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DAL CAMEROUN, P. MARCO PAGANI

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"Emergenza fame" in Camerun!

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Yaoundé, inizi Maggio 2008

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Amici, leggo che anche in Italia si parla della "crisi alimentare" che stiamo attraversando.
Al di fuori dell’Europa e degli "USA", cioè in quella parte del mondo che viene denominata "Sud del Mondo", questa crisi ha avuto degli impatti molto forti sulla società. Gli incidenti, anzi la "quasi rivolta" della fine di Febbraio in Camerun, ne sono un esempio.
Ma forse non siete a conoscenza del fatto che anche altrove questo "innalzamento" dei prezzi dei generi di prima necessità ha provocato disordini.
È il caso di Haiti, nell’America Centrale, un paese che da decenni ormai non trova pace.
Ma qui da noi in Africa, diversi sono stati i paesi dove la gente è scesa violentemente nelle strade: Tunisia, Marocco, Mauritania, Senegal, Guinea Konakri, Costa d’Avorio, Camerun, Burkina Faso, Egitto, Mozambico.
Come mai?
La risposta è semplice: in questi paesi poveri la maggior parte della spesa delle famiglie è rivolta all’acquisto del mangiare, e i paesi africani sono quelli che importano la maggioranza di cereali.
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PETROLIO

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L’aumento del prezzo del petrolio ha inciso doppiamente sull’aumento dei prezzi.
In primo luogo perché sono aumentati i costi di produzione (carburanti per la macchine agricole) e i prezzi del trasporto dal luogo di produzione a quello del consumo.
In secondo luogo perché in questi anni molte delle coltivazioni di cereali sono state indirizzate alla fabbricazione dei "bio-carburanti", sottraendo così quantità importanti di cereali alla "filiera" alimentare.
Sta di fatto che nei paesi come il Camerun, dove l’equilibrio economico e sociale è sempre "fragile", come in tutta l’Africa del resto, si è risentita subito pesantemente questa situazione.
Ad aggravare la situazione è stata anche una certa politica economica "sponsorizzata" dalle grandi "agenzie internazionali" ("Fondo Mondiale Internazionale" e "Banca Mondiale") e "accettata" dai governi locali in cambio di aiuti in denaro. Un esempio: da quando il Camerun è entrato a far parte dell’"Organizzazione Mondiale del Commercio", nel 1995, le "barriere doganali" in gran parte sono state tolte. Questo ha fatto sì che fosse meno costoso e più facile importare riso dall’Asia che produrlo "in loco", così come per i pomodori e le cipolle.
Abbassandosi i prezzi, i contadini camerunesi non hanno retto la "concorrenza" straniera.
La "F.A.O." stima che il Camerun abbia importato nel 2004 ben 300.000 tonnellate di riso e 240.000 di grano, vale a dire la totalità di quello che consuma.
Solo alla fine degli anni ’80 il paese importava il 15% del suo "fabbisogno alimentare". Oggi siamo all’importazione del 45%.
Il Camerun produce olio di palma, che è un alimento "base" per la cucina camerunese. Ebbene nel 1961 importava 0,6 milioni di tonnellate, oggi ne importa 20,8 milioni! Certamente la popolazione è aumentata, ma se ne produce "in loco" molto meno!
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LE CAUSE INTERNE

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Ci sono anche evidentemente cause interne e non solo di "congiuntura" internazionale.
La prima è la poca stima per il lavoro agricolo. L’ideale del camerunese medio è avere un "bureau" (ufficio) nell’amministrazione dello Stato: stipendio sicuro. Giacca e cravatta e "clim" (l’aria condizionata).
Tante volte mi è capitato di parlare con delle persone a cui chiedevo che lavoro stessero facendo. "Nessuno", mi rispondevano. Poi parlando venivo a sapere che erano contadini, che avevano un campo e che lo coltivavano. Ma per loro non era un lavoro. Lo Stato ci mette del suo. Pensate che nel 2007, cioè l’anno scorso, nel bilancio è stata "consacrata" all’agricoltura e allo "sviluppo rurale" la bellezza dell’1,7% del bilancio, cioè gli stessi soldi dati ai "servizi" della Presidenza della Repubblica! E questo in un paese che resta a "vocazione" agricola per il 90% del suo territorio.
I contadini, di fatto, sono lasciati a se stessi. Nessun sostegno territoriale, tipo i "consorzi agrari". E poi la "parcellizzazione" del territorio. Pensate che un campo qui è di circa 1 ettaro.
Come si fa a coltivare in modo che non sia solo per la "sussistenza" su una superficie così piccola? E questa è la situazione dell’85% dei campi.
Poi, una volta che avete coltivato e raccolto, occorre trasportare il tutto là dove si può vendere... ma le strade non ci sono o sono "penose", molti villaggi restano praticamente "isolati" dal paese durante il periodo delle piogge, che dura mesi interi... i prodotti non si possono conservare a lungo, non c’è "catena del freddo" e non c’è nemmeno la corrente elettrica... così anche se si produce tanto, tutto "marcisce" sul posto...
Altra difficoltà locale!
Trovare due persone che si mettano assieme per lavorare, dividendo costi e benefici, è quasi impossibile. Così la grande divisione esistente nella sociètà di qui, divisione "clanica" o "etnica", tra famiglie, nello stesso villaggio, non aiuta ad uno sviluppo del lavoro agricolo.
È notorio poi il fatto che se in un villaggio un contadino produce più degli altri, magari perché usa concimi e tecniche più evolute, scatta immediatamente l’accusa di "sorcellerie", cioè quella di "mangiare" le persone facendole lavorare di notte nel suo campo. E per queste cose si finisce in tribunale accusati di "stregoneria" o avvelenati...
La gente fugge dai villaggi, in modo particolare i giovani, anche per fuggire la "sorcellerie", la "stregoneria". L’anonimato relativo delle grandi città fa sì che se ne abbia un po’ meno paura.
Quindi le cause non sono solo economiche o politiche, ma anche culturali.
Nel Documento di preparazione al "Sinodo speciale dei Vescovi per l’Africa", che si terrà a Roma tra circa un anno e mezzo, c’è un passaggio molto interessante che riguarda la tematica del lavoro.
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1. Una spiritualità del lavoro ben fatto radicato nell’amore per Dio e per il prossimo.
89. «Questo atteggiamento di gratitudine si esprime altresì nella cura dell’uomo per la creazione, attraverso un lavoro ben fatto e continuo, assiduo e arduo. Dio, in effetti, creò questo mondo così bello per Adamo, perché lo coltivasse e lo custodisse (cfr. "Gn 2, 15"). Dobbiamo perciò essere pienamente convinti che è con il lavoro assiduo e ben fatto che l’uomo si realizza (cfr. "Gb 5, 7") e partecipa al potere creatore di Dio. Tale partecipazione al potere creatore di Dio esige dal cristiano una cura tutta particolare nell’esecuzione dei suoi compiti, e cioè che egli li santifichi adempiendoli con amore fin nel minimo dettaglio.
Il lavoro professionale diventa così una lampada che rischiara tutti coloro che ci circondano e che ci incontrano, e allo stesso modo dona il sapore e la gioia di vivere a coloro che godono dei frutti del nostro lavoro. Il cristiano è chiamato così ad apprendere bene il suo mestiere, ad esercitarlo con cura, ed è in questo che consiste la santificazione del lavoro. La santificazione del lavoro di ogni giorno è, per così dire, il cardine della vera spiritualità del cristiano immerso nelle realtà temporali. Tale santificazione è possibile soltanto quando ci consacriamo con amore a tutti i nostri doveri professionali, quando portiamo a termine le cose con amore, come ci esorta a fare Sua Santità Papa Benedetto XVI: "Devono essere persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato col suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo" [79]. È questa la via che ci porterà a contemplare le meraviglie di cui il lavoro è fonte - proprio perché amiamo - , anche quando ci capita di provare l’amarezza dell’incomprensione, dell’ingiustizia, dell’ingratitudine e perfino dell’insuccesso umano. Frutti gustosi, semenza d’eternità!
Sicché senza un grande lavoro di educazione non si risolverà questa crisi e altre che potranno sopraggiungere».
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Mi trova dunque pienamente d’accordo quello che ho letto a questo proposito su "il sussidiario.net" (http://www.ilsussidiario.net/news.aspx).
In una intervista a Simona Beretta sulla "crisi alimentare", quest’ultima affermava…
«Oltretutto, provvedere con politiche economiche a che l’"autosufficienza" alimentare sia un obiettivo raggiungibile per i paesi più poveri, significa mettere in campo risorse non solo finanziarie: servono infatti politiche "micro" molto attente alla specificità dei singoli paesi, che si chiamano complessivamente "educazione". Se ci limitiamo ai soli aiuti alimentari, rischiamo di commettere l’errore che abbiamo già fatto in passato, cioè distruggere interi settori agricoli, in cui la produzione "autoctona" è stata "spiazzata" dall’aiuto alimentare a basso costo. Con questo non dico che non bisogna dare da mangiare agli affamati; però c’è modo e modo».
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P. Marco Pagani