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DAL CAMEROUN, P. MARCO PAGANI

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Uniti nella preghiera!

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Yaoundé, febbraio 2007

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È una delle prime ragazze che bazzicavano il movimento di qui. Un tipo vivace, la prima figlia di una famiglia numerosa. A dir la verità erano sempre in due, lei e una sua amica.
L’amica, dopo un paio di anni che ci conoscevamo, è entrata in convento di clausura, qui in Camerun, dalle Carmelitane Scalze, legate per varie ragioni al monastero di Legnano. E circa un anno fa ha fatto la professione solenne, quella definitiva.
Anche la ragazza di cui vi voglio raccontare, che chiameremo per l’occasione Margherita, aveva una mezza idea di vita religiosa, come molti hanno in testa qui, senza però capire cosa voglia dire realmente.
Insomma, dopo la maturità, non se ne è fatto più nulla.
Ha deciso di fare una scuola per parrucchiera estetista.
Si è messa con un ragazzo, di qualche anno più vecchio di lei, che le ha pagato la scuola, come si usa da queste parti.
Qualche anno dopo è arrivato il primo figlio, maschio, la scuola è terminata e lei ha iniziato a lavorare.
Un buon lavoro, che rende, perché qui, chi ha i soldi, li spende senza pensarci due volte. Soprattutto per parrucchiere e cose simili, in una società dove quel che conta è l’apparire… e chi ha disponibilità finanziarie appare di più degli altri…
Il rapporto tra questa ragazza e il ragazzo, meglio l’uomo con cui sta assieme, ha passato alti e bassi, e anche ora non è dei più idilliaci.
Più volte li ho incontrati, cercando di comprendere il perché dei problemi, senza mai riuscirci a capire un gran che.
Il fondo del problema resta una sfiducia reciproca sulla gestione dei beni, dei soldi.
Sarebbe troppo lungo da spiegare: vi basti sapere che nella famiglia camerunese media di Yaoundé, ognuno gestisce i suoi soldi, senza metterli in comune per il bene di tutti, così gli amici: ognuno si tiene i suoi, i propri spazi, in cui l’altro non entra… poco in comune quindi, tranne rari casi, da contare sulle dita delle due mani…
Anche per questo, oltre ad altri problemi legati alla dote, alle famiglie e altro, non si sono sposati in chiesa. E io non ho mai voluto premere in questa direzione, vista la situazione. Abbiamo battezzato i bambini, i primi due, un anno fa.
Lei è un tipo intraprendente. Con i soldi del suo lavoro, si sta comprando un terreno per costruire una casa un domani… mette via i soldi credo senza che il "marito" lo sappia… così come lui gestisce i suoi debiti senza che lei ne sia al corrente…
Poco prima che rientrassi in Italia per l’operazione al ginocchio, era venuta a vedermi e mi aveva fatto uno strano discorso su un ipotetico terzo figlio che avrebbe desiderato… io sono rimasto evidentemente perplesso in me stesso: ma come, con tutti i problemi che avete di rapporto tra voi, pensate ad un terzo figlio?
In Italia ho saputo che pochi giorni prima di Natale era stata operata ad un seno: niente di grave, mi sembrava. Aveva già subito un’operazione simile nel 1997…
Torno i primi di gennaio e sento strane voci sulla gravità della sua malattia: gli amici ne parlano, ma nessuno sembra realmente sapere di cosa si tratti.
Vado a trovarla. Le telefono e le dico che ho sentito cose poco chiare sul suo stato di salute. Prendiamo un appuntamento. Vado a casa sua e non c’è.
Sulla porta di casa ha scritto con un gessetto che è al dispensario in fondo alla via. Ci vado. Sta facendo la coda per la visita pre-natale. Ha già un bel pancione, inizia il quarto mese. Penso tra me: allora non era solo un’intenzione… c’era già… iniziamo a parlare. Le chiedo della sua salute. Mi mostra i risultati degli esami che le hanno fatto all’ospedale quando le hanno operato il seno. Cancro. La diagnosi è spietata. Mi dice che le avevano proposto l’aborto terapeutico, una mastectomia totale e la chemio. Tutte queste tre cose assieme. Spaventandola molto. Mi guarda e mi dice: io il bambino non lo ammazzo. Non posso.
In più, quelli che l’hanno operata massacrandole il seno (che mi ha fatto vedere), le hanno lasciato dentro dei pezzi di tumore… e mi raccontava che era lei che ha dovuto rincuorare i medici, che erano molto abbattuti, dicendo: "Non sono ancora morta!"…
Mi dice ancora: ho trovato un medico che mi segue. Ha una sua terapia. Ha funzionato con altri, che conosco. Potrebbe anche con me. Ci provo. E intanto faccio nascere questo bambino. Poi vedremo.
Parlo con un amico medico italiano, cui faccio vedere gli esami. "C’è poco da fare!", mi dice. Anche curandosi bene.
Si potrebbe proporgli una terapia d’urto dura a portare, devastante anche per lei, ma non so se ne valga la pena. Mi sembra che non ci sia rapporto tra costi e benefici. E non parlo di costi economici soltanto.
Lei spera molto in questo medico. Io non ho alternative valide da proporgli. Il medico che la segue, a cui abbiamo fato vedere le indicazioni dell’amico italiano, le conosce. Era primario di oncologia… Ma ha deciso di seguire la sua strada alternativa.
Da parte mia non credo sia giusto togliere la speranza. Anche perché dall’altra parte non ho da offrire nulla, o quasi…
Così almeno potrà vedere il suo bambino, e seguirlo almeno per qualche tempo.
E poi chiedo il miracolo della sua guarigione. Lo chiedo al "don Gius".
Lei mi ha raccontato che tutti i giovedì fa l’adorazione eucaristica nella sua parrocchia, per chiedere la guarigione a Dio.
Lo chiedo anche a voi. Chiedete questo miracolo.
Margherita e io ci conosciamo dal 1992, data del mio primo arrivo qui. Beh, non pensavo che ci si potesse sentire così legati. Da far fatica a dormire…
Margherita ha 31 anni, un bambino di 8 anni, il secondo di tre ed è al quarto mese di gravidanza.
Un grande abbraccio a tutti e voi, e mi raccomando: preghiamo…
Ciao!
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P. Marco Pagani