«PASSARE IL GANGE» IN BENGALA (BANGLADESH)

da Piero Gheddo: PIME 1850 - 2000       150 Anni di Missione

I TERZI CINQUANT'ANNI

Indice

La «Novara Technical School» di Suihari (1963)

Padre Nebuloni costruisce il seminario diocesano (1962-1963)

Guerra civile in Pakistan e nascita del Bangladesh (1971)

Mariampur: come funziona l'impegno sociale della Chiesa

Luigi Pinos: la missione tra i «khotryo» indù

«Vie nuove» per annunciare Cristo in Bangladesh

Carlo Buzzi e altri: missione fuori dalle strutture

Padre Enzo Corba: prete contadino

Com'è nata la Chiesa a Rajshahi (diocesi dal 1990)

Due missionari medici in Bangladesh

Una casa di preghiera fra i musulmani a Bogra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La «Novara Technical School» di Suihari (1963)

Negli anni cinquanta un fenomeno di grandi proporzioni aiuta a ridare speranza ai cristiani: gli aiuti della Chiesa cattolica americana attraverso il CRS («Catholic Relief Service»). D'accordo con le autorità pakistane, questi aiuti vengono distribuiti, ai più poveri e senza distinzione di casta o di religione, dalle Chiese cristiane e una parte consistente tocca alla Chiesa cattolica: riso, mais, grano, fagioli, piselli, latte in polvere, burro, formaggio, oli vegetali, e poi stoffe, vestiti, attrezzi di lavoro, ecc. Una benedizione in tempi di fame.

Naturalmente, a lungo andare gli aiuti rivelano anche aspetti negativi: corruzione, accuse contro le missioni. Però sulla base di quegli aiuti nascono iniziative di sviluppo: ad esempio, la strada dal lebbrosario di Dhanjuri (allora in foresta) verso il mondo esterno (la «via lattea»>, è stata costruita dando latte in polvere in cambio di lavoro («Food for Work», cibo in cambio di lavoro) 81 Gli aiuti cessano all'inizio degli anni sessanta.

Nel 1963 nasce a Dinajpur la «Novara Technical School», per la preparazione professionale dei giovani in meccanica, motori­stica, falegnameria, carpenteria, elettricità, radiotecnica. È diven­tata una delle più stimate scuole professionali del Bangladesh. Negli anni delle prime «Campagne contro la fame nel mondo» (dopo il 1960), don Ercole Scolari, assistente diocesano dei gio­vani di Azione Cattolica, lancia l' iniziativa di un «gemellaggio» con la diocesi di Dinajpur e propone di realizzare una scuola tecnico-professionale. Nasce così a Suihari (Dinajpur) il «Novara Center», con l'aiuto delle associazioni cattoliche e delle scuole nova­resi, coinvolgendo anche la diocesi, la città e la provincia di Novara.

Un' impresa che in quasi quarant'anni ha portato in Bangladesh molti novaresi 82, volontari, notevoli somme di denaro (si possono calcolare 5-6 miliardi di lire), macchine; e a Novara studenti bengalesi, vescovi e preti locali, missionari. Il Novara Center incomincia con una scuola elementare in capannoni di bambù, a poco a poco sostituiti da costruzioni in muratura; poi nascono gli ostelli per gli studenti, gli edifici scolastici, le abitazioni di padri e suore, la chiesa, le casette per insegnanti e collaboratori, i campi da gioco, ecc. La scuola tecnica, pensata e costruita da p. Faustino Cescato e da p. Angelo Villa, è poi affidata ai fratelli del Pime: Mario Fardin ne è il primo direttore e completa il progetto; Ettore Caserini, perito meccanico, ha diretto per un ventennio la scuola di meccanica e motoristica; e poi altri fratelli del Pime e volontari italiani.

Nel 1969 i primi nove giovani ricevono il diploma in falegnameria. Otto di essi, con gli attrezzi del lavoro, ritornano ai loro vil­laggi per impiantare una loro bottega, uno rimane come istruttore nella scuola: il primo di un folto nucleo di diplomati che attual­mente formano il corpo docente interamente bengalese. Il Novara Center comprende la scuola tecnica (160 alunni), la scuola elementare (400 bambini), la scuola di economia domestica per le ragazze, la parrocchia con i suoi servizi sociali. Le continue richieste di ammissione alla «Novara School» dimostrano quanto gli alunni trovano subito un impiego (hanno poi ancora bisogno di essere seguiti e aiutati), ma richiede un continuo lavoro di aggiornamento degli insegnanti e degli strumenti. Anche in Bangladesh l'economia si diversifica e si modernizza, bisogna sempre inseguire il progresso tecnico 83

 

 

Padre Nebuloni costruisce il seminario diocesano (1962-1963)

Nel settembre 1965 la guerra tra Pakistan e India combattuta in Bengala costringe i missionari stranieri a lasciare le missioni entro 70 km dal confine con l' India: Ruhea, Thakurgaon, Dinajpur, Nijpara, Mariampur, Dhanjuri e Boldipukur sono abbandonate da preti e suore italiani. L' arcivescovo di Dhaka viene in aiuto mandando sacerdoti bengalesi a dirigere le missioni abbandonate e affida ai missionari del Pimee le sue parrocchie. Questa prova dura tre mesi, fino a Natale, ma è stata anche una grazia perché ha accelerato la formazione del clero locale.

La diocesi di Dinajpur ha dato origine alla diocesi di Rajshahi il 21 maggio 1990 affidata al clero locale bengalese, nella quale però sono rimasti diversi missionari del Pime.

Dopo mons. Giuseppe Obert, dal 1968 Dinajpur ha avuto tre vescovi bengalesi. il primo è stato mons. Michael Rozario (5 settembre 1968), diventato il 17 dicembre 1977 arcivescovo di Dhaka, la capitale del Bangladesh. Il secondo mons. Theotonius Gomes (19 dicembre 1978), trasferito nel 1996 a Dhaka come ausiliare dell'arcivescovo. Il terzo è l'attuale vescovo, mons. Moses Costa, consacrato vescovo il 6 settembre 1996.

Il seminario di Dinajpur rinasce con un certo colpevole ritardo nel dopoguerra, nonostante i sei sacerdoti già ordinati prima della guerra: le tante emergenze mettevano in secondo piano la formazione del clero locale 84. Nel 1959 giunge a Dinajpur il p. Ovidio Nebuloni: 40 anni, due lauree in scienze sacre, insegnante nel seminario teologico del Pime a Milano, p. Ovidio non ha nessuna idea di come si costruisce una casa. Incaricato di ridare vita al seminario diocesano, mentre ancora studia le lingue si butta a capofitto nella nuova avventura. Predica a tutti che il seminario è una cosa seria e va dotato di una sede moderna, adeguata, non si può tenere i ragazzi in locali di fortuna. A chi gli dice che non si possono spendere troppi soldi per educare un pò di ragazzi dei quali forse uno su cinquanta diventerà prete, Nebuloni risponde che per far capire che i sacerdoti locali sono la prirna preoccupazione del vescovo e dei missionari italiani, bisogna fare le cose bene.

Lancia appelli a parenti e amici, associazioni e fondazioni benefiche per raccogliere fondi; scrive invano agli ingegneri patentati dell'Istituto e ai costruttori famosi di altre missioni, poi decide di fare da solo. Acquista libri di ingegneria e di tecniche varie e li studia a fondo: si improvvisa progettista, architetto, ingegnere, capomastro, muratore, elettrotecnico, tubista. In tre anni costruisce a Dinajpur, con la povera manodopera locale, un bell'edificio in cemento armato a due piani, arieggiato e ben articolato nei vari blocchi, con i più moderni ritrovati in campo di serramenti e servizi. Il seminario di Dinajpur era, nel 1963 quando venne inaugu­rato, la meraviglia di quanti lo visitavano. Non avrebbe sfigurato in Italia. Nel 1964, accompagnandomi nella visita, Nebuloni mi diceva: «E se adesso qualcuno vuol darmi la Laurea honoris causa in ingegneria, me la sono meritata».

I risultati sono venuti: due sacerdoti ordinati nel 1970, due negli anni 1973,1974 e 1975, tre nel gennaio 1978 e poi un flusso regolare di nuove ordinazioni. Oggi la diocesi di Dinajpur ha 13 sacerdoti locali, quella di Rajshahi 16, altri sono andati a servizio delle diocesi di Dhaka e di Chittagong.

 

 

Guerra civile in Pakistan e nascita del Bangladesh (1971)

Il 25 marzo 1971 il Bangladesh si dichiara indipendente: comincia la guerra di liberazione e la brutale repressione da parte dell' esercito pakistano. Dopo circa nove mesi di guerra sanguinosa, il 16 di­cembre 1971 i rnilitari pakistani si arrendono: il Pakistan orientale è indipendente e diventa Bangladesh. Le testimonianze dei missionari su questa guerra civile sono drammatiche. Il p. Angelo Rusconi, missionario a Borni, scrive alla mamma nel gennaio 1972 85:

«Il genocidio (da parte dell'esercito pakistano, n.d.r.) incomincia con sincronia perfetta in diverse parti del Bengala, segno di una premeditazione ben organizzata; e si diffonde man mano nelle campagne fino a raggiungere i nostri distretti missionari, anche quelli isolati e privi di ogni importanza. Dove avanza l'esercito il popolo fugge. I villaggi vengono incendiati. Quando i militari arrivano a Dinajpur, il maggiore che comanda l'operazione trova una città del tutto deserta, ad eccezione di noi missionari e cristiani sotto la nostra protezione. Continuava a ripetere: "Impossibile! Impossibile!". Non riusciva a rendersi conto di quanto l'esercito pakistano è temuto e odiato... La missione di Bonpara si riempie di indù che fuggono. La presenza del vescovo e dei padri non serve a nulla. Il comandante di un gruppo di soldati ordina l' arresto di tutti gli uomini e i giovani indù, oltre ottanta, che si sono rifugiati nella missione: li portano via e li fucilano poco distante. Se ne salva uno solo: la pallottola gli trapassa il polmone ma non altre parti vitali e sopravvive.

Vicino a Bonpara c'è uno zuccherificio. Con tutti i permessi del comando militare, viene riaperto e comincia a lavorare. Più d'un centinaio di uomini, quasi tutti musulmani, vanno al lavoro. Un mattino arrivano i soldati, chiamano le maestranze e i dirigenti, li fanno sedere sulla sponda di uno stagno, poi scatta la mitraglia e il laghetto si riempie di sangue e di cadaveri. Ma casi del genere non sono affatto rari: questi due che ho raccontato sono capitati qui a casa mia e li conosco bene» 86.

 

Dopo fatti del genere inizia un esodo di massa verso l'India. I campi profughi indiani si riempiono: da marzo ad ottobre 1971 circa dieci milioni di bengalesi scappano in India! Nel giugno 1971 padre Angelo Canton va a visitare i campi. Altri padri lo se­guono e si installano fra i profughi per assisterli: Mario Alvigini (Islampur), Paolo Poggi e Giovanni Vanzetti (Rajibpur), Salvatore Di Serio (Rahutara). Alvigini, dopo aver assistito a scene spaventose di atrocità contro i bengalesi, racconta che il 15 aprile 1971 mentre percorre in bicicletta Thakurgaon,

«trovo tutto vuoto in un silenzio di tomba. Improvvisamente vedo la morte in faccia. Stanno entrando in città reparti dell' esercito e sparano all' impazzata con un volume di fuoco impressionante e assurdo, dato che nessuno oppone resistenza. Salto giù dalla bici e mi nascondo dietro un albero, ma le pallottole fischiano da tutte le parti. Vedo diverse persone che fuggono impazzite al fiume, corro e mi getto anch' io in acqua in una pioggia di proiettili. Nuoto con la forza della disperazione. Un ragazzetto accanto a me viene colpito e l' acqua si arrossa del suo sangue.

Arrivato all'altra sponda mi butto a terra, quei pazzi soldati fanno il tiro a segno sui fuggitivi. Non ho più scampo, vedo altri che sono usciti dall' acqua cadere colpiti. Mi butto riverso come se fossi stato colpito. Sento i fischi delle pallottole e le grida dei moribondi. Per più di mezz'ora rimango fermo come un sasso con il cuore in gola. Noi preti diciamo: "Quando stai per morire, raccomandati l' anima a Dio!". Storie! Io pensavo: se mi uccidono, pazienza, muoio; ma se mi colpiscono solo, dovrò passare lunghe ore a perdere sangue qui sulla sponda, nessuno verrà in mio aiuto, morirò dissanguato col sole che picchia... Però ogni tanto pensavo anche al buon Dio. Gli dicevo: se mi aiuti a non morire, giuro che scappo in India...».

 

L'alba della liberazione e dell'indipendenza spunta nel dicembre 1971. I milltari pakistani sono travolti dall'esercito indiano e dai «mukti babini», i «partigiani» bengalesi: si arrendono e riescono, almeno in parte, a ritornare nel Pakistan occidentale. Molti di loro, tuttavia, rimangono in Bengala con parecchi civili loro collaboratori, specie i «bihari», musulmani immigrati in Bengala dal Bibar indiano nel 1947. Le reazioni di vendetta dei bengalesi contro questi civili bihari resta una pagina oscura della «guerra di liberazione» del Bangladesh. Deprecabile anche se comprensibile, poiché i bihari, da alleati dell'oppressore pakistano, ne avevano fatte di cotte e di crude. La Chiesa durante la guerra ospitava i bengalesi per proteggerli dai pakistani e dai bihari; poi ha ospitato i civili bihari, uomini, donne, bambini, per proteggerli dai bengalesi...

Il Pime ha pagato il suo prezzo di sangue. In conseguenza dei disordini causati dalla guerra (aumento del brigantaggio), il 14 agosto 1972 è stato ucciso da una banda di ladri nella sua mis­sione di Andharkota il p. Angelo Maggioni: nato a Trezzo d'Adda (Milano), aveva 55 anni ed era in Bangladesh da 24 anni. Diverse missioni sono state saccheggiate, missionari battuti e minacciati di morte. P. Pesce ha passato brutti momenti, accusato di essere a capo della resistenza locale, lui che aveva fatto il partigiano nella recente guerra civile in Italia: è salvato all'ultimo momento da al­cuni militari; p. Gregorio Schiavi è minacciato di morte e p. Adolfo L'Imperio arrestato e minacciato di morte. Ucciso il padre Luca Marandi, unico sacerdote santal della diocesi di Dinajpur 87 P. Paolo Poggi scrive88:

«A Ruhea p. Luca è stato ucciso nel pomeriggio del 24 aprile 1971 da militari che hanno saccheggiato la casa: la pallottola gli ha trapassato la testa. Il corpo è stato ricuperato dai cristiani in una pozza di sangue... Di carattere semplice e mite, non si faceva mai pregare per il lavoro. Era in una missione difficile, Ruhea ai confini con li India. Ha voluto rimanere sul posto, in mezzo a gente poverissima e fra tante difficoltà, mentre poteva facilmente raggiungere l'India».

 

 

Mariampur: come funziona l'impegno sociale della Chiesa

La guerra di liberazione ha messo in risalto la presenza benefica della Chiesa, che continua anche nel dopoguerra, quando tornano dall'India milioni di profughi e bisogna ricostruire capanne, scuole, strade, agricoltura, ecc. Nel febbraio 1972 i vescovi di Dhaka e di Dinajpur vengono a Roma per incontrare Paolo VI e visitano gli organismi di aiuto in tutta l'Europa. Il vescovo di Dinajpur, mons. Michael Rozario, informa 89:

«In accordo col governo abbiamo varato un piano che prevede la riabilitazione di 200.000 famiglie, per una spesa complessiva di 30 milioni di dollari. Un programma concentrato in alcuni gruppi di villaggi, 50.000 famiglie per ciascuna delle quattro diocesi del paese. Gli aiuti che vogliamo dare consistono in alcuni pezzi di lamiera per famiglia (per i tetti delle capanne), cibo e assistenza medica e poi quanto è necessario per riprendere la produzione agricola: buoi e bufali, attrezzi vari, sementi, pozzi e pompe per l'irrigazione... Per la Chiesa questa è un' occasione unica per testimoniare la carità di Cristo in modo disinteressato a tutti i bengalesi».

 

Il Corr (la Caritas), nato nella Chiesa del Bengala dopo l'eccezionale inondazione del 1970 per distribuire gli aiuti, si rivela come l'organismo non governativo più efficiente e dedicato a servizio di un popolo in grandissima maggioranza non cristiano. Per il Pime si sono impegnati nel Corr, a livello diocesano e nazionale, p. Adolfo L' Imperio e p. Faustino Cescato (il Corr ha poi assunto il nome di Caritas): all' inizio con distribuzione di aiuti di emer­genza, poi con interventi di sviluppo a più lunga scadenza, impegnandosi anche a risvegliare una nuova coscienza sociale nei poveri 90.

L'azione della Chiesa non si limita alle grandi opere (ospedali, scuole tecniche e superiori, lebbrosario) o ad interventi d' emergenza, ma è basata su una rete di iniziative che partono dalle parrocchie. Ecco un esempio, uno dei tanti: Mariampur, descritta da p. Carlo Menapace. 91 Il consiglio parrocchiale ha istituito un «comitato per l'educazione» col compito di curare che tutti i bambini le bambine vadano a scuola, costruendo anche scuolette almeno fino alla terza elementare nei villaggi dei tribali che ne sono privi. Ogni villaggio deve assumersi la responsabilità della scuola:

«Per lo stipendio del maestro, il villaggio deposita in missione due quintali di riso l' anno, da cui il segretario della commissione preleva ogni mese quanto spetta all' insegnante: salario minimo, da volontariato, la metà di quanto percepisce un insegnante delle scuole governative».

Il sistema funziona. L' aiuto ai poveri deve essere anzitutto di animazione e di educazione a unirsi e diventare protagonisti del loro sviluppo. La missione provvede alla formazione degli insegnanti, all'acquisto del materiale didattico e, per alcune scuole, all' arredamento essenziale. Nel pensionato di Mariampur vivono 80 ragazzi e 40 ragazze, giudicati degni di continuare gli studi oltre le elementari. Le famiglie debbono contribuire alle spese. Una volta p. Menapace dice al papà molto povero di una ragazzina sveglia e desiderosa di continuare a studiare:

 

«"Io pago gli studi, i libri, i viaggi, i vestiti, il cibo... ma tu paga almeno il sapone e l'olio per ungersi!". Il papà abbassa gli occhi e dice: "Ma noi non ci laviamo con il sapone". Erano così poveri da non po­tersi permettere nemmeno il sapone!».

 

La commissione sociale costituita dal consiglio parrocchiale ha varie attività: dalla mediazione nelle liti non risolte nel villaggio, ai processi per salvare le terre ingiustamente espropriate, agli aiuti per liberarsi dagli usurai, la terribile piaga delle campagne bengalesi. Chi cade sotto il loro dominio non riesce più a liberarsi. Il comitato parrocchiale apposito studia caso per caso, concede prestiti al 3 % d'interesse, si impegna a pagare i debiti agli usurai portandoli se necessario in tribunale. Il contadino restituisce il prestito non più all' usuraio ma al consiglio parrocchiale. Questo tipo di lavoro sociale aiuta a creare la volontà di risparmio. Molti depositano i loro pochi soldi alla missione, che dà l'interesse delle banche: per un tribale è molto difficile conservare il denaro in casa e la banca non accetta piccoli depositi.

Il consiglio parrocchiale amministra anche un fondo per lo sviluppo e concede prestiti a basso interesse a chi vuole avviare un commercio o acquistare del bestiame o un terreno. Ma non è facile aiutare i tribali ad uscire dall'economia di sussistenza. Vari tentativi sono falliti: ad esempio, allevare anatre da uova e capre per il latte. C' è sempre il rischio di favorire l' indolenza o l' invidia se qualcuno riesce ad emergere. Sul piano sanitario, la missione svolge opera di educazione sanitaria, distribuisce medicine, cura nel dispensano parrocchiale tenuto dalle suore.

 

«I "primitivi" credono che la malattia sia causata da spiriti cattivi, che bisogna propiziarsi con sacrifici e offerte. Si deve individuare lo spirito, fargli un sacrificio e se non si indovina la prima volta - perché il malato non guarisce - occorre ripetere la trafila e le poche risorse economiche svaniscono senza risultati. La maggioranza arriva al dispensario della missione senza un soldo e già debilitata fisicamente. La suora del dispensano ha un compito delicato: assieme al corpo deve curare anche le storture della concezione religiosa animista».

 

In Bengala, fin dall'inizio del secolo i missionari si sono inte­ressati del popolo santal, pubblicando studi e letteratura cristiana in questa lingua. Vanno ricordati i padri Stefano Monfrini, Giuseppe Obert, Ferdinando Sozzi; nel dopoguerra, soprattutto p. Carlo Calanchi, giunto in Bengala nel 1956. Dopo lo studio delle lingue (bengalese e santal), dal 1958 al 1967 è stato nella parrocchia di Nijpara: ogni settimana preparava in santal, con un duplicatore a spirito, i fogli con le letture da distribuire alla domenica, componeva i responsori cantati e traduceva in santal le orazioni della messa.

Dopo un periodo in Italia (1969-1971) per il Capitolo post­conciliare, ritorna in Bangladesh, è parroco ad Andharkota e segretario della regione dell' Istituto in Bengala a Suihari: in questi anni prepara e pubblica tre volumi con le letture domenicali ed i Commenti per i tre anni liturgici (A, B, C). Dal 1980 in avanti Calanchi è a Dinajpur per il seminario: cura la traduzione in santal e la pubblicazione di un libro con un racconto sintetico della Bibbia («Nuton manusher abir bhab, Nawa manwawak upel»), scritto in bengalese da un missionario saveriano di Khulna; e pubblica cinque volumetti di meditazione sui Vangeli delle messe feriali (molto usati in seminario, noviziati, centri di formazione laicale, gruppi giovanili). Dopo tanti anni di insegnamento in seminario e nei noviziati di suore, padre Carlo ha preparato due volumi in lingua bengalese (600 pagine complessive, non ancora stampati), sulla vita spirituale e il diritto dei religiosi. Non esiste ancora un'edizione completa della Bibbia in santal.

 

 

Luigi Pinos: la missione tra i «khotryo» indù

Gli indù del Bangladesh sono circa il 12% dei 130 milioni di bangladeshi. Dopo la divisione tra India e Pakistan nel 1947, gli indù sono una piccola minoranza in un paese dominato dai loro secolari antagonisti, i musulmani. Questo ha spinto la maggior parte degli indù, soprattutto quelli benestanti e istruiti, a fuggire in India, lasciando i loro correligionari senza quadri dirigenti. Mentre in India l'appartenenza del popolo all'induismo si va rafforzando, in Bangladesh succede il contrario: l'ambiente, quasi totalmente musulmano, non favorisce la fedeltà alle pratiche religiose; il ragazzo indù che va a scuola trova i suoi compagni musul­mani che mettono in ridicolo le sue credenze e le sue divinità. Padre Luigi Pinos scrive 92:

«Tutto ciò, in diversa misura, spinge gli indù bengalesi alla ricerca di nuovi valori religiosi e di un diverso modello di vita e alcuni vengono da noi... Nell' induismo i khotryo (o kshatrya) sono la casta guerriera, cioè la più alta dopo quella dei bramim. I khotryo del nord Bengala oggi coltivano la terra e hanno perso ogni tendenza bellicosa: anzi la loro caratteristica è la timidezza. Non mangiano carne bovina né suina, non bevono alcolici, hanno un forte senso religioso e una buona moralità. Al contrario di altre caste, non vengono a noi perché considerano falso l' induismo, ma perché sono alla ricerca di un un maestro o modello di vita e l' hanno trovato in Gesù».

Il movimento dei khotryo verso la Chiesa nasce a Ruhea (nord della diocesi di Dinajpur) nel 1972-1973, dopo la guerra per l' indipendenza, quando anche i khotryo ricevevano aiuti dai missio­nari cattolici; chiedono di essere battezzati, ma p. Cesare Pesce e p. Antonio Mapelli dicono: «Incominciate a ricostruire le vostre case, coltivate i campi e riempite i vostri ventri; poi ne parleremo». Diversi khotryo vanno a farsi battezzare dai battisti, ma altri aspettano e nel 1973 p. Mapelli e p. Julian Rozario accolgono il primo convertito, Turu Chandra Roy, un medico di villaggio secondo la medicina indigena, battezzato dai battisti e deciso a farsi cattolico: è il primo apostolo fra i khotryo, ha portato loro il Vangelo in tutte le parrocchie del nord.

Nel 1976 giunge a Ruhea il p. Luigi Pinos, che si dedica ai khotryo organizzando gli incontri con i membri di questa casta: invece di andare a visitarli nei loro villaggi, li invita alla missione per incontri mensili. Nel primo incontro intervengono in 40, poi aumentano e il movimento di conversioni si estende da Ruhea alle missioni vicine. Oggi i khotryo battezzati sono circa 1.500 e centinaia i catecumeni. Il movimento è portato avanti da sacerdoti locali. Scrive p. Pinos:

 

«Dopo tanti anni di lavoro fra i nuovi convertiti, ho cambiato il sistema di catechesi. All'inizio seguivo l'esempio dei vecchi missionari, che dicevano ai catecumeni: "Vai in chiesa la domenica, impara le preghiere e il catechismo, osserva le feste comandate e poi riceverai il battesimo". Ma passando dai tribali animisti ai khotryo, ho capito che per gli indù c' è religione soltanto attraverso un "guru": l'uomo non è abbastanza grande per mettersi in contatto con Dio, ha bisogno di un guru che gli sia maestro di vita. Perciò i khotryo, appena decidono di prendere Gesù come guru, vogliono essere battezzati. Restando in attesa del battesimo per anni sembra loro di trovarsi in un limbo senza religione: soltanto quando ricevono il battesimo sentono di entrare in contatto con Dio e il guru Gesù.

Questo modo di pensare ribalta la catechesi. Il punto di maggior importanza per gli indù è di conoscere la persona di Gesù, il guru del quale vogliono essere discepoli per vivere come lui. La formazione dei catecumeni segue quindi queste priorità: Vangelo, feste liturgiche e catechismo, non viceversa. L'ultima tappa è il catechismo... Per quanto riguarda l' abbandono di determinate osservanze tipiche dell' induismo non faccio alcuna propaganda: quanto più Gesù Cristo entra nella loro vita, tanto più essi comprendono se una cosa non è più necessaria...

Qual è l'accettazione da parte dei missionari? L'esperimento lascia perplessi alcuni confratelli. C' è chi dice che finirà con il canonizzare la piaga sociale delle caste anche nel cristianesimo. Rispondo che le caste esistono anche in molte società di antichi cattolici, dove la parola di Gesù: "chi tra voi è il più grande sia servo di tutti" non è stata del tutto assorbita. Questo spirito sconfiggerà le caste.

Altri hanno l'impressione che questo essere cristiani e indù al tempo stesso, oltre che confondere, declassi in qualche modo la no­vità di vita in Cristo. Ribatto che non è il distanziare le due maniere di credere che rende genuina la conversione, bensì l' avvicinare intimamente il neofita alla persona di Gesù e alla sua Parola. Altri ancora sono contrari a queste conversioni e obiettano che la spinta di questi catecumeni non è chiara e spesso è determinata da necessità economiche e sociali, più che da una reale ricerca. E vero, ma il Signore si serve di piccole cose per incontrare il cuore dell'uomo.

Un vecchio musulmano, soppesando il sacchetto di medicine ricevute nel dispensano della missione, si è affacciato al mio studio per dirmi: "Guarda, padre, quante medicine mi hanno dato per poche taka. Se fossi andato al mercato non ne avrei acquistate neppure la metà. La tua è proprio la religione dell'amore"».

 

 

«Vie nuove» per annunciare Cristo in Bangladesh

Il 7 giugno 1988 il superiore generale p. Fernando Galbiati (1983-1989), dopo una visita ai missionari del Pime in Bangladesh, scrive loro una lettera in cui si legge fra l'altro 93

 

«La vostra comunità si è sempre distinta per la sua ricerca apostolica e per l' articolazione delle sue esperienze: le testimonianze udite nell' incontro con voi dimostrano che tale slancio è tuttora in atto. Me ne congratulo con voi che posso annoverare, senza paura di sbagliarmi, tra le comunità più vive ed attente dell' Istituto. Tutto questo naturalmente non è avvenuto e non avviene senza un prezzo: quello di una ricerca continua, di uno scontro tra visioni apostoliche e di una sana tensione comunitaria».

 

Nel Pime si è parlato molto di «vie nuove» della missione, specie dopo il «Capitolo di aggiornamento» (1971-1972), che stimolava a rivedere la pastorale missionaria 94 In Bangladesh, nel nuovo clima creato dalla guerra civile e dall'indipendenza, i missionari si interrogano sul loro apostolato. 95 Gli anni settanta e ottanta sono caratterizzati da una riflessione comunitaria e da tentativi di «vie nuove» di evangelizzazione. I dati fondamentali di partenza erano e sono questi:

1) Finora abbiamo dato quasi esclusiva attenzione ai tribali. Si sono ottenuti risultati di conversioni e di promozione umana, ma la Chiesa è ai margini della società e della cultura bengalese. Diamo l'impressione di essere una comunità religiosa straniera, formata da poveracci che si convertono per sopravvivere.

2) La maggioranza della popolazione (musulmani e indù) non è stata nemmeno sfiorata dall'annunzio evangelico. È urgente ini­ziare una pre-evangelizzazione e poi un dialogo inter-religioso 96: altrimenti si conferma la mentalità comune, che farsi cristiani vuol dire scendere al livello degli aborigeni!

3) Per far crescere la Chiesa locale, i missionari debbono ritirarsi dai posti di responsabilità nella comunità cristiana e tentare «vie nuove» di presenza, di annunzio, di dialogo fra i non cristiani, specie in ambienti culturali e religiosi della maggioranza bengalese.

Non è possibile dare conto di tutti i fermenti ed i tentativi compiuti negli ultimi trent' anni dai missionari del Pime in Bangladesh. Basta qualche cenno per dare l'idea di quanto vario e complesso sia il panorama, nel quale non bisogna cercare «i risul­tati» in termini di conversioni.

P. Arturo Speziale, prima di partire per l'India nel 1972 aveva studiato negli Stati Uniti filosofie e religioni dell'Asia. È rimasto in India fino al 1978 frequentando l' università di Calcutta e scrivendo una tesi sui valori etici e religiosi dell'India antica. 97 Poi in Bangladesh ha vissuto a Narikelbari in una zona indù della diocesi di Chittagong, praticando attività di sviluppo e il dialogo con i «nomosudra» (popolo di bassa casta), attraverso assemblee durante le quali si leggevano la Bibbia e i testi sacri dell' induismo. Esperienza positiva sul piano del contatto umano e dell'esperienza concreta dei valori indù nel popolo (tolleranza, pazienza, tensione verso le realtà spiri­tuali, non violenza), ma scioccante nel senso di aver toccato con mano l' impenetrabilità del sistema castale e dei suoi tabù, che rendono difficile l' annunzio evangelico di fraternità universale. Padre Arturo afferma 98:

«Molte volte ho pensato di prendere la via del "guru", di un maestro dello spirito a servizio sia dei cristiani che degli indù e di legarmi meno ai problemi sociali. Una tensione che ho sempre sentito, ma che non ha prevalso per tanti motivi. Per sé tutti i sacerdoti sono dei guru, ma non nel senso inteso dagli indù. Sarebbe bene che alcuni di loro, e anche dei religiosi e religiose, diventassero veri guru o guide spirituali, segni chiari del trascendente, di Dio. Lo si dice, ma non è ancora stata percepita a fondo questa necessità. Non voglio dire che il cristianesimo debba limitarsi a questo, ma darvi più spazio sì, in certi centri, con persone dedicate solo a questo compito, capaci di incarnare questa realtà».

Dal 1989 padre Speziale si è ritirato da Narikelbari, tra l'altro perché non essendoci l'elettricità non poteva usare il computer: sta traducendo in bengalese libri sui padri dei primi secoli e i santi della Chiesa, che mancano del tutto in Bengala. Padre Arturo è «scettico sul dialogo inter-religioso a livello alto: con i musulmani penso sia ancor più difficile che con gli indù. Bisogna poi tener conto delle tendenze integraliste che esistono oggi nell' islam in Bangladesh e impongono prudenza. Non quindi dialogo ufficiale, organizzato, ma rapporti nell' esistenza di ogni giorno, con iniziative con­crete che promuovono la comprensione, la tolleranza, la carità. Ma tutto questo è difficile. Non bisogna dimenticare che i cristiani hanno molte difficoltà con i musulmani ecc.».

 

 

Carlo Buzzi e altri: missione fuori dalle strutture

La missione del Pime in Bangladesh è particolarmente fertile di tentativi per evangelizzare al di fuori delle strutture ecclesiali, evitando il pericolo comune ad una Chiesa stabilita, di rinchiudersi trascurando la gente che sta fuori.99

Il padre Carlo Buzzi è giunto in Bengala nel 1975 dopo cinque anni di parrocchia in diocesi di Milano. Prete di punta, coraggioso e pieno di energia, si impegna anzitutto nella Caritas a Rajshahi, poi in un villaggio oraon con un lavoro sociale ed educativo, distinguendosi per aver vinto in tribunale 75 casi riguardanti terre dei tribali: bisognava riscattare le terre, portate via dai musulmani con falsi documenti o perché i tribali non avevano avuto cura di tenere i documenti, oppure perché i tribali, essendo in genere analfabeti, erano stati ingannati. Padre Carlo viveva in un villaggio santal e, oltre alla scuola, banca del riso, ecc., si è impe­gnato a fondo in quest' opera di giustizia, pagando di tasca sua avvocati, studiando le leggi, ricorrendo ai tribunali. Ha dimostrato che i tribali, se si impegnano, possono difendere o riscattare le loro terre: i bengalesi glie le stanno portando via anche contro le leggi dello stato. Tutto ciò gli ha procurato inimicizie e anche una solenne bastonatura: ne è uscito con un ginocchio rotto.

Il vescovo l' ha incaricato di sistemare i terreni della diocesi: anche qui sono stati tempi difficili, di sacrificio e di pericolo, ma è riuscito a regolare i documenti delle proprietà ed a sistemare i conflitti esistenti. Problema molto importante per la diocesi. I missionari infatti avevano comperato in passato vasti terreni per gli sviluppi delle singole missioni: è stata una benedizione che ha permesso l'armonioso sviluppo delle parrocchie e opere parrocchiali (ostelli, scuole, residenze, centri pastorali, ospedali, ecc.). Esempio tipico è la «Bishop's House» di Dinajpur, nella cui pro­prietà hanno sede sei enti ecclesiali: casa del vescovo e curia, seminario vescovile, centro pastorale diocesano, casa madre delle suore diocesane, ospedale san Vincenzo, due internati-ostelli (maschile e femminile).

Padre Buzzi ha poi chiesto di fare un' esperienza fra i musul­mani di Nator. Insegnava in una scuola per musulmani e gli volevano bene: viveva la loro vita poverissima, quasi impossibile per un italiano. Ha dimostrato che si può vivere con i musulmani, in un dialogo di vita. Dopo un periodo a Mothurapur come coadiutore di p. Canton, il vescovo l' ha mandato in una missione del tutto nuova e molto difficile. Racconta p. Paolo Ciceri 100:

«Da anni si stava costruendo il nuovo e maestoso ponte (cinque chilometri) a nord di Dacca per attraversare il Bramaputra, presso Sirajgonj. Il vescovo di Mymensingh diceva al nostro vescovo di Raishahi che spettava a lui assistere le centinaia di tribali "garo" cattolici che andavano da Mymensingh a lavorare, ma nessuno c' era ancora andato: anche perché i garo sono molto dispersi e l' ambiente locale è di islam integrista, quindi non facile per la prima missione cattolica. All' inizio ti tirano sassi, ti ostacolano, ti insultano e minacciano... Poi, quando te li fai amici e vedono che sei venuto solo per aiutare, incominciano a nutrire simpatia.

Buzzi ha accettato con coraggio. È andato nel 1997, ha trovato una casa in affitto. A Natale ha portato un paio di suore per organizzare la festa e poi con la moto faceva centinaia di km. per visitare i gruppetti di garo cattolici. Alla fine ha scelto un terreno centrale rispetto a questi garo nella città di Sirajgoni ed ha fatto una missione. La prima volta glie l' hanno abbattuta. Ma lui ha resistito, si è fatto voler bene. Poi si è interessato dei fuori casta indù, "hajra", venuti dall'India per fare la ferrovia al tempo degli inglesi: ha visto che non avevano scuola e si è messo a fare scuole per loro. Ha avuto successo anche se non conversioni: lo stimano molto, sono amici e basta.

Buzzi è un lavoratore tenace, ha una resistenza incredibile, con una salute di ferro. Ha uno spirito missionario eccezionale, ama le situazioni nuove e difficili, vuol sempre andare dove la Chiesa non è ancora arrivata».

 

Fratel Ettore Casermi si e inserito dal 1982 al 1998 nel villaggio di Puthimari (diocesi di Dinajpur) per la promozione umana di cristiani e non cristiani. 101 Padre Gregorio Schiavi vive da più di vent'anni in un villaggio santal (Moheshpur) con una forma di presenza unica e potremmo dire «laica». Vive poverissimamente nel contesto santal, aiutando iniziative di sviluppo senza coinvolgimento ecclesiale. Dirige un centro diocesano con quattro suore residenti che hanno un dispensaroo, un «boarding» diurno, una scuola e varie altre attività. Padre Gregorio, con la presenza fraterna all'interno del mondo santal, ha infuso coraggio ai tribali soggetti alla paura e tentati di fuggire in India: i suoi villaggi sono rimasti.

Anche padre Sandro Giacomelli vive da una quindicina d'anni in un villaggio santal (Kodbir), adattandosi alla vita, ai ritmi e alla povertà dei tribali: è però inserito ecclesiasticamente nella parrocchia ed ha una presenza più attiva della precedente. Com'è facile capire, esperienze come queste (e la prossima che descrivo più ampiamente) sono tutt'altro che pacifiche nel conte­sto ecclesiale, con missionari e sacerdoti locali fortemente impegnati nell'assistenza religiosa e in opere sociali ed educative; e sono soggette a non poche critiche. Ma fanno parte di quella «ricerca di vie nuove» che caratterizza la missione oggi, naturalmente senza dimenticare o sottovalutare il lavoro pastorale e sociale quotidiano che compiono il 90% dei missionari.

 

 

 

Padre Enzo Corba: prete contadino

Giunto in Bengala nel 1957, dopo aver fatto il parroco, il direttore di scuole e superiore regionale del Pime, il 20 febbraio 1975 p. Enzo Corba va a vivere a Rajapur, diocesi di Chittagong, su un' isola nel delta del Gange: 6.500 pescatori e contadini, 1.500 dei quali indù, 1.000 cristiani e 4.000 musulmani. Nel villaggio non c' è sacerdote fisso. P. Enzo si propone di vivere come le gente, praticare lo stesso lavoro, servire la comunità, coltivare la preghiera. Trascorre nel villaggio 17 anni in una casetta (7 X 7 metri) con pareti di lamiera e tetto in eternit e tegole. Intorno, un terreno di mezzo ettaro dove Enzo coltiva, alleva i pesci, tiene due vacche che gli danno il latte e galline per le uova. Poco lontano, la chiesa: «Celebro la Messa per i cristiani, ma loro sanno che non sono li in primo luogo e solo per loro» 102

A 45 anni Enzo incomincia una seconda vita. Il contadino non l'aveva mai fatto, ma la gente lo consiglia su cosa piantare, come coltivare la terra, la frutta, gli ortaggi. Cucina da solo ma è sempre con il suo popolo perché è venuto per conoscere e condividere. Non vuol fondare niente né costruire, ma solo inserirsi nella vita ordinaria del villaggio e aiutare com' è possibile senza creare strutture.

«La mia giornata è semplice - dice Enzo. - Mi alzo alle 5, alle 6 vado in chiesa per un' ora e mezzo. Tutti mi conoscono come uomo di preghiera. Poi faccio colazione. Cucino per conto mio: riso soffiato, a volte frittelle di pane ("chapati"). Subito dopo mi metto a disposizione della gente che viene a cercarmi. In qualsiasi momento sono disponibile ad ascoltare chiunque abbia una necessità: in genere malattie, problemi scolastici, problemi personali o di villaggio. Interrompo il lavoro e ascolto. Nessuno viene a chiedermi aiuti materiali perché hanno capito che il mio metodo è un altro.

Poi lavoro. Faccio il contadino, coltivo ortaggi, ho due mucche e diverse galline. Il terreno è per metà occupato da una grande fossa colma d' acqua che mi serve per i pesci. Ho piantato un centinaio di alberi da frutto: mango, albero del pane, palme da cocco. Quando sono in viaggio, un uomo accudisce gli animali e bada alle colture... Anche i miei pomeriggi sono dedicati al lavoro della terra. C' è modo di pregare ancora prima di pranzo e a sera. I cristiani di Rajapur hanno l' abitudine di radunarsi per gruppi di vicinato e pregare e io mi unisco a loro. Altre volte invece la sera è dedicata a riunioni di villaggio: vengono a riunirsi da me i vari comitati per le cooperative, l'educazione, le terre da riscattare, ecc.».

Padre Corba ha sempre svolto il ruolo di animatore, senza assumere una qualsiasi responsabilità diretta. Un comitato misto (musulmani, indù e cristiani) veniva formato per ogni problema e gestiva tutto in proprio: banca del riso, prestiti, contadini senza terra, calamità, salute, educazione, vita religiosa, programma per l'acqua potabile e i servizi igienici, costruzione di una strada di 14 miglia (23 km.) in terreno paludoso, che ha cambiato la vita del villaggio. Padre Enzo ha servito come animatore. Le tre comunità (musulmana, indù, cristiana) hanno lavorato insieme in spirito di fraternità.

Sembravano falliti i prestiti per investimento, ma poi sono stati restituiti con l' interesse fino all'ultima «taka» (la moneta bengalese). Lavorando la terra come tutti e vivendo all'interno del villaggio, Enzo si è reso conto del perché gran parte dei progetti e piani di sviluppo falliscono: se ci sono soldi che girano, favoriscono la corruzione e non riescono ad animare la gente, a far superare le divisioni, a impegnare tutti per un programma comune. Il segreto dello sviluppo sta nell' educazione del popolo fatta dall'interno del popolo stesso. In campo religioso, p. Corba ha organizzato incontri di preghiera di tre giorni diretti da capi musulmani, cristiani e indù. 103

 

 

Com'è nata la Chiesa a Rajshahi (diocesi dal 1990)

La diocesi di Rajshahi è nata da quella Dinajpur il 21 maggio 1990, col vescovo locale mons. Paulinus Costa. In questa quarta città del Bangladesh (dopo Dhaka, Chittagong e Khulna) con circa 750.000 abitanti la Chiesa è presente solo dalla fine degli anni settanta. Al tempo degli inglesi era città proibita per i missionari cattolici. Negli anni settanta, p. Faustino Cescato, direttore della Caritas di Dinajpur, distribuendo aiuti ai poveri ha aperto a Rajshahi un centro di aiuti e un «Sick Shelter» (centro di acco­glienza per ammalati). Ma la persona che per prima ha portato la Chiesa a Rajshahi è suor Silvia Gallina, superiora delle suore di Maria Bambina ad Andarkhota: andava in moto nella vicina Rajshahi per prendersi cura degli aiuti e dei malati, poi vi si è stabi­lita con due consorelle, vincendo non poche resistenze e anche minacce, insulti, boicottaggi.

Il missionario e le suore si accorgono che la città è piena di «adibasi» (tribali) che vivono negli «slums» (baraccopoli), dove si sfasciano le famiglie. Cescato e suor Silvia fondano tre quartieri di tribali, in maggioranza animisti. Cescato compera dei terreni di poco valore perché all'estremo della città e paludosi (oggi sono quasi in centro); li ha redenti, ha portato terra, ha spianato e ha costruito tre villaggi con casette di fango e tetto di lamiera (circa 200 in tutto), che ha dato ai tribali, cominciando per loro piccole scuole, assistenza, aiuti. Nel 1987 arriva a Rajshahi p. Paolo Ciceri che vi fonda la parrocchia, con l'aiuto di suor Silvia, donna cari­smatica.

«Da solo - dice Paolo  - forse non ce l'avrei fatta, perché nei villaggi tribali c' erano lotte continue e immoralità gravi. Alcune famiglie vivevano sulla vendita illegale di vino di palma che importavano dai villaggi, venivano a berlo di notte anche i musulmani. Poi, ubriachi, mettevano le mani sulle donne, succedevano risse furibonde. Ragazze e donne andavano di notte in città a prostituirsi. Questo nei villaggi fatti da Cescato, ancora quasi tutti animisti.

Allora, d'accordo col consiglio parrocchiale, abbiamo messo delle regole precise: chi vuol fare il commercio illegale dell' alcool o la prostituzione vada fuori dai villaggi costruiti dalla Caritas. Il ter­reno era sempre nostro e potevamo mandarli via: voi siete ospitati gratis e assistiti, se non osservate le regole andate via. Ma le minacce non funzionavano: dicevano di sì e continuavano. Io diventavo matto e mi sono infuriato. Rischiando molto, sono andato là con alcuni miei giovani e ho tirato via i tetti di lamiera alle famiglie che non volevano andare via.

All'inizio hanno reagito e anche i musulmani implicati in questi traffici illeciti mi minacciavano: avevo paura più dei musulmani che dei tribali. Infatti, ad esempio, una volta mi hanno seguito con due moto, minacciosi, cercando di chiudermi in un angolo: mi avrebbero battuto per bene. Ma io che guido la moto da molti anni, sono riuscito a sfuggire buttandomi giù per la scarpata di un fiume quasi a secco».

Così la parrocchia si stabilisce a Rajshahi, aiutando i tribali e unendoli in villaggi propri, dove possono conservare lingua, cultura, tradizioni. Si è cominciato con scuolette elementari, pa­gando le insegnanti e fornendo tutto il materiale didattico. Poi, con l'aiuto della Cei (Conferenza episcopale italiana), p. Ciceri ha costruito una grande scuola, costata 240 milioni di lire (in Italia sarebbe costata almeno due milìardi). Oggi vi sono 460 alunni, tutti tribali e un pò di bengalesi cristiani. E un'ottima scuola perché hanno fatto scelte precise: ad esempio, aggiunge p. Paolo,

«Le classi devono avere non più di 40 alunni, mentre nelle scuole statali sono da 80 a 120! Chi può studiare a casa propria impara qualcosa, gli altri non imparano nulla, sono analfabeti di ritorno. Poi abbiamo preteso dalle maestre di essere bilingui (bengalese e santal) e non diamo vacanze, eccetto il mese nel tempo natalizio: quindi insegnano tutto l'anno, mentre nelle altre scuole fanno vacanza più della metà dei giorni. Le nostre insegnanti sono tutte cattoliche, accettano questo forte impegno e scarsa paga per fare un servizio ai tribali. La scuola è fino all'ottava (Junior High School) e si è acquistata buona fama. Curiamo molto anche l'insegnamento della religione».

La città di Rajshahi ha una sola parrocchia, quella di padre Ciceri 105, con p. Paolo, p. Luigi Pinos, p. Piero Parolari e un coadiutore bengalese. La «Bishop's House» è vicina e la domenica il vescovo o altri vengono ad aiutare. Sempre a Rajshahi, le suore di Maria Bambina hanno il «Sick Shelter», la scuola e hanno costruito un'opera per le ragazze a rischio, cioè da curare ed educare. In città vi sono altre due congregazioni di suore, quelle di madre Teresa e le «Santi Rani Sisters», fondate da mons. Obert.

Padre Ciceri, dopo aver fondato la parrocchia in città, si è accorto che anche fuori, in campagna, ci sono adibasi, che vivevano come servi e schiavi dei proprietari di terre. Padre Paolo racconta:

«Andavo a trovare questi tribali che abitavano sul terreno del proprietario e non erano liberi di incontrarsi con me. Alcuni erano cattolici, gli altri volevano diventarlo.. Allora ho comprato i terreni meno costosi (ad esempio non serviti dalla strada asfaltata) e ho fatto sei villaggi con scuola, chiesa e case, riunendo i santal dispersi: le suore di madre Teresa mi aiutano nell' assistenza e nella catechesi fuori città.

Oggi abbiamo circa tremila cristiani in campagna. Lavorano come prima dai proprietari di terre, ma sono in casa propria e nel proprio villaggio, i figli vanno a scuola, sono assistiti sanitariamente e aiutati. Non sono più servi o schiavi, ma uomini liberi anche se poveri. Ho fatto casette unifamiliari, con due stanze, una veranda, il servizio e un cucinino. Ogni famiglia ha in media 5-6 membri, alcune hanno anche i loro vecchi e allora sono di più. Ogni villaggio ha casa, scuola e chiesa. Ogni domenica c'è la messa.

Oltre ai villaggi da me costruiti, oggi abbiamo altri 35 villaggetti adibasi nelle campagne che vogliono diventare cattolici. Gli adibasi sono pahari, santal e oraon. Parlano anche bengalese, ma con 200 parole, in casa usano ancora la loro lingua. I bambini invece, se vanno a scuola, imparano bene. Una delle mie consolazioni più belle è vedere quelle bambinette che ho preso negli "slums" piccole, povere, denutrite, stracciate: oggi sono maestre, infermiere, hanno un diploma e una loro dignità e capacità».

 

Gli «adibasi» in Bangladesh sono dai tre ai quattro milioni (su 130, in grandissima maggioranza musulmani). Sono animisti, ma prendono coscienza che la loro fede tradizionale non ha senso e sono disprezzati per questo: per cui si volgono al cristianesimo. Se entrano nella Chiesa acquistano identità, forza sociale e poi assistenza, scuola, sanità, ecc. Il governo è contento che le Chiese cristiane si interessino degli adibasi, per tirarli su e perché nessun altro fa qualcosa.

«Se noi convertissimo un musulmano - dice p. Paolo - saremmo subito mandati fuori; ma un adibasi no, sono contenti, tanto non si faranno mai musulmani. Se ti interessi di loro, si convertono, anche perché vedono che a farsi cristiani ci guadagnano, anzitutto nella pace nei e fra i villaggi. Io non ho mai visto un villaggio tribale che viva in pace: c' è la legge della giungla, il più forte comanda e opprime gli altri. Anche nella famiglia, il cristianesimo porta molti vantaggi e mentalità nuove, di rispetto per la donna e il bambino, di perdono, di aiuto vicendevole.

Quello che li convince è la scuola. Quando i loro bambini vengono a scuola, vedono subito che diventano svegli, sanno parlare e leggere, crescono senza complessi. Le ragazze che sono state nelle nostre scuole quando si sposano non perdono più tempo, non chiacchierano, fanno la piccola economia domestica, guadagnano con diverse attività: allevano anatre, polli, caprette, cuciono, ricamano, insomma diventano attive mentre prima erano passive; e quando c'è un malato in famiglia se la sbrigano, sanno dove portarlo, sanno leg­gere le prescrizioni... I musulmani non possono diventare cristiani, ma due-tre volte la settimana io ho giovani musulmani che vengono in missione. Alcuni per chiedere qualcosa, ma altri sono interessati a notizie sul cristianesimo... Sono stufi dell' islam, i più sensibili non ne possono più».

 

Due missionari medici in Bangladesh

Piero Parolari, 48 anni, si è laureato in medicina nel 1979 ed è entrato nel Pime l' anno seguente. Ordinato sacerdote nel 1984, è in Bangladesh dal 1985, con la ferma intenzione di non fare il medico ma il missionario. Poi si accorge che nel paese le malattie tropicali tradizionali (lebbra, malaria, ecc.) sono abbastanza controllate dal servizio sanitario nazionale, mentre la tubercolosi è oggi il peggior malanno che colpisce i bengalesi (ogni anno vi sono circa 100.000 morti per Tbc): viene dalla denutrizione, dal clima caldo umido, dalla sporcizia, ma non ci sono specialisti, né soprattutto attenzione e prevenzione da parte degli operatori nel campo sanitario. Padre Piero capisce che in un paese così povero lui deve testimoniare Cristo anche facendo il medico: decide di impegnarsi nella cura della tubercolosi. Forma la sua équipe di infermiere e di personale paramedico e fonda il «Tbc Hospital» (70 letti), accanto alla parrocchia di Rajshahi.

L'opera di padre Parolari è assai apprezzata dal governo bengalese, che gli ha dato l' autorizzazione a realizzare un suo programma di ricerca del malato. I suoi paramedici vanno nelle scuole, nei villaggi, visitano la gente a rischio, poi parlano ai capi villaggio e ai sindaci e dicono: noi offriamo questo servizio di assistenza e cura ai malati di Tbc, non si paga nulla: segnalateci i casi e noi li curiamo; quando vedete questi sintomi, mandateci il malato e noi lo curiamo gratis.

All'ospedale cattolico di Rajshahi i malati vengono mandati anche da lontano. Ricevono cure intensive per due-tre mesi o anche più: non solo cure mediche, ma relative al cibo, all' igiene, al sostegno psicologico; una volta dimessi, sono seguiti e aiutati attraverso i dispensari periferici.

«Una difficoltà molto grossa - afferma padre Piero 106 - consiste nel convincere il paziente a seguire con regolarità le terapie. Agli inizi avevamo adottato uno schema terapeutico che prevedeva la somministrazione di farmaci per un anno. Dopo un mese di trattamento, massimo due, la gente riscontrava ottimi risultati e smetteva di prendere le medicine. In questo modo la cura finiva per fallire. La questione si ripropone nei medesimi termini anche ora che il ciclo terapeutico è più breve... La soluzione che abbiamo trovato sta nel coinvolgimento delle missioni. Noi diciamo chiaramente ai responsabili: iniziamo il trattamento se ci assicurate di seguire questa persona tramite un paramedico anche dopo il suo ritorno a casa. Così in cinque missioni è stata introdotta la figura del paramedico».

Parolari è diventato un esperto della tubercolosi, ha attrezzato modernamente il suo ospedale; soprattutto, dice p. Paolo Ciceri,

«è medico ma è anche missionario. Fa il suo lavoro con una finezza, un rispetto, un amore grande ed ha educato le infermiere: qui non si fa solo medicina, si dà una testimonianza di amore cristiano. Sono infermiere tutte cattoliche, le ha portate ad un alto livello di professionalità e di dedizione ai malati. Tutti si accorgono che non è un dottore come gli altri perché ha un modo di fare che è unico».

Un altro missionario medico è padre Francesco Rapacioli, scerdote dal 1993 e subito partito per l'India, ma senza riuscire ad ottenere un visto permanente. Dal 1997 è in Bangladesh e vive a Bogra nel centro Emmaus (vedi a pag. seguente). Anche lui ha lo stesso problema di Parolari: non vuol fare solo il medico, ma il missionario. Avendo buone capacità organizzative, è stato nomi­nato direttore della «Health Commission» (commissione per la sanità) delle diocesi di Dinajpur e Rajshahi e visita continuamente dispensari, ospedali, lebbrosari, suore e infermiere cattoliche che sono riunite in associazione. Padre Francesco tiene i ritiri per loro a Rajshahi, nella Bishop's House, per tre giorni: due giorni di aggiornamento e un giorno di ritiro spirituale. Rapacioli ama molto fare il prete: ovunque lo chiamano ci va, per ritiri, conferenze, confessioni, celebrazioni.

 

Una casa di preghiera fra i musulmani a Bogra

«Vai a Bogra e prega. Rimani a Bogra anche se dovrai essere solo per un po' di tempo, prega e accogli chi desidera pregare con te. Incontra la gente, soprattutto i più poveri e quelli che soffrono, contempla il mistero di Dio presente in loro. Aiuta chi ha bisogno soprattutto con la preghiera perché chi non è cristiano possa intuire che la missione è scoprire Gesù che ci viene incontro»

Così il vescovo di Dinajpur, mons. Theotonius Gomes, inviava p. Achille Boccia nel 1988 per una presenza missionaria tra i musulmani: è la sfida del centro di Bogra, iniziato il 10 ottobre 1980 dai padri Franco Cagnasso, Gianni Zanchi e Achille Boccia, ma sospeso alcuni anni dopo per le diverse destinazioni dei missionari. 107 Il 15 gennaio 1988 il centro di Bogra viene riaperto da Achille Boccia, con una casa più grande che prende il nome di «Emmaus». Nel 1980 c'erano a Bogra tre famiglie cattoliche, oggi sono una trentina, cattolici venuti perché ci sono i padri e le suore. La prima presenza nel 1980 era in una casa in affitto, oggi è su terreno proprio e il tempo ha dimostrato la sua efficacia.

«Non sono io che predico - dice p. Boccia  - ma loro che mi incontrano in città, nei negozi e vogliono sapere: a chi me lo chiede spiego perché sono cristiano, li invito alla festa, a Natale, ecc. È una presenza tipica dell' oriente dove non si va in giro con l' altoparlante a predicare, però la gente ci accoglie volentieri, sono ospitali. Il centro è impostato sull' adorazione eucaristica, la preghiera e l' assistenza ai cristiani e ai poveri. Le poche famiglie cattoliche in città mi hanno provocato: perché non fai come gli altri preti la tua chiesa, la missione, la scuola per i nostri bambini? Ci siamo proposti di costruire una chiesetta, abbiamo raccolto i soldi fra i cristiani e quando avevamo da parte 10.000 taka (circa mezzo milione di lire), un musulmano amico si è ammalato, aveva bisogno di andare a Calcutta per un'operazione. Ci siamo riuniti e abbiamo deciso di non fare la chiesa ma di aiutare il musulmano. E quando nel 1997, è arrivata la decisione di comperare il terreno e di costruire, eravamo benvisti da tutti».

Il 31luglio 1997 si acquista il terreno con due palazzine da ristrutturare. Il 15 settembre 1998, terminati i lavori, tre suore dell'istituto «Santi Rani» si stabiliscono a Bogra. Il 22 novembre 1998 il superiore generale del Pime, p. Franco Cagnasso, apre ufficialmente la nuova Emmaus. L'approvazione di avere una presenza stabile a Bogra è venuta dai vescovi bengalesi, che sentivano il bisogno di un' esperienza del genere fra i musulmani. La Chiesa bengalese sta cercando come si può fare la missione in modo diverso dal tradizionale, che pure è indispensabile per fondare la Chiesa e deve continuare. Il centro di Bogra si è dimostrato esemplare: attualmente vi sono quattro centri simili in Bangladesh, più uno dei protestanti (Taizè).

Il centro funziona con varie iniziative: vengono catechisti, preti e suore a fare giornate o anche settimane di ritiro (c' è la disponibilità di ospitare una cinquantina di persone); messa quotidiana e catechesi settimanale per i bambini dei cattolici; incontri mensili per i musulmani che vogliono conoscere il cristianesimo; le suore visitano le famiglie, curano i malati, si interessano dei bisogni e aiutano; padre Boccia è molto impegnato per ritiri, corsi (ad esempio alle 20 infermiere cattoliche che lavorano in città), visite ai villaggi fuori di Bogra dove vi sono cattolici, ritiri e incontri in altre parrocchie. E poi naturalmente, l'impegno prioritario della preghiera.

«La priorità di Bogra - dice padre Achille - è di sperimentare come si fa la missione fra i musulmani. Dico ai miei cristiani: andate in chiesa e pregate, perché almeno i musulmani capiscono che i cristiani pregano. Quando ho 20 catechisti che vengono e stanno con me una settimana, tutto il quartiere sa che sono arrivati e siccome non sono né preti né suore, appena li incontrano chiedono informazioni: chi sei, da dove vieni, cosa fai qui? Ormai a Bogra tutti ci conoscono. A parte dei giovinastri che possono fare dispetti, in genere vi è molto rispetto. Ad esempio, durante la guerra del Golfo, tutti gli stranieri non potevano uscire in strada. Io uscivo liberamente, anzi un giovane musulmano è venuto a chiedermi di organizzare la marcia per la pace!

Vi è quindi una disponibilità, nata dal fatto che io sono lì a pregare e basta, con un' attenzione ai poveri, agli ammalati (specie dopo che ci sono le suore). I pregiudizi sono stati smontati. Anche all'ospedale dove visito i malati mi dicono: vai dal nostro iman e digli che bisogna fare così... Mi ha aiutato molto l' esempio, la figura di Madre Teresa, che è morta proprio poco dopo che abbiamo comperato il terreno e incominciato a costruire, nell'agosto 1997. La televisione nazionale ha trasmesso il funerale in diretta, un funerale di stato, con tutti i discorsi e le testimonianze sulla carità di questa missionaria straniera...

Io ho dei gruppi di musulmani che vorrebbero diventare cristiani, perché dicono: noi siamo musulmani ma chi ci aiuta sono i cristiani, non i nostri musulmani anche se ricchi. Per esempio chi torna dall'Arabia Saudita dice che là ha incontrato dei filippini cristiani che aiutano i musulmani, ma nessun sceicco islamico o ricco del posto si scomoda».

Per concludere, il Pime ha accettato, dopo 140 anni di lavoro in Bengala, di ammettere nell' Istituto vocazioni locali al sacerdozio e al laicato consacrato a vita, senza avere strutture formative proprie in Bangladesh.

Il primo frutto di questa decisione (presa nel Capitolo generale del 1989 a Tagaytay nelle Filippine) è il padre Amal Gahriel Costa, ordinato sacerdote nel 1997 e giunto in Costa d'Avorio il 14 febbraio 1999, dopo aver studiato il francese a Parigi. Vive nella casa dell'Istituto a Bouaké e sta ancora studiando la lingua locale (il «baoulé»), ma già incomincia a svolgere il ministero in varie parrocchie. Due giovani bangladeshi vogliono consacrarsi missionari laici a vita nel Pime e sono nella casa di formazione di Busto Arsizio; un altro vuol diventare sacerdote dell' Istituto, ha già studiato filosofia in Bangladesh nel suo seminario diocesano ed è nel seminario del Pime a Roma per l'anno di spiritualità; poi passerà alla teologia.