MISSIONE AMICIZIA  CESARE PESCE  PUICCOLI GRANDI LIBRI
Il missionario innamorato del Bengala

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di P. Piero Gheddo
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Ecco Padre Cesare!

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Padre Cesare venerato come uno spirito Sfuma il sogno di convertire i Khotryio
Inventa il "Concorso biblico per corrispondenza" La guerra per l'indipendenza del Bengala
"Gesù è con noi, perché essere preoccupati?" Cooperative agricole e "Credit union"
"Ma i soldi arriveranno lo stesso" Questa la vita missionaria: magnifica!
"Mi godo la povertà felice del Bangladesh" Le feste per i suoi 50 anni di Messa
Parroco a Kalisha a 76 anni "Tento di portare la pace e di dare gioia"
500-600 pellegrini alla domenica nel Santuario mariano
"Il tramonto dietro l’Himalaia. Il mio" Perché Cesare Pesce era sempre allegro?
Amava molto il popolo bengalese
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Padre Cesare Pesce era innamorato del Bengala (Bangladesh), dov’è rimasto 54 anni (dal 1948 al 2002). Diceva: "Non so più nemmeno io se sono italiano o bengalese. L’Italia è la mia patria d’origine, ma il Bengala è la mia patria attuale". Nel 1960 ritorna in Italia per una vacanza dopo 12 anni di Bengala e si dichiara contento di essere tra i suoi cari; ma aggiunge: "Ho lasciato il cuore a Ruhea… La mia vita è laggiù, dove ho piantato la mia vocazione e dove il sacerdozio assume dimensioni così sconfinate, che non saprei concepirlo né più bello, né più entusiasmante". In lettere e articoli proclama che fare il missionario è bello: Dio ti dà tante prove e sofferenze, ma ti riempie ogni giorno di gioia.

Nato a Novi Ligure (Alessandria) il 26 settembre 1919, Cesare Pesce studia nel seminario diocesano di Tortona (Alessandria) ed è sacerdote del Pime nel 1942. Durante la II guerra mondiale (1940-1945) non può partire, è viceparroco ad Alzate Brianza (Como) e poi a Voghera (Pavia). Parte per il Bengala il 10 ottobre 1948 e vi rimane fino al febbraio 2002, quando torna in Italia e muore nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco il 13 luglio dello stesso anno, mentre sognava di poter tornare nel suo Bengala.

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TOP Padre Cesare venerato come uno spirito

Giunto a Dinajpur in Bengala (allora East Pakistan) il 14 novembre 1948, rimane un mese e mezzo nella casa episcopale per imparare un po’ di inglese e di bengalese, ma il 1° gennaio 1949 parte in treno per Malda nella vicina India (appartenente alla diocesi di Dinajpur): impara un po’ di hindi, ma dopo tre mesi le autorità indiane non gli rinnovano il permesso di soggiorno e lo rimandano in Pakistan orientale.

La sua prima missione è stata a Mariampur (Daulighat) dove si mette a studiare il bengalese, il santal e l’inglese che ancora non sapeva bene. Questa la vita dei missionari mezzo secolo fa. Oggi, i giovani che vengono in Bangladesh, avendo già studiato l’inglese in Inghilterra o in USA per un anno, hanno davanti circa due anni di studio della lingua bengalese e poi vengono mandati in una missione dove imparano il santal e l’oraon.

Padre Cesare è contento di trovarsi in Bengala. Aveva un carattere ottimista, si adattava facilmente ad ogni situazione: infatti si è sempre trovato bene ovunque è andato e la sua vita in Bengala assume questa caratteristica, che il vescovo lo usava come "turabuchi" per mandarlo in posti lontani e scomodi oppure dove era nato qualche contrasto nella comunità cristiana e ci voleva uno che portasse la pace.

Dopo due anni di lavoro a Mariampur con i padri Luigi Martinelli e Ferdinando Sozzi, il vescovo mons. Giuseppe Obert lo chiama a Dinajpur e lo mette a capo della "St. Philip’s High School" e del "St. Philip’s Hostel", un ostello per giovani che vengono in città per studiare. Padre Pesce lavora volentieri fra i giovani, ma stare in città e inuna scuola gli sta stretto. Chiede al vescovo di andare fuori in campagna, in foresta.

Il 1° gennaio 1952 arriva alla piccola stazione ferroviaria di Ruhea, nel nord del paese: una missione abbandonata da dieci anni, con una piccola casa e nient’altro. Una delle quattro stanze è la cappella e Cesare è felice. La prima sera prega molto e poi sale sulla terrazza e "mentre scende la sera sulla pianura bengalese mi metto a cantare, con la meravigliosa visione dei monti dell’Himalaia baciati dal sole". Il giorno dopo va a visitare le poche famiglie cristiane attorno alla sua casetta, 28 persone in tutto. La prima domenica vengono nella cappella 17 cristiani e Cesare pensa che quella stanza è troppo piccola. Con il catechista Mahonto, che parla bene inglese, programma la visita ai villaggi e stabilisce di costruire una cappella degna di questo nome, perché gli hanno detto che nel distretto di Ruhea ci sono qualche centinaio di cristiani e lui deve andare a incontrarli e ricondurli alla vita cristiana, dopo dieci anni di abbandono.

Così incomincia la vita missionaria di padre Cesare: visita i villaggi col catechista Mahonto, rimanendo assente da casa per un mese, un mese e mezzo; poi ritorna una settimana o due e riprende i suoi viaggi, in bicicletta o a piedi, camminando nei sentieri fra i campi o in foresta. Una vita non facile per un missionario da poco giunto dall’Italia: dorme vestito su un mucchio di paglia, mangia quel che i suoi poveri cristiani gli danno, si impegna ad imparare la lingua "hari", ma è felice. Incontra le famiglie cristiane, le aiuta, le conforta e le riporta alla fede e proprio il suo visitare sistematicamente tutti i villaggi suscita tra gli "hari" (bassa casta dell’induismo) un senso di riconoscenza per quel missionario bianco che visita i loro villaggi e parla di Cristo: alcune famiglie si convertono e padre Pesce sogna nuove comunità cristiane. Molti anni dopo scrive: "Talvolta eravamo distrutti dal caldo e dalla fatica, ma era sempre un sollievo e una profonda gioia considerare che, in un piccolo angolo di questo mondo, per la prima volta arrivava la verità di Cristo e un nuovo battezzato si sarebbe svegliato nel suo nome. La mia vita aveva uno scopo, non era spesa invano".

Un pomeriggio, dopo un mese che è lontano da Ruhea, si trova con Mahonto ad una quindicina di chilometri dalla sua missione. Cesare sogna di arrivare a casa per la sera e di dormire finalmente nel suo letto. Ma una gomma della sua bicicletta si sgonfia e devono fermarsi. Mahonto va in un villaggio di non cristiani a chiedere ospitalità e il missionario si siede sotto un grande albero: ormai è sera e si addormenta. Dopo pochi minuti di sonno, sente un urlo e si sveglia di soprassalto: apre gli occhi e vede alcune donne che scappano. Un pensiero terrificante gli attraversa la mente: la tigre!

Balza in piedi e insegue correndo le donne, le quali si fermano e si gettano a terra davanti a lui, in atteggiamento di preghiera. Rivolge alcune domande alle tre donne ma quelle, tutte tremanti, non rispondono. Il mistero è presto svelato. Arriva Mahonto che ha trovato ospitalità nel vicino villaggio per la notte. Parla con le donne nella loro lingua hari e spiega a padre Pesce che esse lo credono lo spirito del grande albero sotto cui si era coricato: si era messo a dormire alla base dell’albero dei sacrifici e la sua bicicletta cromata, nell’oscurità della sera, mandava bagliori che sembravano due occhi lucenti nella notte. Le donne lo adorano e implorano di non far loro del male.

Il missionario e il catechista vanno in paese a dormire, ma il mattino seguente l’apparizione dello spirito è sulla bocca di tutti. Padre Cesare cerca di spiegare che non è vero niente. "Come parlare al vento! Lo spirito è veramente apparso, in carne e ossa, e ha gradito l’offerta delle tre donne fortunate: non è ammessa alcuna discussione o alcun dubbio".

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TOP Sfuma il sogno di convertire i Khotryio

L'avventura apostolicamente più interessante, che padre Pesce ha vissuto a Ruhea, è l'inizio del movimento di conversione dei Khotryio, una delle tante caste e sottocaste del mondo religioso e sociale dell'induismo, che stava prendendo coscienza del fatto che le caste opprimono l’uomo: ogni uomo è comunque un uomo, sia un bramino che uno spazzino. Invece, secondo la tradizione hindù, per la separazione assoluta ("apartheid") fra i membri delle varie caste, le persone delle basse caste (o i fuoricasta) non possono impunemente toccare quelli delle altre caste o, peggio ancora, mangiare con loro.

Così incomincia la resistenza passiva contro il sistema delle caste, violando coraggiosamente le regole che lo governano. Un "thakur" (santone) dei Khotryio, per mostrare pubblicamente la sua ribellione contro il sistema delle caste, in un affollatissimo mercato nel villaggio di Bhamradaha, prende una focaccia dal banchetto di un paria e la mangia. Il povero "Thakur" è immediatamente ostracizzato, non solo dai membri delle alte caste, ma anche da quelli delle caste inferiori. Questo gesto fa riflettere molti. Avanza tra i poveri una mentalità nuova, rivoluzionaria rispetto al sistema delle caste. Gli anziani obiettano che le pratiche religiose tradizionali non si possono abolire, altrimenti gli dei dell’iduismo si vendicano.

Così, i Khotryio decidono di diventare cristiani e organizzano a Ruhea una grande assemblea a cui invitano il missionario e il suo catechista Mahonto a spiegare chiaramente la religione cristiana e la posizione della Chiesa riguardo alle caste e alla società indiana. Mahonto fa un discorso che padre Cesare definisce "brillante": insiste sulla predilezione di Gesù per i poveri, per i fuori casta, in una società in cui comandano i ricchi e i potenti, suscitando impressione positiva nella gente.

Dopo alcune settimane, il missionario e il suo catechista sono invitati a celebrare i servizi cristiani in tre cappelle che i Khotryio avevano costruito nei loro villaggi. Poi, nel tempo natalizio, essi invitano i Khotryio alle cerimonie in un villaggio cristiano: rimangono stupiti per la solennità e la gioiosità di quei riti e di avere la possibilità di pregare con i cristiani, recitando preghiere così belle. Intanto il "thakur" (santone) da cui è nato il movimento, incomincia a prendere parte alle riunioni mensili dei catechisti che si tengono a Ruhea ed esprime il desiderio non solo di essere battezzato, ma di diventare catechista presso i Khotryio e gli indù di bassa casta. Padre Pesce è felice e lo manda da padre Ferdinando Sozzi che in 15 giorni lo restituisce dopo averlo tenuto con sè e istruito nella fede e nella preghiera cristiana.

"Tutto troppo bello e splendido per essere vero! - commenta padre Cesare. - Io avevo paura di tanta euforia e nell'anticamera del mio cervello girava un detto latino che mi tornava spesso alla mente: ‘In cauda venenum!’ (il veleno sta nella coda!)". Infatti, un bel mattino dopo la Messa, Mahonto gli dice: "Cattive notizie dai Khotryio. La settimana scorsa è morto il piccolo figlio del "thakur" e nel villaggio si mormora che questa è la vendetta degli dei contro chi ha abiurato la fede indù. Il thakur non solo ha dovuto sopportare la sofferenza per la morte del figlio, ma anche gli insulti della sua gente. Rimangono con noi solo il vecchio carpentiere e sua moglie. Inoltre ieri sera un gruppo di quelli che hanno costruito le cappelle sono venuti a dirmi che non possono entrare nella Chiesa perché i proprietari delle terre su cui hanno costruito le loro povere capanne, minacciano di buttarli sulla strada".

Il catechista vorrebbe denunziare i proprietari di terre al tribunale pakistano, ma padre Cesare non è d'accordo. Non è bene creare altre inimicizie alla missione. Se si va in tribunale, la questione diventa lunga e finirà per esasperare i rapporti con il mondo non cristiano. Dice a Mahonto: "I Khotryios hanno aspettato tanto per incontrare Cristo, aspetteranno ancora. Aspettiamo anche noi".

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TOP Inventa il "Concorso biblico per corrispondenza"

E' il 1960. Il sogno di convertire i Khotryio sfuma in un attimo per un motivo assurdo. E' una pesante sconfitta che pesa sull'animo di padre Pesce: ne esce umiliato e prostrato sia fisicamente che psicologicamente. Aveva pregato e nutrito grandi disegni su questa bassa casta indù che voleva entrare nella Chiesa: poteva essere l'inizio di un cammino nuovo nell'apostolato in Bengala. Non più solo tribali che vivono (vivevano) nelle foreste, separati dalla società bengalese, ma anche indiani, indù. Invece, nulla. La morte del bambino del thakur, il capofila di quelli che volevano diventare cristiani, è interpretata secondo la mentalità pagana: gli dei indù si sono vendicati. E Cesare vede crollare tutto il castello di sogni e speranze che aveva costruito nella sua testa e nel suo cuore. Un fatto quasi assurdo, difficile da digerire.

Cesare consulta i registri della missione e scopre che dal 1952 al 1960 aveva amministrato circa 3.000 battesimi; nel 1959 (l'anno migliore) circa 300 battesimi. Dice a se stesso "Per adesso può davvero bastare". E decide di partire per una vacanza in Italia, tanto più che a Ruhea il vescovo aveva mandato il giovane padre Mario Alvigini ad aiutarlo. Così parte per Novi Ligure, con già in tasca il biglietto del ritorno. Era venuto in nave e in treno nel 1948, ritorna in aereo nel 1960.

Quando padre Cesare sbarca a Roma, l'Italia non è più quella che aveva lasciato dodici anni prima. Era partito nel 1948, con un paese distrutto dalla guerra, ancor molto povero, radicalmente diviso e attraversato da odi, vendette e violenze. Nel 1960 l’Italia sta vivendo il "boom" economico che porta gli italiani verso l’agiatezza e l’opulenza in pochi anni. Padre Cesare dichiara in una intervista: "Sono tornato volentieri, ma il mio pensiero è sempre là, alla missione... Mi fermo in Italia sei mesi, ma ho lasciato il cuore a Ruhea. E se è umana la gioia di ritrovarsi in questa breve parentesi coi parenti e gli amici, sento che la mia vita è laggiù, dove ho piantato la mia vocazione e dove il sacerdozio assume dimensioni così sconfinate, che non saprei concepirlo né più bello, né più entusiasmante".

Nel dicembre 1960 Cesare è ancora in Bengala. E’ aumentato di 15 chili e ha il portafoglio pieno dei generosi aiuti di parenti e amici. Adesso gli spiace lasciare la patria, ma parte con entusiasmo perché ha dei piani per la missione di Ruhea, che spera di mettere in atto con l'amico padre Mario Alvigini, suo condiocesano di Tortona. Però, quando giunge in missione, scrive che padre Mario "durante la mia assenza, ha svolto uno splendido lavoro: lasciamolo continuare col suo entusiasmo e il suo sistema, che ha dato così eccellenti risultati. Io andrò più a sud, a Thakurgaon, una città che si sta sviluppando velocemente e dove la Chiesa non è ancora presente".

La vita di padre Cesare era veramente fondata sulla fede. Quando si rende conto che a Ruhea padre Alvigini fa "uno splendido lavoro", invece di arroccarsi nella parrocchia che ha fondato e dove ormai si è "sistemato", abbandona a poco a poco Ruhea nelle mani del giovane missionario e fissa la sua residenza a Thakurgaon, ricominciando da capo la fondazione di una nuova missione, con tutte le difficoltà che questo comporta: acquisto del terreno, costruzione della prima residenza e della cappella, della scuola e della casa per le suore, presa di contatto con i gruppi di cristiani dispersi nel mare islamico, formazione dei catechisti, visita ai villaggi annunziando e testimoniando la carità di Cristo.

Ha solo 41 anni, le forze e l'entusiasmo non gli mancano. Anche la Provvidenza non lo abbandona: a Novi Ligure gli hanno regalato una macchina per fare i mattoni e gli "Amici di Don Cesare Pesce" di Voghera (Pavia) gli mandano addirittura una sufficiente quantità di cemento per la prima costruzione, "che arrivò come acqua benedetta in un deserto, data la quasi impossibilità di comprare cemento sul posto". Dio l'aiuta a trovare un buon capomastro "bihari" (musulmani fuggiti dall'India durante il periodo della partizione del territorio fra India e Pakistan nel 1947), che si prodiga a insegnare il mestiere "agli inesperti operai, che per la prima volta costruivano in cemento e mattoni e non in paglia e fango".

All'inizio del 1965, Cesare incomincia a scavare le fondamenta della nuova chiesa di Thakurgaon. Ma padre Pesce fa spesso questa esperienza: quando ha fatto i suoi piani e si crede sistemato, ecco che qualcosa lo sbalza da cavallo e deve ricominciare da capo. Nell'estate 1965, fra India e Pakistan scoppia uno dei tanti incidenti di frontiera che a volte portano ad un conflitto più o meno vasto e duraturo. La cittadina di Thakurgaon è vicina al confine dell'India e il governatore della provincia ordina a tutti gli stranieri ("per la loro sicurezza") di lasciare il paese. E' un nuovo "Fa il tuo fagotto e va" ("Pack up and go") come spesso succede nella vita di padre Cesare.

Il Signore però gli risparmia l'umiliazione di dover tornare una seconda volta in Italia. Così, andato a Dacca, l'arcivescovo ottiene il permesso dalle autorità di trattenerlo mandandolo nella missione di Mothbari, vicina alla capitale, per aiutare un anziano e ammalato missionario americano. Ma Cesare studia anche un nuovo sistema di insegnamento del catechismo, "che potesse attrarre di più gli uomini verso Dio". Così inventa il "Bible Contest by Correspondence", Concorso biblico per corrispondenza. Prepara uno schema di regole chiare e precise per i partecipanti, con le norme del concorso, gli esami finali, i premi, ecc. Quando ritorna a Thakurgaon nell'estate 1966, Cesare stampa centinaia di volantini e li manda a tutte le parrocchie e organizzazioni diocesane di Dinajpur: riceve in breve più di mille adesioni e iscrizioni, dalle scuole elementari fino alle superiori e agli adulti. Una iniziativa che, grazie a Dio e ai molti collaboratori, dà ottimi risultati non solo nella diocesi di Dinajpur ma fra le comunità cristiane di tutto il Bangladesh.

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TOP La guerra per l'indipendenza del Bengala

Nel 1966 padre Pesce ritorna a Thakurgaon e termina la costruzione della chiesa e della scuola della missione. Ma ancora una volta, quando incomincia ad avvertire che finalmente si sta realizzando nei suoi piani di sviluppo della missione, ecco che arriva l'imprevisto: "Fai il tuo fagotto e va!". Nel 1968 mons. Giuseppe Obert, vescovo di Dinajpur dà le dimissioni e la Nunziatura avvia l’inchiesta fra i sacerdoti diocesani per conoscere una terna di nomi fra i quali scegliere il nuovo vescovo. Padre Cesare Pesce risulta il primo della terna fra i diocesani: il vescovo poi sarà scelto fuori diocesi, il bengalese mons. Michael Rozario, oggi arcivescovo di Dacca. Ma il fatto è significativo della stima di cui godeva padre Cesare tra il clero diocesano, del PIME ma anche locale, nella sua diocesi.

Il superiore generale del PIME, mons. Aristide Pirovano, richiama temporaneamente Pesce in Italia per dirigere l'associazione "Mani Tese", nata nel 1963 al Centro missionario del PIME a Milano. In quegli anni in Italia furoreggiava la "Campagna contro la fame nel mondo", lanciata dalla Fao nel 1960 e subito cordialmente appoggiata da Giovanni XXIII. Il PIME in Italia si impegnò fortemente a documentare e far conoscere la tragedia del mondo moderno: il mondo spaccato in due fra un Nord sviluppato, democratico, pacifico, istruito e un Sud affamato e afflitto da guerre, dittature, analfabetismo, ecc. Padre Cesare si impegna come segretario di "Mani Tese", ma intanto approfitta di quel periodo in Italia per conseguire un diploma di teologia pastorale con specializzazione di catechetica, presso la Pontificia Università Lateranense a Roma. E nel novembre 1970 ritorna in Bangladesh.

Intanto, giorni oscuri si preparano per il Bengala, allora "Pakistan orientale": la guerra civile sta covando sotto la brace del nazionalismo bengalese. Il Pakistan, nato nel 1947 per unire tutti i musulmani dell'India che diventava indipendente dall'Inghilterra, si divideva in due tronconi separati dall'India stessa: Pakistan occidentale con la capitale nazionale Rawalpindi (oggi la città nuova di Islamabad) e Pakistan orientale (Bengala) con la capitale locale Dacca. Le due parti non si sono mai integrate ed era anche quasi impossibile integrarle! La classe dirigente, tutta del Pakistan occidentale, impone ai bengalesi la "lingua nazionale", l'urdu, mentre in Bengala si parla e si scrive il bengalese, nobile lingua di elevata musicalità (la definiscono "l'italiano dell'Asia") derivata dal sanscrito, con una letteratura di grande valore mondiale.

E' solo una delle prepotenze che le popolazioni del Pakistan occidentale (punjabi, pashtun, sindi, belucistani, ecc.) esercitano verso i bengalesi; così, mentre il Pakistan occidentale si sviluppa con industrie e molte opere pubbliche (strade, dighe, ferrovie, ecc.), la parte orientale del paese rimane povera e quasi abbandonata dal governo. L'opposizione cresce, specialmente dopo che il generale Yahya Khan, presidente del Pakistan, il 29 marzo 1969 proclama la "legge marziale" per imporre la dittatura militare. La reazione nel Pakistan orientale è fortissima e alle elezioni politiche generali del 7 dicembre 1970 l'"Awami League", guidata da Mujibur Rahman, conquista 167 seggi sui 169 riservati al Bengala; mentre nel Pakistan occidentale il "Partito del Popolo" di Zulfikar Ali Bhutto (opposizione ai militari) ottiene 83 seggi su un totale di 144. Nelle elezioni provinciali in Bengala la "Awami League" conquista 269 seggi su 279!

Logicamente, secondo la volontà del popolo pakistano, Mujibur Rahman avrebbe dovuto diventare presidente del Pakistan. Ma spesso le elezioni vanno in un senso e la politica in un altro. L'assemblea nazionale è tramandata di settimana in settimana, finché nel marzo 1971 scoppia in Bengala la rivolta contro i militari e la burocrazia governativa del Pakistan occidentale. Le manifestazioni violente, con centinaia di morti, incendiano tutte le città e per la prima volta sventola una nuova bandiera: sullo sfondo verde, un disco rosso e la carta geografica schematizzata del Bengala. E' il segno della volontà dei bengalesi: indipendenza o almeno autonomia totale dal Pakistan occidentale.

Probabilmente, un paese come il Pakistan, diviso in due tronconi da 2000 chilometri di India, non aveva alcuna possibilità di sopravvivere. Ma l'errore madornale lo compie il presidente Yahya Khan, che dichiara: "Io sono un soldato, non un politico e come soldato ho il dovere di difendere l'integrità nazionale"; così, invece di scendere a patti con i bengalesi e trovare un compromesso, scatena una repressione feroce, con carneficine spaventose. Basti dire che nelle città venivano uccisi soprattutto studenti, intellettuali, professionisti, cioè le élites bengalesi: "In quei giorni - scriveva un missionario in una lettera del settembre 1971, riferendosi alla primavera precedente - bastava essere studenti e intellettuali, o con l'apparenza di intellettuali, per essere passati per le armi. L'Università di Dacca era diventata un cimitero".

Il 17 aprile 1971 l'indipendenza del Bengala viene proclamata in India, dove si instaura un governo in esilio: è la nascita del Bangladesh. Intanto la guerra civile continua feroce. Milioni di bengalesi, braccati dalle truppe pakistane, si rifugiano in 156 campi profughi in India, dove il primo ministro, Indira Gandhi, attende il momento opportuno per intervenire contro il Pakistan, dal 1947 in conflitto con l'India, soprattutto a causa del Kashmir (ancor oggi diviso in due). Il 6 dicembre 1971, la Gandhi riconosce ufficialmente il Bangladesh e comanda alle truppe indiane di intervenire per sostenere i patrioti bengalesi ("mukti bahini"). Le truppe pakistane, lontane dalla loro base del Pakistan occidentale, non possono nulla contro l'esercito indiano. Il 16 dicembre 1971, il generale A.K. Niasi accetta la loro resa quasi incondizionata. Le folle bengalesi deliranti acclamano l'eroe nazionale e "bongobondhu" ("padre della patria") Mujibur Rahman, liberato dalla prigione: "Mujib joe, joe! Joe Bangla!".

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TOP "Gesù è con noi, perché essere preoccupati?"

Padre Pesce, appena giunto in Bengala nel dicembre 1970, è destinato dal vescovo a Mariampur, dove già aveva lavorato nei primi tempi della sua permanenza in missione. A Mariampur Pesce si trova bene, ma è a poca distanza dalla frontiera con l'India. La rivolta dei bengalesi contro i soldati del Pakistan occidentale è ormai generale, la repressione militare durissima, la gente scappa in India, specie i tribali aborigeni e gli indù: finiscono negli affollati campi profughi che gli organismi internazionali hanno preparato.

Nella guerra civile dei bengalesi contro le truppe pakistane, diversi missionari del PIME hanno avuto avventure drammatiche, rischiando la vita e alcuni fuggendo in India, anche per assistere i profughi bengalesi nei campi di accoglienza. Padre Gregorio Schiavi è brutalmente preso e minacciato di morte dai militari, per aver protestato contro l’uccisione di civili; padre Adolfo L’Imperio pure lui arrestato per diverse ore e minacciato di morte; padre Mario Alvigini si è salvato per miracolo, i pakistani gli sparavano contro mentre fuggiva con altri malcapitati. Il 24 aprile 1971 a Ruhea viene ucciso dai militari pakistani il sacerdote santal, don Luca Marandi.

Cesare Pesce ha lasciato pochi ricordi di come ha vissuto la guerra civile in Bengala. Padre Angelo Rusconi scrive che "padre Pesce ha passato brutti momenti sotto l’accusa di essere a capo della resistenza locale" e padre Adolfo L’Imperio scrive che "è stato salvato all’ultimo momento dall’intervento di militari". Cos’era successo? Lo stesso L’Imperio racconta (intervistato nell’aprile 2004 a Milano):

"Nel 1970-1972 io ero a Dhanjuri e Pesce a Mariampur (due missioni vicine e confinanti, n.d.r.). Era il tempo della repressione pakistana nei confronti del nazionalismo bengalese e specialmente ai confini con l'India i militari sorvegliavano la frontiera. Molta gente, di notte, scappava dal Pakistan orientale in India, c'era confusione e repressione, le missioni si erano mobilitate per aiutare la gente che scappava. C'erano i "bihari", fedeli al Pakistan, che volevano assaltare la missione di Mariampur perché cercavano i profughi. Noi invece, a Dhanjuri, ospitavamo i profughi che arrivavano alla spicciolata di giorno, gli davamo da mangiare e di notte scappavano nella vicina India. Ma i militari del vicino accampamento di Fulbari facevano finta di non vedere e dicevano sempre: "Tutto è regolare".

"Un giorno, arriva una jeep militare a Dhanjuri e il maggiore vuol visitare il lebbrosario e la missione. Lo porto in giro e poiché c'era molta gente che con la missione non c'entrava per niente, sono stato sincero e gli ho detto che di notte scappavano in India. Lui mi dice: ‘Non si preoccupi, tutto è regolare’. In quel momento arriva un catechista da Mariampur e mi porta una lettera di padre Pesce che diceva di essere assediato dai militari pakistani e che era pronto a morire per la Chiesa e il popolo bengalese. Diceva: ‘Ormai siamo agli sgoccioli, prima o poi assaltano la missione. Ma io ho preparato le mie difese e se vengono non mi arrendo, mi difendo. Pregate per me e il mio popolo’.

"Allora faccio vedere questa lettera al maggiore e gliela traduco dicendogli: ‘Vede? Lei dice che è tutto regolare, ma nella missione qui vicina succede questo e sono i militari pakistani che disturbano il padre e il popolo’. Il maggiore prende con sé il catechista sulla jeep e vanno a Mariampur. La jeep aveva un cannoncino davanti e padre Pesce, quando vede il cannoncino, si prepara a dare fuoco alle difese che aveva preparato. Aveva fatto scavare attorno alla missione un profondo e largo fossato che aveva riempito di nafta ed era pronto a dargli fuoco. Poi c'erano i santal con le loro frecce micidiali. In seguito, Cesare mi raccontava di essere sicuro che avrebbero davvero respinto i militari. Non è che dicesse: mi arrendo alla violenza. No, aveva organizzato la difesa. Fatto sta che, vedendo la jeep col cannoncino, allerta i suoi uomini e si prepara a difendersi; ma il catechista va avanti a mani alzate e grida: ‘Padre, sono amici, sono amici!’. Così riceve il maggiore nella missione, gli fa visitare tutto, profughi compresi, e gli dice chiaramente che i militari dell'accampamento vicino disturbano il lavoro caritativo della missione. Il maggiore chiama il comandante e i suoi aiutanti del campo vicino e dice loro: ‘Se i vostri militari fanno del male al padre e alle persone ospitate nella missione, voi siete responsabili e vi accuserò di fronte alla corte marziale’".

Padre Pesce non ha più avuto fastidi. Era il tempo fra marzo e giugno del 1971, quando i bengalesi si erano rivoltati contro i militari pakistani e bihari; soprattutto questi ultimi erano i più feroci oppressori dei bengalesi. La guerra civile è scoppiata il 25 marzo 1971 e terminata, grazie all’intervento dell’India, il 16 dicembre 1971. Perché padre Pesce non è fuggito in India come altri missionari del PIME vicini al confine, che hanno seguito il loro gregge nei campi profughi indiani? In quei giorni varie voci avevano avvisato che era possibile un prossimo attacco alla missione di Mariampur da parte delle truppe pakistane. Lo racconta lo stesso padre Pesce: "Avevo paura, una incontrollabile paura. Convocai una riunione segreta e per sicurezza ci riunimmo nel convento delle suore per discutere come comportarci in quella difficilissima situazione. Quando arrivammo al punto cruciale della situazione, e cioè se abbandonare la missione, suor Erminia, la donna più semplice che io abbia mai incontrato, sorridendo ci disse: ‘No, fratelli, non andate via, per favore. Niente mai avverrà qui, poiché Gesù è con noi. Perché essere preoccupati?’. E il suo volto, ormai con molte rughe ma ancora bello, si illuminò tutto nel buio della notte. Così restammo e non avvenne niente".

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TOP Cooperative agricole e "Credit union"

Superata l'emergenza della guerra civile, nella primavera 1972 la missione di Mariampur riprende a marciare a pieno regime. Gli alunni della scuola della missione sono duplicati in pochi anni, da 300 a 600 e sono "obbligati a fare scuola sotto le piante". Ma il motore dello sviluppo del popolo, oltre le scuole, sono le "Cooperative agricole" e le "Credit Union".

A Mariampur (Daulighat), rimane poco più di tre anni (dicembre 1970 - marzo 1974), durante i quali crea le cooperative agricole, fonda un’azienda agricola e decine di scuolette nei villaggi che ne erano privi. Gli amici di Novi Ligure gli avevano regalato pompe per l’acqua e quelli di Voghera un trattore. A chi gli ha mandato dall’Italia alcuni semi di pomodoro scrive: "Qui i pomodori vengono grossi come zucche"; e racconta che nella scuola della sua missione i bambini ci andavano molto volentieri, ma poi aggiunge: "Almeno sono sicuri di mangiare per quel giorno una scodella di riso con un po’ di pomodoro o altro condimento".

In altra lettera scrive: "Dopo tutte le traversie del ciclone e della guerra civile, siamo ora alla siccità che ha impedito la semina del primo riso: si prospetta la fame, mi correggo, siamo già alla fame. Il C.O.R.R. ("Christian Organisation Relief and Rehabilitation") fa un lavoro immenso per tappare qualche falla, ma ci vuole altro con 70 milioni di poveracci. Noi non ce la facciamo più: morti dal lavoro per questo relief, i nervi cedono dopo un anno di guerra fra l’esercito pakistano e i partigiani bengalesi (Mukti-Bahini) e un secondo anno di lotta contro la fame, le malattie, la mancanza di lavoro di un popolo intero".

Chiede ai suoi amici in Italia di aiutarlo per le opere sociali e assistenziali che sta realizzando (specie le sue cooperative agricole) e così descrive la sua vita di tutti i giorni: "Mi alzo alle cinque, vado in moto a dir Messa in qualche villaggio cristiano, magari a 30-40 km. da qui e mi fermo per incontrare le famiglie. Ritorno, pranzo e lavoro in ufficio fino alle sei di sera, celebro la seconda Messa con i cristiani e i duecento ragazzi del ‘boarding’ (ostello per studenti), ceno in fretta perché alla sera c'è sempre qualche adunanza della S. Vincenzo o del CORR (Caritas bengalese) o delle cooperative o qualche altro accidente che mi manda a dormire oltre le dieci".

Cesare Pesce era un prete disposto a tutto, flessibile, aperto, generoso, sorridente nonostante tutto. Il vescovo e i superiori del Pime lo usavano come un "jolly": sapevano che col suo carattere cordiale, disponibile e molto concreto, ovunque andava faceva bene e lo mandano dove c'è bisogno di iniziare un lavoro o risolvere qualche problema o rimpiazzare altri che hanno combinato poco oppure hanno combinato qualche pasticcio. Nel marzo 1973 il vescovo chiama padre Pesce a Dinajpur per metterlo a capo del "Centro catechistico diocesano" da poco fondato (ma continua il suo impegno a Mariampur fino al marzo 1974). Avrebbe potuto dire: "Ma insomma, basta, lasciatemi un po' tranquillo in questa missione che ho rimesso in piedi!". Invece no: tace, obbedisce e va sereno dove lo mandano, come al solito, pieno di entusiasmo. Qui non si tratta solo di bel carattere, c'è qualcosa d'altro, che è la santità di vita, la forza di Dio che era in lui.

Il corso residenziale per catechisti organizzato da Cesare a Dinajpur, centro della diocesi, durava due anni, con lezioni e vita comunitaria come in un seminario. I suoi primi diplomati sono 28 (14 uomini e 14 donne, di cui 5 suore), "che dovrebbero diventare i leaders del prossimo futuro, una specie di diaconi anche sposati senza l'ordine"; poi ci sono i corsi brevi di uno o due giorni ai catechisti delle singole missioni, che Cesare tiene ovunque viene richiesto.

Nel 1975 riceve dal Vescovo l’incarico di assistere i fedeli della parrocchia di Saidpur, mentre è ancora direttore del Centro catechistico diocesano. Saidpur, importante centro ferroviario e cittadina moderna, è la più antica parrocchia della diocesi di Dinajpur, fondata dai missionari del Pime all’inizio del secolo XIX; ma anche quella con il minor numero di cristiani, quindi adatta a padre Cesare che dirigeva anche il Centro catechistico diocesano a Dinajpur. Due impegni faticosi, anche per i continui viaggi dalla sede episcopale alla parrocchia, circa 60 chilometri, con le strade bengalesi di quel tempo! Ma Cesare non aveva ancora 60 anni, era appassionato del suo lavoro e si butta dentro nella pastorale rurale a Saidpur, mentre nel centro della diocesi dirige il movimento catechistico con sempre nuove iniziative a livello popolare, soprattutto producendo sussidi in bengalese per le scuole di catechismo.

Scrive ad un amico: "Continuo a dirigere il centro catechistico e giro le parrocchie della diocesi per i corsi di istruzione e preparazione pastorale ai catechisti e leaders dei villaggi. Nello stesso tempo reggo questa vecchia parrocchietta di Saidpur. Sto a casa poco tempo, ma questo sparuto gruppo di cristiani hanno un prete, dopo tanti anni che non avevano nessuno, almeno alla domenica e alle feste religiose. Sto tentando in qualche villaggio hindù di far conoscere che Gesù è nato anche per loro, speriamo bene! E poi sto scrivendo qualche libretto religioso in bengalese, per aiutare i catechisti e i catecumeni. Così la mia giornata passa veloce e, spero, non inutilmente".

A Saidpur Pesce visita i villaggi in compagnia di due suore del Centro diocesano e scrive che "senza suore permanenti il lavoro missionario è sempre a metà: bambini e donne sono più curati dalle suore che dal missionario, senza contare poi la scuola elementare e il dispensario medico". Infatti a Saidpur avvia subito la costruzione di una casa per le suore.

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TOP "Ma i soldi arriveranno lo stesso"

Nel luglio 1979 padre Pesce è nuovamente trasferito, da Saidpur a Pathorgata, dove rimane fino al 1995. Aveva 60 anni, che in Bangladesh valgono più che in Italia, in quel clima e in quella povertà. In una lettera dei primi giorni che è a Pathorgata: "Ho fatto il mio ingresso… trionfale, in bicicletta, dalla stazioncina ferroviaria di Panchbibi su una strada fangosa e viscida. Ogni tanto mi fermavo a togliere il fango che si incastrava tra il parafango e la ruota posteriore. Era la preparazione alla mia prima messa nella nuova parrocchia. Finalmente arrivo in chiesa. Che malinconia! Dalla splendida chiesetta di Saidpur, forse la più bella del Bangladesh, ad uno stanzone fatto di fango e lamiere… poi nella canonica costruita con fango e mattoni non imbiancati di calce. ‘Sta allegro don Cesare, mi dico: ti vogliono già bene al tuo arrivo. Su, su, guarda il sole e le ombre rimarranno alle tue spalle!’".

Così, a Pathorgata, in un angolo della campagna del Bangladesh, lasciati i piccoli conforti che può offrire la città, si immerge in un ambiente rurale e povero, fra campi di riso, strade impossibili e capanne di fango e paglia; "ma ci sono alberi, uccelli e fiori, fiori: bello, immensamente bello. Dio mi ha mandato qui a cogliere i fiori, non le spine. Ma so già che per impossessarmi dei fiori dovrò lottare con le spine; forse è necessaria qualche goccia di sangue. Beh, è legge di natura. Ma ne vale la pena: inebriarmi del profumo di questi fiori, anche se punzecchiato da qualche maligna spina della giungla".

A Pathorgata trova una chiesa che è un capannone di fango con tetto di lamiera. Bisogna costruirne una nuova, anche perché lì vicino "c’è una moschea nuova fiammante a fianco della tomba di un santone musulmano, meta quotidiana di pellegrinaggi. Naturalmente i pellegrini vengono a curiosare da noi e io mi trovo sempre pieno di vergogna nel mostrare il capannone-chiesa…". Però le suore sono una priorità assoluta. Cesare incomincia a costruire la loro casetta, ma quando al sabato sera i muratori vengono a chiedere la giusta ricompensa, lui si avvicina alla "cassaforte" (che, scrive, bisognerebbe chiamare "cassadebole") e per fortuna, chissà come, ci trova il necessario.

Il 2 agosto 1981, dopo una rapida visita in Italia, scrive: "Eccomi arrivato a casa. Stamattina ho celebrato la Messa domenicale e la chiesa era piena. I bambini naturalmente erano i più numerosi e i più adatti a farmi scappare la nostalgia di Novi e dell’Italia. Ma sono lieto di essere ritornato".

La vita quotidiana di padre Cesare, come degli altri missionari, dipende strettamente dalla preghiera e dall’aiuto di Dio, ma anche dai soldi, che in genere non bastano mai: costruzioni, catechisti, aiuti ai poveri, mantenimento di orfani, scuole, dispensari medici e altri servizi sociali, riparazione delle costruzioni (che in quel clima caldo umido si sfasciano presto!), ecc. Nelle sue lettere Pesce non chiede quasi mai direttamente aiuti a parenti ed amici. Ringrazia sempre chi gli manda qualcosa, ma ha una grande fiducia nella Provvidenza, è distaccato anche dal denaro. Quando sa che una certa somma destinata a lui va a finire in un’altra missione non se la prende e scrive: "Non importa, i soldi arriveranno lo stesso!".

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TOP Questa la vita missionaria: magnifica!

Negli anni ottanta, uno dei più forti ostacoli alle missioni cristiane in Bangladesh viene dai militari al potere, che hanno messo delle "regole tremende" per controllare il lavoro dei missionari e gli aiuti che ricevono dall’estero. "Hanno cominciato col voler sapere quanti nuovi cristiani vengono registrati, poi quante take riceviamo e in che modo e perché si spendono, specialmente se quelle take sono state acquistate con cambio di denaro estero…". Temono che con i missionari stranieri si infiltri nel paese qualche teoria rivoluzionaria o che si "comperino le conversioni". Padre Cesare ammette (lettera del 15 luglio 1983) che, secondo quanto si dice, c’è qualche setta pseudo-protestante americana o coreana che "giunge alla demenza di dare denaro a questo scopo". Ma questo non è assolutamente vero per la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti storiche (anglicani, luterani, ecc.), per cui diventa "un abuso inammissibile" penalizzare tutte le missioni cristiane per qualche "demente" facilmente individuabile e punibile.

Tanto più che proprio le missioni cristiane distribuiscono na massa notevole di aiuti umanitari e realizzano molti programmi di sviluppo, di cui beneficiano tutti i bengalesi, senza eccezione di religione o di etnia. Come si fa a scoraggiare questo fiume di aiuti gratuiti dall’estero, con una caterva di "regole e regolette", suscitando disgusto e anche qualche ritiro dal Bangladesh? E’ vero che le missioni cattoliche e protestanti dipendono ancora in gran parte dagli aiuti dall’estero, con tutta "la massa di programmi umanitari" che gestiscono. "Come principio – scrive Pesce – anch’io sono convinto che idealmente la Chiesa del Bangladesh dovrebbe essere indipendente e autosufficiente: ma dalla teoria alla pratica ci passa tutta l’acqua del Gange e del Bramaputra". Nel senso che se la Chiesa pensasse solo a se stessa, alla sua sopravvivenza e non ad aiutare il popolo, questo sarebbe abbastanza facile: ma se vuol contribuire allo sviluppo umano, all’educazione, a lenire le miserie più disumane, deve per forza di cose chiedere l’aiuto dei fratelli cristiani di ogni parte del mondo.

Padre Cesare ama appassionatamente il popolo bengalese e ha legato la sua vita di italiano alla nuova patria di adozione. Per lui è una sofferenza constatare, a volte, che la situazione generale pare vada peggiorando, non migliorando. Buona parte del suo tempo lo impegna nelle opere sociali e di promozione umana ed economica. Ad esempio ha varato un "progetto irrigazione" con una pompa per tirar su l’acqua dal terreno e un canale di distribuzione, che quando tutto va bene funziona. Ma, ad esempio, nel 1984 manca l’elettricità per tre mesi e si rischia di perdere il raccolto del riso. Il 7 luglio 1984 scrive: "Per tre mesi siamo rimasti senza corrente elettrica. Puoi immaginare la costernazione di tutta questa gente che si serve del progetto d’irrigazione della missione. Senz’acqua non c’è alcuna possibilità di coltivare il riso. Da una settimana, grazie a Dio e ai capi di questo povero paese, le lampadine stanno accendendosi… E pensare che mentre noi diventiamo matti per avere l’acqua, in altre parti del paese più della metà del Bangladesh è allagato con la perdita del raccolto di questa stagione".

"Il Presidente Zia (il capo del governo del Bangladesh, n.d.r.) – scrive in una lettera del settembre 1980 – grida ai quattro venti che nemmeno un centimetro quadrato di terra del Bengala deve rimanere incolto. Questo è un problema di vita o di morte. La Chiesa cattolica del Bangladesh è fortemente impegnata in questo problema dell’alimentazione ed è logico che i preti, insieme al Paternoster, insegnino a coltivare riso e grano e passino la maggior parte delle ore del giorno nei campi o nelle aie a tentare di far capire come funzionano pompe e attrezzi agricoli. Allora, anch’io divento contadino. E ti assicuro che anche così la vita è bella. Di sera, dopo aver ascoltato il giornale radio con le solite terribili notizie di attentati e atti terroristici, mi butto sul letto e mi addormento all’istante al ritmico gracidare delle rane. Buona notte a me! Domani all’alba mi attende quel campo in riva al fiume, che mi fa sempre "girar l’anima" con le sue falle. Dovrò svegliare presto il mio uomo, per tamponarle ancora una volta: tre, quattro quintali di riso in più raccolto laggiù vogliono dire il rancio per dieci giorni dei miei studenti e studentesse all’Hostel!".

Padre Pesce prende tutto con fede e amore a Dio e al prossimo. Quindi è sempre su di giro. Il 3 dicembre 1984, dopo aver descritto le situazioni di miseria del popolo e il lavoro delle missioni per aiutare la povera gente, scrive: "La vitaccia, intanto, va più o meno come al solito: per Natale la visita ai villaggi per le confessioni e le Messe, su e giù per le fantastiche, impensabili strade (ma chi ha il coraggio di chiamarle strade?) del Bangladesh. Ritiri ai giovani, a uomini e donne… e poi la mietitura del riso, semina del grano e delle patate. Tutto fa brodo. E’ la vita missionaria: magnifica!"

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TOP "Mi godo la povertà felice del Bangladesh"

Nella corrispondenza di padre Pesce si trovano lettere che sono quasi da antologia letteraria. Questa ad esempio del 1° maggio 1985 da Pathorgata, la parrocchia dove padre Pesce resta dal 1979 al 1992. A Pasqua, per mancanza di tempo, non ha fatto gli auguri a don Libero Meriggi, direttore del Centro missionario diocesano di Tortona e a tutti quelli che, con le loro preghiere e aiuti, permettono alla sua missione di vivere e progredire. Cesare se ne accorge in ritardo, scrive all’amico e si presenta a lui "a testa bassa, umile umile, per dirti che chiedo scusa…". Poi aggiunge: "Ma mi viene il dubbio: non è la mancanza di tempo per questi ritardi nello scrivere. Dolorosamente, ahimé, devo ammettere che divento vecchio e il brio d’un tempo va a farsi benedire. Per scrivere ci vuole concentrazione e io ora ne possiedo poca. Diventato parroco contadino di questa missione che, grazie alle fatiche del mio predecessore, ha fama di essere all’avanguardia nei nuovi sistemi di produzione agricola, mi piace un mondo sporcarmi le mani, aspirare l’odore acido del diesel e mobil-oil presso la vecchia pompa che irriga i campi dei miei compaesani.

Che farci? Se non funziona la pompa della missione qui non c’è acqua. Caspita, se non c’è acqua non si mangia. Da un anno qui manca l’elettricità e il motore elettrico che pompava acqua per una cinquantina di famiglie contadine ora è fermo. Mi hanno regalato un vecchio Slanzi che mi fa diventar matto per le sue continue malattie. A forza di altrettanti continui interventi chirurgici riesce però, quando sta bene, a far contente una ventina di famiglie. Meglio che niente, no? E allora giù diesel e su acqua. Giù semi e su riso. Qualcosa si ottiene, una goccia nell’oceano, per sfamare 'sti cento milioni di gente che mangia quando può".
Pochi giorni prima è andato a trovarlo il Vescovo Joakim (di Chittagong), un amico di vecchia data. Dopo una predichetta di Cesare in bengalese, a colazione gli fa i complimenti: "Parli bene, ti ho ascoltato con gusto". E va bene. Dopo qualche ora va a trovarlo un amico musulmano, l’ex sindaco del paese. Mentre toglie la chiavetta dalla motocicletta: "Magnifico!" grida tra gli scoppi del motore morente: "Questo è il campo di cipolle più bello del paese" e indica il campetto che costeggia la casa del missionario. Cesare scrive ad un amico: "Debbo dirti la verità? Mi ha fatto più piacere la lode delle cipolle che quella della predica. Cibo dell’anima e cibo della pancia. Tento di dispensarne un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Ma a sentire le mie prediche purtroppo, eccetto quei quattro buoni gatti di cristiani, non viene quasi nessuno, anche se il Vescovo di Chittagong così, per consolarmi, mi dice ‘bravo!’. Un seme tra cento milioni per caso germoglia nel deserto cristiano o, meglio, nella serra opulenta musulmana del Bangladesh. Le cipolle invece, nascoste sotto terra, escono abbondanti e panciute nelle mani dei poveri. E chissà che domani quel riso e quelle cipolle, irrorate dal sudore del missionario, non vadano a formare nei cervelli la materia grigia necessaria a far trovare la via della verità!
"E così tra una benedizione agli sposi, una maledizione ai vermi del riso, un titolaccio da facchino al pistone che rifiuta di muoversi e una sgridata ai ragazzi della scuola che, invece di studiare vanno a caccia di uccelli e di pesci, arrivo alla sera contento d’essere ancora vivo a godermi la povertà felice del Bangladesh. E le lettere di ringraziamento dei benefattori e amici delle missioni? Alla sera. Giusto il tempo di buttarle giù. Ma…non c’è la luce….ci sono le zanzare…c’è quell’articolo interessante sulla tal rivista… Piuttosto c’è la pigrizia, bestia nera, da combattere. Ti saluto e grido forte forte a te, a tutti gli amici: Grazie! O alla maniera islamica del mio Paese d’adozione: "Khoda afez!". Ma gira e rigira il più bello e il più cordiale è sempre "CIAO".

Un altro "progetto di svluppo" realizzato a Pathorgata negli anni ottanta è questo, che Pesce stesso racconta: "Un bel giorno, vengo chiamato d’urgenza dal Sindaco. Incredibile! L’Ambasciatore della Danimarca in Bangladesh si presenta senza tante premesse e chiede la mia collaborazione, con quella del Sindaco, per un progetto che il suo governo finanzierebbe: un "gonobiddaloy" (in inglese "Popular educational Centre"), dove i giovani avrebbero appreso nozioni di agraria moderna, meccanica, cucito, economia domestica, ecc. Il Sindaco era già al corrente della faccenda e aveva già visitato un altro centro simile in altra zona del Bangladesh... Era entusiasta e io più di lui. Il mio vecchio sogno si realizza: un lavoro fatto assieme, abbattute finalmente tutte le nefaste barriere di casta e religione, in unione di intenti per il bene di questa nostra gente, per renderla "self-supporting" (auto-sufficiente) con il proprio lavoro reso più razionale, meno pesante e più redditizio.

"Ed ora eccoci impegnati in questa nuova avventura. E’ un piacere lavorare con questo Sindaco, un dotto e pio musulmano del luogo. Fa il medico, specializzato in ginecologia. Mi è riuscito simpatico alla prima occasione in cui erano coinvolte la salvezza di uno studente della mia scuola e la sua arte medica… Come dicevo, è un uomo di compagnia. La sua sincerità e onestà nel trattare con gente semplice e poco istruita mi spinge a seguire il suo esempio. D’altra parte, la sua fermezza con chi tenta di imbrogliare o di fare il furbo mi dà coraggio e sicurezza nella mia condizione di straniero, quindi ritenuto meno furbo di un bengalese, a cui la cronica necessità aguzza l’ingegno. Insomma, siamo diventati amici, gli voglio bene".

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TOP Le feste per i suoi 50 anni di Messa

Il culmine della gioia e della consolazione spirituale padre Cesare lo raggiunge nei giorni del Natale 1988, quando a Pathorgata il Vescovo mons. Theotonius Gomes consacra il primo prete della parrocchia e anche il primo sacerdote oraon della diocesi di Dinajpur: già un po’ anziano, 36 anni, "contadino di nascita e di carattere, quindi tenace nelle sue idee. Spero faccia bene". Una festa preparata con cura da mesi (restauri, nuove strade, tendoni, canti e danze, cerimonie e cori, allestimento dei vettovagliamenti), che ha riunito i cristiani nella preghiera, ma anche nell’"immancabile pranzone semi-religioso con un migliaio di invitati".

Cesare scrive che è contentissimo, ma che sta vivendo "in una girandola di fuochi artificiali": sempre sereno e pieno di gioia, ma mai fermo, mai tranquillo, ogni giorno

Deve affrontare continue emergenze: arriva uno e gli racconta i suoi guai in famiglia e della moglie ammalata; un secondo chiede un consiglio per la figlia, pronta a sposarsi; ecco i molti ammalati che chiedono il benestare – lettera firmata e timbrata – per entrare nell’ospedale cattolico di Dinajpur, "cosicché poi io dovrò pagare i soliti salati bills (conti). Un po’ di respiro? No, neppure un attimo. Sulla porta si delinea la faccia del "mistri" (muratore capo): bisogna andare d’urgenza a stabilire le misure per un pilastro nell’erigenda casa delle monache. E dietro al mistri l’immancabile manager delle terre che chiede quanti Kg. di urea e potassio deve dare sul campo dei cavoli. Così la ruota gira tutto il santo giorno. Senza contare la fila dei poveri diavoli colpiti dall’inondazione del nord. Perché, dopo il ciclone verso il mare, il Bangladesh ha avuto l’inondazione dalle mie parti: case crollate, campi di riso andati alla malora e, di conseguenza, migliaia di persone colpite dalla diarrea e influenza. Io ho distribuito centinaia di pacchetti di ‘saline’ e ‘terramicin’. Anche la missione ha avuto due cappelle col tetto di lamiera completamente distrutte. Puoi immaginare quanti ammalati avevamo: su 97 ragazzi e ragazze dell’orfanotrofio-hostel, 45 rimasero a letto per una settimana o una decina di giorni. Grazie a Dio nessuna vittima tra i cristiani, se si eccettua un padre di famiglia annegato nel fiume vicino nel tentativo di ritornare a casa prima di notte".

Ora è ritornato il sereno. Padre Cesare può lavorare anche un po’ nel campo spirituale: "Il 3-4-5 di questo mese abbiamo avuto il raduno della gioventù cattolica, 136 giovanotti e giovanotte. Riuscito abbastanza bene. Gli oratori erano il direttore del centro catechistico e una suora molto brava. Dal 7 al 10 novembre ho organizzato il "Bible Dibosh" (Festa della Bibbia) con 150 ragazzi e ragazze dei paesi vicini alla missione. Riuscito bene. I partecipanti sono rimasti qui con me giorno e notte e il loro entusiasmo ha colpito persino me, dall’animo ormai incartapecorito! Ed ora sto preparando il corso dei candidati al matrimonio: sarà verso la fine di questo mese. E così fra lo spirituale e il materiale tentiamo di fare qualcosa per un domani migliore del passato. Davvero? Mah, speriamo… Ciao, Be cheerful!".

Nel marzo-maggio 1992, la diocesi di Dinajpur e i missionari del Pime organizzano feste e celebrazioni in onore di padre Pesce per il suo cinquantesimo di sacerdozio. Prima l’hanno festeggiato i preti locali ed esteri, con i catechisti: "Una giornata passata in allegria e fraternità intima senza tanti fronzoli; un bel ‘meeting’, una Messa concelebrata con molto fervore e commozione date le circostanze, un bel pranzone alla bengalese e chi s’è visto s’è visto". Una settimana dopo, festa alla casa del Pime a Dacca, alla presenza di tutti i quaranta membri dell’Istituto e del Nunzio apostolico, mons. Piero Biggio. Il 15 maggio 1992 Cesare scrive a un amico in Italia:

"L’ultima festa, per ora, a Dinajpur, al centro della Diocesi. Il Vescovo Theotonius Gomes non si è lasciato vincere dalle mie obiezioni, ha voluto fare a tutti i costi una cosa enorme, solenne. Troppo, davvero troppo. Ha fatto venire una rappresentanza da tutte le parrocchie della Diocesi e da tutte le istituzioni cattoliche. E giù discorsi, ricordi di fatti che io avevo ormai dimenticato… Quasi mi convincevano ad ammettere che ho fatto qualcosa in questa mia patria d’adozione… Ho detto ‘quasi’ bada bene: non ne sono per nulla convinto. Statistiche? Beh, quattro – cinquemila battesimi… Se c’era un altro al mio posto ne avrebbe amministrato sei o settemila. Migliaia di chilometri sulle strade (strade per modo di dire) del Bengala a dare la Messa magari a quattro famiglie che sanno a stento il Pater Noster, a dire loro soltanto di non aver paura che ci sono io: se ci sono io, c’è Dio in mezzo a loro".
Possiamo dire che padre Cesare è invecchiato bene. Quando si accorge che fisicamente sta diventando anziano, non pensa di mettersi a riposo o di fare chissà cosa per ritardare la decadenza della vecchiaia. Canta le lodi di Dio e va avanti come prima. Due le novità dell’inizio anni novanta. Anzitutto, padre Pesce si mette a scrivere in inglese la storia generale della Chiesa cattolica, che voleva poi far tradurre in bengalese. Lui parla di "sommario della storia" e dice che fa questo lavoro perché non c’è ancora un libro in bengalese sulla storia della Chiesa. Si è documentato, ha raccolto sette-otto autori i cui testi gli riempiono il tavolo e, appena ha un po’ di tempo, si mette a lavorare con gusto. Scrive a macchina su fogli di quaderno (metà di A4) e giunge fino a pag. 398, fino a Napoleone compreso.

Il testo originale è conservato nell’Archivio generale del Pime a Roma. L’opera è incompleta, ma scorrendola sono rimasto colpito dalla sua capacità narrativa. Non è facile scrivere la storia della Chiesa, dagli inizi ad oggi, in uno stile adatto ai giovani cristiani del Bangladesh, in una cultura radicalmente diversa da quella europea. Da una rapida lettura, mi pare che Cesare c’è riuscito. Di ogni periodo mette in risalto i fatti principali, personalizzando le vicende con la presentazione dei vari Papi e santi, dando spazio anche ai personaggi degli eresiarchi e alle loro idee, per mostrare come la Chiesa, attraverso duemila anni di storia tormentata, è stata guidata dallo Spirito Santo a mantenersi fedele al Vangelo e al modello di Cristo.

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TOP Parroco a Kalisha a 76 anni

Nel 1992 padre Pesce ha problemi di ischemia cardiaca che lo obbligano a ritornare in Italia per un po’ di riposo; e nel gennaio 1993 cade malamente: si riempie di escoriazioni e tumefazioni, cammina con difficoltà e deve stare un po’ fermo. Il superiore regionale del Pime gli manda in aiuto, a Pathorgata, padre Giulio Berutti. Cesare è contentissimo e ci fa subito su la battuta: "Lui si chiama Giulio e io Cesare, cioè Giulio Cesare. Andremo alla conquista della Gallia e Britannia ancora pagane. Ho già qui due bei villaggi quasi pronti per entrare nel grande Ovile, con la "O" maiuscola. Sarà per Pasqua, spero… E le tre scuole elementari con 500-600 alunni, di cui 105 interni. E le cooperative e casse di risparmio. E poi trainings e meetings di continuo seguendo la moda dei tempi. E via via… Così, con tutte queste belle storie a cui pensare e badare, eccomi diventato vecchio, vecchissimo. ‘Forza che ce la fai’ mi dicono i nuovi missionari che stanno studiando il bengalese e il santal. ‘Pedalate, pedalate - rispondo loro - qui ce n’è per tutti giovani e vecchi. Evviva il Bangladesh!’".

Nell’aprile 1995 padre Pesce è ricoverato nella clinica Gulsan di Dhaka per essere operato di ernia inguinale. Da tempo gli dava fastidio e rimandava sempre l’intervento, fin che diventa indispensabile. Quando esce dalla clinica vorrebbe tornare alla sua parrocchia di Pathorgata, ma scrive: "Ho ricevuto l’ordine di riposare. Il capo mi consiglia di venire in Italia per qualche mese, il Vescovo idem… ‘Sei calato di dieci chili e in Bangladesh chi te li ridà?’. E va bene. Mi spiace lasciare la mia famiglia di qui, puoi immaginarlo. Ma con la speranza di non sbagliare verrò. Spero solo per qualche mese in modo da rimettermi".

In altra lettera scrive: "Il Vescovo e i capi del Pime mi consigliano, meglio, mi forzano di venire per qualche mese in Italia a rimettermi un po’. Ho accettato a malincuore, pensando alla buona occasione di vedere la mia vecchia sorella".

Nel maggio 1995 ritorna in Italia per convalescenza e riposo. Mentre nell’estate 1995 è a Novi Ligure in vacanza, riceve nuovamente l'offerta di assumere una parrocchia nella sua diocesi di Tortona, sull'Appennino Ligure. Questa volta il missionario si interroga seriamente su quale strada scegliere, forse perché capisce che, a 76 anni in un paese caldo umido come il Bangladesh, non può resistere molto e potrebbe anche diventare di peso ai confratelli e alla missione. Ma il consiglio di un vecchio amico lo conforta nel tornare in missione.

Ma ecco che, appena arrivato a Dinajpur poco prima del Natale 1995, il Vescovo mons. Theotonius conferma la bontà di questa sua libera scelta: gli chiede di diventare parroco di Kalisha, ancora per lo stesso motivo per cui 15 anni prima l’aveva mandato a Pathorgata: per riportare pace nell'ovile di questa nuova parrocchia, "tra i soliti capricciosi feudi oraon (aborigeni)". Il giovane padre Luca Galimberti, missionario in Bangladesh dal 1992, mi racconta:

"Ero per caso a Dinajpur (dalla sua missione di Boldipukur, n.d.r.) e un pomeriggio il Vescovo mi chiede di portare padre Pesce a Kalisha, che è poco distante da Boldipukur. Vado da Pesce: quando vuole andarci? ‘Domani’, mi risponde. Gli chiedo quando il vescovo gli ha detto di andare a Kalisha, dato che da poco è tornato dall’Italia. ‘Ieri sera, mi dice, ma sono già pronto’. Il giorno dopo siamo partiti in jeep. Lui aveva due borsette a mano con tutto quel che gli occorreva. Gli ho detto che sarei andato a trovarlo un mese dopo, se aveva bisogno di qualcosa. ‘No, rispose, grazie, non ho bisogno di nient’altro’. Ricordo che rimasi ammirato da questa disponibilità ad accettare, sui due piedi, una nuova destinazione che sapeva non facile".

In una lettera al nipote Ernesto del 22 dicembre 1995, così padre Cesare descrive il suo compito a Kalisha, dov’è arrivato da pochi giorni: "Una missione di pace tra due partiti formatisi in questa parrocchia una decina di anni fa tra gente della stessa tribù. Una lite tra feudi, in cui è stato coinvolto, qualche mese fa, anche il missionario fondatore della missione cattolica, assalito e derubato non si sa da chi (probabilmente qualche musulmano assoldato da cristiani per la perfida azione). Il posto è ancora degno del secolo scorso sia per le scarse comunicazioni che per lo stile di vita degli abitanti. Porto un esempio capitatomi ieri: mando un uomo al Post-Office più vicino (due buoni chilometri) a spedire un libretto nelle Filippine. Il direttore dell’ufficio postale risponde che non sa dove sia quella nazione e quindi quanto si debba pagare in francobolli e del resto non ha i francobolli per spedire una roba simile… Mando a comperare un mezza dozzina di tazzine per il tè o il caffè e il bottegaio dice al mio uomo che non ha le tazzine: ‘Dì al tuo padrone di usare il bicchiere’. E così si tira avanti… La cosa più fastidiosa è la mancanza di una strada decente: si può usare solo la jeep, che io non ho. Penso che dovrò farmi aiutare un po’ dal Vescovo e decidermi di comprarla…".

Fino al 1° gennaio 2000 (a 81 anni compiuti) il Pesciolino svolge un ottimo lavoro a Kalisha, sistemando una situazione difficile. Sapeva trattare con la gente, non potevano non volergli bene: con lui i motivi di dissenso e di contrasto non duravano a lungo. Questo era certo frutto di un bel carattere, ma anche di soda virtù e di grande umiltà (che permette di essere realisti in tutte le situazioni) e, in fondo, di fede autentica. Cesare ha sempre lavorato per il Regno di Dio, mai per se stesso!

A Kalisha padre Pesce lavora come parroco con tutte le incombenze pastorali e di promozione umana a cui era abituato, dando particolare risalto alla formazione cristiana delle famiglie e dei giovani: catechismo, preparazione ai Sacramenti, predicazioni speciali, direzione spirituale, visite ai malati. Non un percorso di "routine" pastorale come spesso succede in Italia: in Bengala la "routine" è continuamente interrotta dagli imprevisti.

Ad esempio, in una lettera del 1998 al Centro missionario diocesano di Tortona, Cesare scrive che hanno avuto una pioggia torrenziale continua per tre giorni: una nuova alluvione, in attesa della prossima… o del periodo di siccità; lui riceve gli aiuti della Caritas di Tortona e della Caritas locale del Bangladesh, poi distribuisce il "relief " (parola inglese che significa "aiuto per le emergenze"), che anche gli analfabeti conoscono e pronunziano bene! E scrive: "Per sette-otto giorni, dal mattino alla sera, la sfilata ininterrotta degli alluvionati: quelli delle case distrutte o danneggiate… quelli che hanno perduto il raccolto dei campi… quelli che chiedono per comperare le sementi per l’orto… quelli che non vogliono passare per scemi perdendo l’occasione buona per arraffare a ufo qualcosina… Tutti mi dicono "GRAZIE!". Certo, quel grazie non è per me. Da buon postino lo giro, per posta superaerea, a chi se lo merita".

Padre Cesare ha potuto realizzare tante opere in Bengala perché riceveva molti aiuti. Ma bisogna dire che era un missionario molto preciso nella sua corrispondenza. Ringraziava sempre chi gli mandava un’offerta, anche con lettere lunghe e gustose. Nei quattro anni che è stato a Kalisha (1995-1999) padre Pesce ha scritto meno lettere del solito. Lui stesso lo scrive: "Divento vecchio davvero. Me ne accorgo perché, mentre il mio hobby era lo scribacchiare, ora non amo più prendere la penna in mano. E allora, ai vecchi si perdona ogni errore, ogni mancanza".

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TOP 500-600 pellegrini alla domenica nel Santuario mariano

Nell’ottobre 1998 a Novi Ligure padre Cesare riceve "La Torre d’Oro", premio annuale del Comune ad un cittadino che si è distinto nel corso dell’anno. Quel prestigioso e pubblico riconoscimento della sua città natale riempie di gioia il cuore di padre Cesare. Ne era orgoglioso e quando ritorna in Bangladesh, dicono i confratelli, mostrava a tutti il suo premio, raccontando come erano giunti a quell’assegnazione che lui non si sognava nemmeno.

Nel novembre 1999 il Vescovo gli chiede la disponibilità di lavorare nel santuario mariano di Rajarampur, alla periferia di Dinajpur, costruito nel 1999 in ricordo del Giubileo della Redenzione del 2000. Padre Cesare è contento della sua destinazione. Vi vede "un posto di non eccessiva responsabilità e nello stesso tempo un lavoro abbastanza utile al prossimo… come auspicata oasi spirituale di pellegrini, in cerca di conforto e di pace in momenti trepidi della vita e per dire "grazie" in momenti di gioia per favori ricevuti".

Nel febbraio 2000 padre Cesare scrive in una lettera: "I pellegrini non mancano: gente di ogni cultura e formazione, di ogni credo politico e religioso, individui che racchiudono nel loro cuore una biografia, fatta di gioia e di dolori nascosti, il prodotto di amori e di odi indicibili. Il passare le ore con questa gente è per me un’esperienza bellissima: ne ringrazio il Signore!".

Quando l’ho visitato nel settembre 2001 a Rajarampur (meno di un anno prima della morte), era ancora in buono stato di salute e molto contento del lavoro che faceva non solo con i pellegrini, a quel tempo circa 500-600 alla settimana, ma per il fatto che aveva stabilito buoni rapporti con le famiglie musulmane e hindù delle vicinanze. Attorno al Santuario c’è anche un piccolo villaggio cattolico con 28 famiglie, per tutti i servizi alla chiesa e alle cerimonie. Padre Cesare mi diceva: "I pellegrini non sono sono cattolici, ma anche musulmani e credo che nel futuro aumenteranno perché l’immagine di Maria e la sua devozione sono molto popolari fra i bengalesi. Penso anche che, come Santuario ben visto dai musulmani, col tempo si potranno promuovere amicizie, incontri, collaborazioni, iniziative di dialogo. Io non ho mai fatto differenza di religione, ho sempre differenza di religione, ho sempre accolto e fatto amicizia con tutti".

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TOP "Tento di portare la pace e di dare gioia"

Nel 2000 p. Pesce ha passato 52 anni in Bengala! Il 22 ottobre firma a Rajarampur la "Premessa" del libro "Pack up and go!", con i ricordi della sua vita missionaria. "L‘ho scritto in inglese perché i preti locali possano leggerlo", dice in una lettera. Il titolo, "Fa il tuo fagotto e va!", ricorda la frase che mons. G.B. Anselmo, Vescovo di Dinajpur, disse nel 1948 al giovane padre Pesce, meno di un mese dopo che è arrivato dall’Italia, per mandarlo oltre frontiera, in India, nella sua prima missione: Malda. Dopo quel primo "Pack up and go!" ne sono seguiti molti altri e padre Cesare ricorda i suoi "vagabondaggi" fra una missione e l’altra della vasta diocesi di Dinajpur, nel 1948. Ma racconta solo fino al 1972. Il resto lo rimanda ad un altro libro, che non farà a tempo a preparare.

Nel 2001 pensa ancora di tornare in Italia per un’operazione di cataratta che i medici locali gli hanno consigliato, ma poi finisce per restare nel suo Santuario mariano, lavorando fino all’ultimo ai progetti che aveva in corso. Ha ancora trascorso bene il Natale del 2001, ma nel gennaio 2002 preoccupa i confratelli che vedono una sua rapida decadenza. Il padre del Pime e dottore in medicina Francesco Rapacioli, che lo seguiva da vicino, il 18 gennaio 2002 manda una Email al vicario generale del PIME, p. Luigi Bonalumi, per annunziargli che il 20 gennaio padre Pesce arriva a Roma, accompagnato da un confratello. Così padre Cesare Pesce, "il lupo del Bengala", come lui stesso a volte si definiva, sbarca a Roma dove lo attende un’autoambulanza, che lo trasporta alla casa di cura e di riposo del PIME per i suoi missionari anziani a Rancio di Lecco. Il 23 gennaio è sottoposto alle prime visite e gli vengono riscontrati vari malanni cardio-circolatori. Amorevolmente curato dalle infermiere Missionarie dell’Immacolata nella casa del PIME, nei mesi seguenti si riprende e partecipa ai festeggiamenti organizzati per il suo 60° di sacerdozio (29 marzo 2002).

In quella circostanza, il Superiore generale del PIME, padre Giovanni Battista Zanchi anche lui missionario in Bangladesh, gli scrive una sentita lettera di ringraziamento e di augurio in cui si legge: "La sua opera non è finita. Le forze non sono più quelle di un tempo e anche gli impegni hanno cambiato modalità. Ma lei sta testimoniando la fedeltà gioiosa, contro ogni avversità, ai più giovani e a quelli in formazione; sta dando e può dare sempre più l’aiuto della preghiera e dell’invocazione che sale dalla sua vita, anche quando entra nella debolezza e nella malattia".

Padre Pesce è morto il 13 luglio 2002 a Lecco ed è sepolto nel cimitero di Novi Ligure (Alessandria). In uno dei suoi ultimi scritti si legge: "Nel corso della mia lunga vita mi sono proposto di regalare la gioia e una briciola di pace a chi ne avesse bisogno. L’eventuale successo di dare anche una sola ora di gioia a chi soffriva, mi ha sempre dato l’impressione che quella gioia ricadesse moltiplicata su me stesso. E così, da egoista quale sono, cerco la gioia, la felicità, tentando con tutte le mie forze di portare la pace e di dare un attimo di gioia all’uomo che incontro sulla mia strada".

Padre Gianantonio Baio, superiore regionale dell’Istituto a Milano e già missionario in Bangladesh, dice fra l’altro nel suo discorso funebre:"Padre Cesare era un uomo schietto, che non nascondeva fifa, malinconia, rimpianti. Non è stato un eroe, né un santo e neppure un martire. Niente retorica e mai contare frottole ai poveri… in nome di Dio. Un uomo con i piedi per terra, tanta fede e buon senso, con una ‘perfetta letizia’ che non l’abbandonò mai. Prete scugnizzo, come lo chiamava un suo amico prevosto di Voghera, più bengalese che italiano. Uomo di dialogo di vita con tutti, anche se la preferenza è per i poveri, gli emarginati della società. Si è messo in cammino con una varietà di amici d’ogni religione, razza, tribù. Li ascoltava con stima, li osservava con vero interesse e gioia, senza imporre nulla e senza imporsi. I suoi amici erano:

il bramino indù, "ambedue pellegrini sulla stessa strada, alla ricerca del Vero";

l’harijan, il fuoricasta analfabeta, umile: "costui sarà il mio uomo, con lui viaggerò tanto";

il tribale, aborigeno libero e intelligente, senza complessi: "la sua strada sarà pure la mia";

il musulmano bengalese, tollerante: "mi unisco anche a lui nel mio viaggio".

"52 anni in cammino con loro, uno di loro, promuovendo la fratellanza universale nella concretezza e semplicità, con la vita, mosso da una convinzione profonda: Dio è Padre di tutti. Una convivenza pacifica ad ogni costo, sdrammatizzando situazioni difficili, magari in modo scanzonato".

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TOP "Il tramonto dietro l’Himalaia. Il mio"

Ecco uno degli ultimi scritti di padre Cesare, pubblicato dopo la sua morte a Novi Ligure in un ricordino che lo commemora per i suoi concittadini. L’ha scritto negli ultimi mesi dell’anno 2001, mentre era in Bangladesh, nel Santuario di Rajarampur: è un saluto alla vita poetico e di efficace forza evocativa, com’era nelle sue corde espressive. E’ intitolato: "Un tramonto. Il mio".

"E così, tra un’avventura e l’altra, una più bella dell’altra, sono arrivato all’ultima, a quella di ieri. E’ pomeriggio inoltrato. L’ho già visto centinaia di volte, da quando sono qui in Bangladesh: il sole che cade, che va a nascondersi dietro la catena dell’Himalaia. Uno spettacolo quotidiano, ordinario, ma sempre splendido e meraviglioso. Ma ieri c’era qualcosa di particolare. Eccomi a Rajarampur, ritto sull’altura della scalinata di questo nuovissimo Santuario mariano. Concepito, nato e cresciuto indisturbato in mezzo a centinaia e centinaia di mezzelune, dipinte o scolpite sulle decine di moschee del vicinato. Il Santuario è cresciuto al ritmo dei salmi e delle invocazioni del muezzin, al ritmo delle cantilene mattutine, di ninna nanne esotiche al Babbo Sole presso i vetusti tempietti indù, di cui è disseminata la terra di qui.

"Sto meditando vicino a questo monumento cristiano, eretto a ricordo dell’avvenimento storico più grande, più importante per l’umanità intera: il Giubileo di Cristo nell’anno 2000. Un tesoro impensato in mezzo a capanne di aborigeni, tra gente di scarsa cultura, tra persone quasi emarginate dalla società, gente per cui Gesù è nato più di duemila anni fa. Splendida opera di architettura, che appunto perché splendida attira, nel buio di questo mondo, l’uomo alla ricerca di un’ora di pace e di felicità.

"Vedo che i gruppetti di pellegrini e di curiosi stanno disperdendosi. "Oh, sì!", esclamo a voce alta, ora che sono rimasto solo, libero da tutta quella gente sconosciuta, qui venuta a dare sfogo ai propri sentimenti di dolore, rabbia, odio, amore… Che gioia! Solo con me stesso, anch’io lasciato un pochino in pace… Libero anch’io di vuotare il sacco delle mie emozioni! Poco prima, una studentessa universitaria della Facoltà di Agraria della città vicina, con un sorriso angelico, mi ha offerto una rosa, grossa come una dalia, farfugliando: ‘I miei due nonni sono morti. Gradiscila, prego, ora il mio nonno sei tu…

"Tramonto. Il mio. Ottant’anni…passati. All’interno della chiesa vi è quella lucetta della lampada rossa presso il Tabernacolo: niente se paragonata all’enorme massa di fuoco e luce laggiù, lontano, che scende lentamente fino a scomparire dietro l’Himalaia… Mi lascia nell’animo una dolce, inesprimibile mestizia, mista ad una soffusa, mistica, delicata gioia. Volgo lo sguardo verso l’abside del tempio, debolmente illuminata dalle ultime luci del tramonto. Oh, prodigio!… Maria sorride, sorride a me… davvero sorride a me? Meravigliosa avventura!".

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TOP Perché Cesare Pesce era sempre allegro?

Padre Cesare era sempre allegro, pieno di gioia e di speranza. Spiega lui stesso perché in una lettera: ringrazia il Signore di finire la sua vita, a 80 anni, nel Santuario di Maria, circondato da "tutta questa magnifica gente che mi sta attorno. A volte mi rompono l’anima, ma nello stesso tempo mi rendono felice di vivere, nella gioia di sapere che non sono venuto al mondo inutilmente". Era capace di sdrammatizzare tutte le situazioni. Dopo l’attentato alle due Torri di New York (11 settembre 2001, anche in Bangladesh, paese islamico, circolavano gruppi estremisti. Sono andati da lui e con aria minacciosa gli hanno detto: "Padre, noi facciamo saltare la tua chiesa". Lui risponde calmo: "Va bene, e noi la ricostruiremo più grande". Quella calma e cordialità li ha sorpresi, non si sono più visti.

Padre Pesce era conosciuto come l’uomo che portava la pace dove c’erano contrasti. La sua vita missionaria è sintetizzata da un suo libro in inglese "Pack up and go!", come diceva il suo primo Vescovo a Dinajpur, mons. Giovanni Battista Anselmo. Nella diocesi di Dinajpur, i quattro Vescovi che si sono succeduti hanno usato padre Pesce come un "jolly". Quando c’era un forte contrasto fra la Chiesa e il popolo, il vescovo diceva a Cesare: "Pack up and go!". In 54 anni di missione ha cambiato una dozzina di posti, non perché non fosse gradito, ma per il motivo opposto: era richiesto ovunque!

Era geniale e cordiale con tutti. Quando andava nei mercatini di villaggio a fare la spesa, i negozianti lo ritenevano un bianco sprovveduto e alzavano il prezzo. Cesare diceva: "Ti pago come tu mi hai chiesto perché voglio essere tuo amico, però non è un prezzo giusto". Se gli indicavano il prezzo giusto, allora diceva: "Come, così poco? Mi pare che questo costi di più" e pagava il doppio. Erano piccole genialità per far parlare bene di sé fra i musulmani.

Mentre era parroco a Mariampur (1973), al termine della solenne Messa di mezzanotte i fedeli si riversano nel grande cortile della missione, cantano e danzano. I due guardiani notturni della missione vanno da Cesare e gli dicono che i ladri hanno rubato il riso. Lui abbranca il microfono, chiede silenzio e dice: "Questa notte di Pasqua i ladri hanno rubato quattro sacchi di riso. Alleluja! Alleluja! Anche i ladri fanno festa e mangiano". Poi continua a cantare con la gente.

E’ rimasta famosa una sua finta lite a Dacca. Aveva preso il carretto tirato a mano e quando giunge a destinazione si mette a discutere col povero bengalese che faceva quel lavoro; alzano la voce, ma non parlano del prezzo della corsa, sebbene di come si guida il "rikshow" nelle vie superaffollate di Dacca. Si forma un folto gruppo di conduttori di "rikshow" che vogliono vedere come va a finire. Quando ne ha avuto attorno a sé un buon numero, Cesare dice al poveraccio: "Non mi hai ancora detto quanto ti debbo per la corsa". L’altro risponde: "Trenta take!". Cesare chiede: "Ma tu sei sposato? Quanti figli hai?". "Cinque figli", risponde il conduttore. "Allora chiedi troppo poco. Come fai a vivere? Devi chiedere di più. Ti do cento take!". Glie le mette in mano e tutti applaudono. Alla sera poi diceva: "Quest’oggi, attraverso quei conduttori di ‘rikshow’ la notizia di un missionario cattolico molto generoso ha fatto il giro di Dacca". A suo modo, anche quello era un annunzio del Vangelo.

Padre Angelo Rusconi testimonia: "Era un entusiasta della vocazione missionaria, un estroverso che tentava tutti i metodi per annunziare Gesù Cristo. Vivere e lavorare con lui non era facile perché imprevedibile. Era un grande sentimentale, un lavoratore accanito. Amico di indù e musulmani, si dedicava specialmente ai più poveri e marginali. Si era fatto nominare re degli Harijans, nel villaggio di una tribù di fuori casta a Ruhea, cioè di poveracci veramente miserabili, per tentare di tirarli su"

Padre Adolfo L’Imperio così lo ricorda: "Era un uomo di fede e un carattere felice; aveva la capacità di dialogare con tutti, non aveva barriere, era spontaneo e naturale. Sapeva affrontare qualsiasi situazione con la calma e la sicurezza che gli venivano dalla fede e dalla notevole intelligenza con cui giudicava le vicende della vita. Era un uomo con cui era piacevole stare assieme, discutere, perché lasciava parlare gli altri, ascoltava e poi esprimeva il suo parere in modo semplice, cordiale, chiaro".

Cesare era un missionario esemplare: non ha fatto nulla di straordinario, ma ovunque è andato si è fatto voler bene. Padre Angelo Canton dice: "Era sempre allegro, pieno di brio, di battute. Portava allegria dovunque andava. Sapeva tirar su anche chi era depresso. In comunità aveva la parola giusta al momento giusto. E questo non solo per un bel carattere, ma perché viveva di fede e sentiva fortemente l'amore di Dio e la Provvidenza". P. Giulio Berutti aggiunge: "Aveva una grande dote: non l‘ho mai sentito parlare male di un confratello. Piuttosto faceva silenzio".

Gli eroi della fede e le loro avventure sono più affascinanti di un romanzo di fantasia. La biografia di padre Cesare Pesce non ha nulla di meraviglioso, di strabiliante, ma proprio per questo dimostra la grandezza e la bellezza della vocazione missionaria. Cesare, giovane vivace, appassionato e innamorato di Gesù Cristo, ha speso la vita in un popolo fra i più poveri della terra, ma anche fra i più cordiali, geniali, simpatici. Ha dimenticato se stesso e si è dato tutto agli altri, secondo la migliore tradizione missionaria. Dio gli ha dato quello che Gesù promette nel Vangelo a chi lo segue: "Il cento per uno in questa vita e poi la vita eterna" (Matt. 19, 29): ha avuto una bella vita, era sempre sereno, realizzato.

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TOP Amava molto il popolo bengalese

Ho già raccontato di quando nel 1960, dopo dodici anni di Bengala, padre Pesce ritorna la prima volta in Italia e trova la sua patria così cambiata che gli pare di non trovarsi più a casa sua. Tra l’altro, in quel 1960 era iniziata la prima "Campagna contro la fame nel mondo" lanciata dalla Fao e ad un missionario reduce si chiedeva di parlare della fame nel mondo. Cesare scriveva:

"Mi invitano a parlare dei miei dodici anni passati laggiù e io, dopo le prime battute, rimango impappinato, nel dubbio che mi prendano per uno che le sballa grosse. Mi invitano a fare qualche conferenza e alla fine gli organizzatori mi rimproverano: ‘Ma perchè non parli dell'infelicità, della miseria, dei morti di fame, dei sacrifici che fai laggiù?’. Sacrifici? Come se buttar giù tutti gli antipasti sofisticati e ‘sti piattoni di ogni ben di Dio, pesanti come il piombo, per poi ingoiare medicine amare come il tossico nel tentativo di combattere il colesterolo, non fossero sacrifici più grossi!".

Non voleva parlare della "miseria", dei "morti di fame" e dell’"infelicità" del suo popolo che tanto amava: gli pareva di tradirlo! Cesare era innamorato dei bengalesi, lo diceva spesso chiacchierando con gli amici. Vedeva anche i loro limiti e difetti, la miseria e gli aspetti negativi di società non cristiane. Ma, ottimista com’era, dei bengalesi aveva un’alta immagine. Ecco cosa scrive del suo popolo ad un amico in Italia:

"Eccoti il popolo bengalese: una massa enorme di poeti, di appassionati della musica. Le passioni esplodono violente dal cuore, incontenibili e indomabili. L'intelligenza vivida e brillante non riesce a incanalarle in un programma severo e matematico. Eccoti di conseguenza il famoso 21 febbraio con i suoi morti sulle strade, veri sacrifici umani in onore della lingua bengalese (si riferisce alle rivolte contro il Pakistan nel 1952, n.d.r.); eccoti la guerra civile contro il Pakistan orientale (del 1970-1971, n.d.r.).

"La passione guida questo popolo meraviglioso, dignitoso nella sua povertà, orgoglioso nei suoi milioni di bambini, che guizzano come pesciolini nella fitta rete di fiumi, torrenti e pantani. La morte forse non tarda a venire. Che importa? La gioia di vivere è di oggi. Il domani è in mano ad Allah, che guida i destini dei popoli e del singolo. Il futuro è dei giovani. E il bengalese, inconsapevolmente veggente come un poeta, attende fiducioso e sicuro, pur in mezzo ai suoi limiti regalatigli dalla sua natura passionale, l'alba di un domani migliore... Noi europei invecchiamo e Roma si addormenta sui suoi colli dorati. A me piange il cuore quando penso, come italiano, all'ineluttabile corso di questa meravigliosa e gloriosa storia europea che va verso la foce. E d'altra parte mi consolo, come bengalizzato, di essere un sassolino portato dalla corrente verso il domani radioso di questo popolo".