando non ha il cibo e il letto assicurati".
Nella
nostra scuola regnavano disciplina e serietà di insegnamento. Ogni anno avevamo
sempre buoni risultati e la St. Joseph's High School era considerata una delle
migliori del Bengala. Molti dei nostri studenti, lo so perché sono ritornato
sul posto molti anni dopo, ora godono di una buona posizione sociale. Va anche
detto che la nostra scuola ha dato parecchie vocazioni sacerdotali alla diocesi.
A Damanpur c' era la scuola superiore femminile, tenuta da suore spagnole,
anch'essa famosa per i buoni risultati agli esami e concorsi statali».
Gli
ultimi missionari italiani del Pime che hanno lavorato a Jalpaiguri sono stati
p. Amatore Artico e p. Tarcisio Manfredotti a Nagrakata, tornati in Italia
all'inizio degli anni ottanta 80
p
John Thwaytes è rimasto fino al 1996 a Mal, dov'era parroco e aveva fondato una
«Boys Town» (città dei ragazzi).
Il
primo vescovo indiano di Jalpaiguri è stato mons. Francis Ekka nel 1968,
trasferito nel 1971 a Raigarh e sostituito dall' attuale vescovo mons. James
Toppo, che nel 1974 ha portato la sede episcopale nella capitale del distretto
civile Jalpaiguri. Mons. Toppo scrive (15 gennaio 1999) che la diocesi di
Jalpaiguri oggi ha circa tre milioni e mezzo di abitanti, 800.000 dei quali sono
"adivasi" (tribali) venuti dal Chotanagpur per lavorare nelle
piantagioni di tè. I cattolici sono più di 100.000,
le
parrocchie 21, i sacerdoti
locali 33 e due religiosi, le suore 160 di una dozzina di congregazioni,
comprese le missionarie dell'Immacolata (suore del Pime); gli istituti di
educazione cattolici 85.