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DAL CAMEROUN, P. MARCO PAGANI

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Il Papa e il Crocifisso...

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Yaoundé, Santa Pasqua 2007

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Carissimi amici,
giovedì 19 aprile 2005 il Cardinale Joseph Ratzinger veniva eletto Papa, prendendo il nome di Benedetto XVI.
Su di lui si è scritto molto, soprattutto all’inizio del pontificato. Io vi offro qualche pagina, che ho trovato in un bel libro di Marcello Veneziani, editorialista di "Libero", che si intitola "Contro i barbari", edito da Mondatori. È un libro che si legge volentieri. Magari non tutto si può condividere, ma nella selva delle banalità di oggi, è un libro che esce dal coro. Ve lo consiglio!
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P. Marco Pagani

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Ratzinger e la civiltà cristiana
E il Crocifisso passò alla clandestinità

Ratzinger è una cura omeopatica al deserto culturale dell'Occidente, una specie di sacro vaccino contro il nichilismo, la risposta cristiana all'egemonia del relativismo. Sappiamo bene che la missione di un papa non può risolversi nella battaglia delle idee e nella difesa dei principi; il papa dev'essere il pastore delle anime, il santo padre dei popoli, il custode della cristianità e della sua liturgia. Deve parlare ai poveri e ai sofferenti, deve convogliare alla fede le genti. E deve guidare quel Millenario Torpedone che è la Chiesa cattolica, apostolica e romana. C'è qualcosa di pratico e di umile, di popolano e di emozionale nel pontificato. Ma se si intende la cultura come il luogo vivo in cui si trasmettono le idee, le credenze, le esperienze tramandate di una civiltà, allora la cultura coincide con la tradizione.

E la tradizione non ha solo bisogno di buoni esempi e di vera pratica ma anche di dottrina e capacità di dialogo. Un papa filosofo è magari un po' impacciato nelle cose della vita, a volte perfino imbranato nell'accendere un cero, nel tenersi il copricapo al vento o nel rivolgersi alla gente; non ha l'esperienza teatrale e mediatica del suo predecessore, è pure un po' distratto e con la testa tra le nuvole e non per via del Principale che dimora nei cieli; ma perché i filosofi, come li descriveva ironicamente Aristofane già millenni fa, sono così. E Ratzinger è un intellettuale. Ma l'austerità del prelato erudito viene stemperata da un velo di autoironica leggerezza: «Gli angeli volano perché non si prendono troppo sul serio» dice Ratzinger. Augusto del Noce diceva addirittura che il cardinale Ratzinger, all'epoca prefetto della Congregazione del Sant'Uffizio, fosse il maggior esponente della cultura di destra, intesa come cultura della tradizione e non certo come cultura politica. Definizione un po' azzardata e assai riduttiva di un pontefice; ma rende l'idea e fa capire chi sono i suoi avversari. La rispolvero per replicare all'uso della politica nella religione avvenuto con i teocon e da noi con gli atei devoti (come si autodefinisce Eugenio Scalari, patron e guru di Repubblica, n.d.r). Non pochi intellettuali imitano il fraseggio della tradizione cattolica per usarla come protesi sacra dell'Occidente, come albero genealogico dell'americanizzazione, come acqua santa in cui battezzare il liberalismo e consacrare il libero mercato. Sono i cappellani militanti della guerra in Medio Oriente. Fanno bene dal loro punto di vista. E danno dignità intellettuale ai generali d'armata. Ma, piuttosto che noleggiare le fedi (rent a god), piuttosto che travestire le culture (i viados dell'ideologia) e usare le religioni come giubbotti antiproiettile contro gli islamici, preferisco gli intellettuali alla Ratzinger, che credono sul serio e agiscono di conseguenza. Quelli che atei non sono, benché devoti, e non difendono semplicemente la supremazia mondiale, tecnica ed economica dell'Occidente, degli Usa e d'Israele. Ma difendono senza intermittenze la civiltà e la tradizione, non saltando la famiglia rispetto alle coppie gay, il senso del limite rispetto al permissivismo, il diritto alla nascita rispetto all'aborto e la natura, anzi il creato, rispetto alle manipolazioni della tecnica; la civiltà europea rispetto all'impero americano. E avversano due nemici e non uno solo: il fanatismo, di prevalente matrice islamica, ma anche il nichilismo, di prevalente matrice nostrana. E allora piuttosto che comprare le imitazioni delle tradizioni nostrane made in Florida, meglio attingere direttamente dall'originale. Piuttosto che la fiction di un dio che non esiste ma sta bene nell'arredo o funge da canna fumaria, piuttosto che una religione ridotta a Chiesa cattolica che aleggia in gran parte dell'informazione e della cultura italiane. Volano troppe pallottole di carta, per dirla con il cardinal Ruini, contro il senso religioso della vita e contro l'istituzione chiesa. Non c'è bisogno di essere clericali e forse nemmeno credenti, per riconoscere non solo piena legittimità dei sacerdoti a intervenire sulle questioni della vita; ma a ritenere salutare che vi sia un dialogo tra la dimensione più profonda della vita, legata alle domande religiose, e la dimensione pubblica e civica. L'Europa semmai difetta di una religione civile, cioè di una consapevolezza delle radici cristiane e di un tentativo di calare le proprie convinzioni morali nella vita di ogni giorno.

Grandi laici hanno insegnato che anche l'etica, senza una radice religiosa rischia di essere troppo debole e infondata. Non si tratta di fondamentalismo ma del contrario; il fondamentalismo è un'ideologia travestita da fede, una volontà di potenza che usa il fanatismo religioso per imporre un'egemonia. Qui invece si sottolinea la necessità di riscoprire le ragioni comunitarie più profonde della vita pubblica e perfino politica per non cadere in balia del cinismo, del nichilismo, del relativismo etico. Il contrario del clericalismo, che invece usa l'alibi della religione per intromettersi nel potere temporale ed esercitare un ruolo di pressione, finalizzato a interessi pratici e a supremazie mondane.

Clericalismo, per esempio, è ottenere esenzioni fiscali, come purtroppo è accaduto per i patrimoni ecclesiastici; ingerenza è il prete politicante che fa propaganda elettorale e volantinaggio in favore di candidati, partiti e liste. Ma occuparsi dell'aborto, delle coppie, delle manipolazioni genetiche e dell'eutanasia, dell'omosessualità e delle adozioni riguarda gli orientamenti di vita ed è legittimo che se ne occupi anche la Chiesa. E poi diciamo la verità: se la politica non è più in grado di esprimere passioni ideali e civili, e indirizzi etici, quel vuoto viene poi colmato da altre agenzie. E tra le agenzie pubblicitarie e commerciali, le agenzie eversive e radicali, e la Chiesa cattolica che esprime un sentire comune millenario, permettete che si possa preferire quest'ultima, anche da laici. È una ditta seria e antica.

Ora che non ci vede nessuno possiamo farci il segno della croce. Se un ragazzo europeo, magari francese, decide di professare pubblicamente la sua fede cattolica rischia la sospensione a scuola; meglio dunque che si chiuda in bagno, come si faceva un tempo per fumare o masturbarsi. Sembra surreale ma è così. Nella Francia d'oggi la commissione per la laicità - che non ha istituito Robespierre ma Chirac - ha vietato di ostentare i simboli religiosi, dal crocifisso allo chador, alla kippah nei luoghi pubblici. Se proprio ci tenete, portatevi crocifissi tascabili o mignon, comunque invisibili o perlomeno non vistosi. I simboli religiosi, come le pizze a Vico Equense o le banane da importare, vanno a metro in Francia, ci sono misure invalicabili per la pubblica decenza. In Scozia, il portiere del Celtic, il polacco Artur Boruc, è stato punito perché si è fatto il segno della croce in campo mentre si accingeva a giocare contro una squadra di cristiani protestanti. Il suo gesto, per i giudici, turbava la folla. Pure in Germania è stata vietata l'esibizione di chador e crocifissi, persino di catenine al collo con simboli religiosi. Noi che portiamo la catenina al collo, tenero ricordo famigliare e infantile, nel paese del papa saremmo abusivi. La rivoluzione francese, e copernicana, è compiuta: la religione diventa ufficialmente atto osceno in luogo pubblico. Viceversa la blasfemia, anche in Italia, non è più un reato perseguibile. Il tutto viene presentato dalla stampa francese ed europea, anche italiana, come una scelta corretta, rispettosa della libertà di tutti e di ciascuno e delle differenti scelte religiose. Con questo spirito è saltato il riferimento alle radici cristiane dell'Europa nella tormentata costituzione europea. Ma l'Europa è storicamente, socialmente, laicamente, figlia della civiltà cristiana. Negare questa evidenza significa negare il principio di realtà, negare ciò che siamo e da dove proveniamo.

Civiltà greca, romana e cristiana. È spaventoso l'irrealismo su cui vorrebbero fondare l'Europa e le sue istituzioni. Avete perso la ragione, quella vera, senza la maiuscola. Questo irrealismo militante è il frutto del matrimonio inquietante tra la fredda tecnocrazia dei funzionari e il delirante ideologismo dei giacobini. Quest'Unione sorge sulla sintesi tra una lobby e una setta. Affari & Ideologia. Quella che vogliono costruire non è una civiltà liberale e tollerante fondata sui diritti umani; ma una collezione sterile di automi single. Eppure ogni giorno la vita, la morte, la politica perfino, ci costringono a fare i conti con le nostre convinzioni. Non possiamo ridurre alla clandestinità i segni della civiltà; ogni giorno ci mettono in gioco, ci chiedono di pronunciarci e di scegliere. Perché dovrei sentirmi offeso nella mia libertà e dignità se al mio fianco siede una donna con il velo islamico o di fronte a me c'è un barbuto con la kippah? E perché viceversa devono sentirsi offesi se porto un crocifisso al collo? È deplorevole l'uso pacchiano e blasfemo dei simboli religiosi ostentati o annegati in un seno procace. Ma queste sciampiste della fede offendono con il loro esibizionismo kitsch i loro stessi simboli religiosi, non quelli altrui.

Di recente il crocifisso è diventato pure oggetto di scherno: nei pressi di Rimini un handicappato è stato legato a un crocifisso, deriso ed effigiato. Così fu sul Golgota? Il crocifisso non è simbolo di persecuzione effettuata ma subita, è segno di martirio, di sacrificio. Cristo in croce non narra di un fanatismo religioso che violenta il mondo, ma racconta di un Uomo che la croce non la inflisse ad altri ma la portò sulle sue spalle e poi vi morì inchiodato. Un Uomo che la violenza la subì, inerme, fino alla morte e ben oltre l'umiliazione. Che lungo la storia sia stato usato anche per la guerra, la persecuzione e il potere non è una ragione sufficiente per negare il significato originario di quel simbolo. Il nostro è un paese di ispirazione cristiana e di professione cattolica da svariati secoli e in larga maggioranza. I cattolici praticanti saranno una minoranza (pur corposa), ma quasi tutti gli italiani sono stati battezzati in chiesa, si sono sposati secondo il rito cristiano, seppelliscono i loro cari nel segno della croce, e quasi tutti gli alunni a scuola scelgono l'ora di religione cattolica.

Il crocifisso è il simbolo più ricorrente e più consolidato della nostra civiltà e del suo credo attraverso i secoli, del nostro comune sentire. Non si spiega la nostra civiltà, i nostri centri storici, la nostra arte, perfino i nostri edifici pubblici, le sedi delle amministrazioni locali, tra ex-conventi, oratori e antichi centri vescovili, prescindendo da quel segno cruciale. Si può essere o meno credenti ma si deve riconoscere in quel simbolo la traccia di una cultura, di una storia, di una mentalità che ci ha profondamente permeati. Nessun paese esiste fuori dalla sua tradizione. Quando andiamo in un paese islamico non ci sentiamo offesi dai segni della loro professione di fede. Non vedo per quale ragione dovremmo ritenere di offendere le altrui fedi, o l'altrui ateismo, lasciando il crocifisso sulla parete.

Nessuno è obbligato a farsi il segno della croce, a recitare il rosario, a inginocchiarsi. Ciascuno è libero di assegnare significato e tributare devozione o meno al crocifisso. La condizione per rispettare i simboli religiosi e civili altrui è di cominciare a rispettare i propri. Se riconosco cosa rappresenta per la nostra storia, per il nostro popolo, per i nostri avi, quel simbolo, posso capire e rispettare i simboli delle religioni e delle culture altrui. Se so che in quel simbolo c'è l'anima, il sangue e la storia della mia comunità, sono in grado di capire il valore che possono avere per un islamico, per un ebreo, per un induista o per un laico, i simboli che raccontano la sua religione e la sua civiltà. Il rispetto è basato sull'attenzione e sulla reciprocità…

( Marcello Veneziani, "Contro i Barbari", Mondadori )