MISSIONE SPERANZA

IO, MISSIONARIO CON LA PASSIONE PER IL LEGNO  COME GIUSEPPE ...  RICORDO DI P. RIZIERI BADIALI

Icona della Sacra Famiglia.

Giuseppe stava preparando la casa per accogliere Maria sua promessa sposa; si erano conosciuti e amati nel villaggio di Nazaret: era una coppia ammirata da tutti e forse anche invidiata per l'armonia, la bellezza, la giovane età e quella serenità che rifletteva qualcosa di divino. Tanta era la loro familiarità con i pensieri di Dio, il Dio dei patriarchi e dei profeti, il Dio che guida la storia a volte in modo sorprendente, sconvolgendo i progetti umani. Che Dio fosse anche “strano”, lo sapeva Giuseppe dalle Scritture, ma non fino al punto di volere che lui accogliesse in casa una sposa con un figlio non generato da lui.

Furono giorni terribili percorsi da timori, ipotesi, sospetti, fantasie... Giuseppe non dormiva più da giorni finché una notte un angelo gli si accostò, gli chiuse le palpebre e gli svelò il mistero. Già, gli angeli, i messaggeri che Dio mobilita, appaiono un istante poi se ne vanno, depositando nel cuore una missione da compiere.

Era capitato anche a Giacobbe in una notte di tormento.

Giuseppe non è venerato come martire, ma la posizione che Dio ha scelto per lui, le sorprese che gli ha messo sul suo cammino, le difficoltà che ha dovuto affrontare per quel figlio “destinato a salvare il popolo dai suoi peccati”, ci fanno pensare che a Giuseppe non è stato così facile e spontaneo dire sempre di sì a Dio.

Non fu l'unica volta che Giuseppe ha dovuto dire, nel buio, nell'incertezza, nell'ignoto... “O Dio, di te mi fido e a te mi affido!”. E non fu neppure l'unica mobilitazione di angeli, da quanto appare nei Vangeli.

Quando alcuni sapienti dall'oriente fecero visita al re dei Giudei, nato a Betlemme, si prostrarono davanti al bambino e a sua madre. Matteo non fa cenno al padre che era in casa certamente, ma in disparte, non come parte essenziale della scena. Cosi, come è ogni testimone delle opere di Dio, che gode perché Gesù, “colui che salva il popolo dai suoi peccati”, sia sempre al centro dell'attenzione.

Erode, re sanguinario e prepotente, non sopportava che qualcuno gli usurpasse il trono, fosse pure un principe apparso nella più piccola delle città di Giuda. Giuseppe, avvertito in sogno da un angelo!, emigrò in Egitto con la sacra famiglia. E non fu questione di pochi giorni. E non pare ci fossero angeli accompagnatori. Ed è per questo che Giuseppe è rappresentato nell'iconografia con un bastone in mano, simbolo dell'emigrante, non certo emblema della vecchiaia!, e forse anche arma di difesa da qualche bestia nei paraggi.

Il ritorno non fu esattamente una liberazione: un altro tiranno era parcheggiato in trono e allora bisognò cambiare dimora. Non era chiaro come quel figlio salvasse il popolo dai peccati, se Giuseppe si trovò le strade sbarrate da peccatori feroci. Si stabilì con Gesù e Maria a Nazaret. Lì il figlio “cresceva in sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini”. Il figlio diventava grande e dimostrava davanti agli uomini che anche nelle cose, negli avvenimenti ordinari, sta qualcosa di grande. Dio è così grande che ci sta anche nelle cose piccole. Nella semplicità, nel silenzio, nella quotidianità, la fede di Giuseppe cresceva e si irrobustiva.

Giuseppe taceva, osservava, meditava nel suo cuore, confrontava eventi e parole, e vedeva sempre più in profondità i movimenti , i gesti, le parole, le risposte, le reazioni di suo figlio. Quello che era successo nello smarrimento a Gerusalemme, momenti di angoscia, gli aveva fatto capire che essere padre di quel figlio era compito piccolo di fronte alla Paternità di Dio.

Non è stato tutto chiaro e limpido. Ma Giuseppe si fidava. “I genitori non compresero la risposta del figlio” al loro rimprovero dopo lo smarrimento a Gerusalemme. Ma bisognava tornare a Nazaret dove Gesù cresceva in sapienza, età e grazia. E cresceva anche la fede dei genitori.

Giuseppe è nominato solo una volta dopo questi fatti, quando la gente parlò di Gesù come dei figlio del falegname. Come a dire: suo padre è solo un falegname.

Giuseppe non è un martire che ha versato il sangue a causa di Gesù, ma è il santo che ha attraversato la lotta della fede, dal momento dell'annuncio dell'angelo alla sua scomparsa dalla scena.

La fede è resistenza al silenzio di Dio, fiducia in lui al di là di ogni evidenza dei sensi, quando le apparenze la contraddicono, o perfino si sforzano di distruggerla.

Questo, credo costituisca la grandezza di Giuseppe. Questo credo sia il cammino di ogni credente che procede fianco a fianco di quei fratelli e sorelle che Dio premia con la palma dei martirio.

P. Luciano Lazzeri