MISSIONE SPERANZA

LA GIOIA DI UNA PRESENZA  UN NATALE DI PAESE !  CRISTO RE DEI MARTIRI

LANTERNE CINESI, il Presepe di P. Luciano!

Don Pompeo era di natura allergico a quelle chiese fredde e grigie dove architetti poco ispirati si sono sbizzarriti a erigere monumenti al cemento più che luoghi sacri invitanti al raccoglimento, alla preghiera, al senso del mistero. Purtroppo era capitato proprio a lui di essere nominato parroco in una di quelle chiese moderne e di dover celebrare i sacramenti sotto blocchi e travi di cemento. Onestamente, diceva, mi manca il respiro appena metto piedi in chiesa, e anche la gente si colora di grigio attorno all'altare.

L'insieme dell'edificio inoltre poco si adattava in quel paese sulle montagne, dove la natura non aveva risparmiato ricami incantevoli, colori mozzafiato col variare delle stagioni. Eppure si poteva correre a qualche riparo, rispettando l'essenzialità delle norme liturgiche: l'altare, il crocefisso, il tabernacolo, l'ambone, una statua di Maria e… perché no? anche quella lapide di riconoscenza ai donatori e il nome dell'architetto che ormai, dal cielo, non poteva più esprimere le sue obiezioni.

Il permesso della commissione artistica, sentito il parere del parroco e di esperti, dava il placet ad alcuni ritocchi: si trattava di intonacare di bianco un parte dell'abside e incaricare un pittore a dipingere la scena della Natività. In fondo ci stava bene quel soggetto, dal momento che la chiesa era dedicata alla sacra Famiglia.

Vari bozzetti furono presentati all'artista: Don Pompeo possedeva collezioni di cartoline di natale, alcune di stile tradizionale, classico, altre, riproduzioni di famosi dipinti o progetti già commissionati a studenti di arte. L'artista guardava, sembrava immagazzinare nella mente immagini, scenari, volti e taceva… continuava a tacere. Forse non si sentiva all'altezza di così grande compito? sospettava don Pompeo. Infine parlò, come ferito da un'illuminazione e disse: "Mi permetta di fare una passeggiata nei dintorni, di incontrare la sua gente, di osservare, di conoscere la storia che è stata vissuta e che si vive qui, poi le riferirò il mio progetto".

Mancavano nove mesi a Natale quando il pittore si mise al lavoro nel suo studio, ricavato oltre una tela stesa dietro l'altare maggiore. Di tanto in tanto alcune persone entravano e posavano per l'occhio concentrato dell'artista. Posò il maestro delle elementari del paese, un uomo rispettabile che collaborava con il don per la disciplina dei ragazzi tra i banchi della chiesa: lui poteva essere un rappresentante dei pastori. Fu invitato l'arrotino che a furia di stare in compagnia dei fuochi poteva ben assomigliare a un tipo orientale, bruciato dal sole del deserto. Furiolo, così lo soprannominavano i paesani, prestò la sua persona al quadro, lui abilissimo a intrecciare rami di salice per ceste, gerle e canestri.

Un chierichetto fu sequestrato contro sua volontà a raffigurare il pastorello più giovane.

La domestica di don Pompeo che portava gentilmente il caffè all'artista, fu fermata un giorno a conversare con lui, ma intanto il suo volto veniva abbozzato per essere una pastora… In fondo, al presepio devono essere andate anche delle donne. Quando si accorse dello… scherzo, la perpetua si affrettò a presentare una sua amica, per non figurare la sola nel dipinto.

Il parroco visitava e ispezionava i lavori con cura. E vedeva crescere la scena con interesse e qualche perplessità: sapeva che il maestro non era ben voluto da tutti, dal momento che uno schiaffo dato a un suo studente indisciplinato, aveva colpito anche i suoi genitori. E vedere Furiolo accanto all'arrotino non era il meglio dello spettacolo, perché c'era tra i due in pendenza una questione di soldi… Passi pure la scelta della perpetua: in fondo era stata fedelmente al suo servizio per tanto tempo.

Il pittore non era d'accordo con le rimostranze: "Non credo che attorno alla natività siano accorsi solo dei santi!".

Tutti gli altri personaggi del paese potevano stare tranquillamente proiettati sulla parete. Del resto era un monito a farsi vedere in chiesa di persona, e non solo attraverso l'immagine.

Solo gli angeli non potevano essere individuati da nessuno: erano tutti uguali con il particolare degli strumenti musicali, riproduzione fedele di quelli in uso nella banda del paese, con grande soddisfazione del direttore d'orchestra.

Già si era sparsa la voce che gente del paese era stata "fotografata" su una parete della chiesa e qualcuno clandestinamente osava varcare la barriera del telone per curiosare, mentre l'artista era assente per captare altre immagini e cercare una coppia di genitori con figli che potessero impersonare Maria, Giuseppe e il Bambino.

Bambini ne avevano messi al mondo le buone famiglie del paese ma l'ultimo nato era ormai svezzato e pronto a muovere i primi passi. Era un'impresa trovare papà e mamme disposti a occupare il posto centrale del presepio.

L'artista sconfinò nel paese vicino e venne a sapere di una coppia nigeriana in festa per un neonato: perfetto! Dopo pochi giorni al centro del presepio comparvero i volti neri della Sacra Famiglia tra i volti bianchi e rosa dei paesani. Don Pompeo, al primo momento, ne fu shockato ma poi, riflettendo, si convinse che così si onorava una società multietnica e che soprattutto si doveva dire ai suoi cristiani che Gesù Bambino, nato nella più piccola città di Giuda, era il figlio "universale", il primogenito di tutti i fratelli, appartenenti ad ogni razza, lingua, popolo e nazione.

P. Luciano Lazzeri