Solidarietà PIME per le vittime del maremoto in Asia
Notizie
pervenute dall’Ospedale di Karingal...
La cittadina di Karingal è
situata a 7-8 chilometri dal mare e in posizione un po’alta, per cui l’onda
dello “tsumane” non l’ha raggiunta direttamente. Colachel, l’area che ha
subito i danni maggiori, si trova a 8 Km. da Karingal. Nell’ospedale vengono
ricoverati i feriti più gravi, mentre quelli che hanno riportato ferite leggere
vengono giornalmente per farsi curare e poi tornano subito, non nelle loro case
che ormai non esistono più, ma sul luogo della sciagura, per paura di non poter
ricevere neppure quei pochi aiuti che il governo sta distribuendo. Anche questo
però è difficile per il pericolo di nuove onde anomale: la polizia li rimanda
indietro intimando loro di non tornare fino a quando non si comunicherà
ufficialmente che il pericolo è passato.
Per la stessa ragione sono chiusi gli ospedali che si trovano vicino al mare. Si
continuano a scoprire cadaveri sulla spiaggia. La polizia dice che questi corpi
devono essere sepolti nella sabbia, ma è difficile scavare delle fosse sulla
spiaggia, e oltretutto il pericolo imminente di nuove onde impedisce alla gente
di avvicinarsi.
Nella visita ai villaggi ci si può rendere conto della vastità della tragedia:
i sopravvissuti piangono per la perdita dei loro cari e dei loro beni. E davanti
a tale disperazione, le parole umane sembrano vane, e si può solo piangere con
chi piange.
Dappertutto i senza tetto sono sistemati nelle chiese, nei templi, nei vari
centri per le attività sociali. Anche nella nostra comunità di Karingal
abbiamo circa 30 persone, che hanno perso tutto ed ora vivono con noi.
Già dal secondo giorno del cataclisma le nostre sorelle hanno iniziato un
lavoro di assistenza. La gente di Colachel, soprattutto quelli dei villaggi di
Kottipad e Alickal, hanno perso tutto e per il momento sono ospitati nella
chiesa e nei locali della scuola cattolica. Sono migliaia e migliaia.
Fino a ieri le nostre sorelle, in collaborazione con un team medico locale,
hanno cercato di curare i colpiti dalla tragedia. Da ieri, il governo centrale
ha organizzato 40 campi nelle zone colpite della provincia di Kanyakumari. In
ogni campo operano un dottore, un’infermiera e degli studenti della facoltà
di medicina.
Da domani le nostre sorelle andranno a Manakudi ed altri villaggi, per vedere
quali sono le necessità della gente in quelle zone. Si dice che ci siano dei
villaggi dove nessuno ancora è potuto giungere per portare gli aiuti: non
esistono più strade, ci sono solo fiumi di fango che rendono quasi impossibile
raggiungere alcune zone.
Non si sa con esattezza quanti siano gli orfani. Si potrà accertare la loro
entità solo quando tutti torneranno ai loro luoghi; per il momento sono tutti
dispersi e sotto shock.
Al momento la cosa di cui abbiamo più bisogno sono medicine, cibo e acqua. Solo
in un secondo tempo, quando la zona sarà sanata e si sarà fatto un bilancio di
tutte le perdite subite, si penserà alla ricostruzione delle case.
Sr.
Sebasti Amali Hirudaya, Missionaria dell’Immacolata (PIME)
.
Dall'India,
zona di Chennai (Madras), la testimonianza di Padre
Anthony Thota,
missionario del Pime nel Tamil Nadu,
intervenuto nei villaggi colpiti dal maremoto, con una Equipe di medici e
infermieri indiani...
Padre Anthony
Thota è missionario del Pime nel Tamil Nadu, nell’India sudorientale, lo
Stato federale indiano più colpito dal terribile “tsunami” che ha devastato
un’enorme sezione del globo terrestre, dalle coste africane a Sumatra. Padre
Anthony è in contatto con il Pime di Busto Arsizio, a cui segnala costantemente
lo stato dell’emergenza; lo abbiamo raggiunto telefonicamente nei pressi di
Madras (o Chennai), la principale città del Tamil Nadu.
“Un disastro, qui a Madras la situazione è veramente grave. Stiamo
ancora raccogliendo corpi. Ci sono troppi cadaveri. Basta scavare un po’ tra
le macerie, sollevare una barca rovesciata o camminare lungo le strade
secondarie per scoprire nuovi cadaveri”. “Sto girando tutti i villaggi
intorno a Madras e tutti sono stati colpiti molto duramente; alcuni
completamente distrutti. Non c’è una famiglia che non conti uno o più morti
o dispersi. La situazione è talmente grave che siamo ancora impegnati a
raccogliere i cadaveri. Sono sette giorni ormai che non facciamo altro e ci sono
zone in cui nessuno è ancora andato”, aggiunge il missionario, 35 anni,
originario dell’Andra Pradesh, un altro Stato meridionale dell’India colpito
dal maremoto, anche se meno duramente. “Riguardo ai soccorsi, siamo ancora
alla prima fase dell’emergenza. Stiamo comprando cibo, medicinali e vestiti e
stiamo andando in giro a distribuirli. Io ho appena terminato di acquistare un
carico che domani porteremo in un villaggio molto isolato. La distanza in
chilometri non è molta, ma per raggiungerlo sarà necessario un viaggio di sei
ore. Sappiamo che in questo centro la situazione è molto grave, e nessuno
finora è andato a recuperare i cadaveri”, dice Padre Thota. E quando si
comincerà a ricostruire? “Per il momento è impossibile fare previsioni.
Prima è necessario raggiungere tutte le popolazioni colpite dal maremoto e
consegnare loro i beni di prima necessità, poi si penserà al resto”...
“Al momento qui sono l’unico padre missionario del Pime, ma presto
arriveranno "rinforzi" dall’Andhra Pradesh (Stato dell’India
centrale, ndr): ad ogni modo posso contare sull’aiuto dei parrocchiani di
Madras/Chennai”. “Il giorno del maremoto io sono intervenuto subito in uno
dei luoghi più colpiti, Pattinappakkam, a pochissima distanza dalla città; ora
mi trovo ancora qui da tre giorni, ma continuo a girare di villaggio in
villaggio per fare quello che posso”. A Pattinappakkam lo scenario della
devastazione è terribile. “Subito dopo lo ‘tsunami’ tutto era distrutto,
le case di poveri pescatori spazzate via. Fortunatamente qualcuno aveva capito,
dopo la prima ondata non particolarmente violenta, che altre peggiori sarebbero
seguite, ed è riuscito a mettersi in salvo”. Distruzione totale,
cadaveri dappertutto. Padre Anthony
punta l’indice contro il governo: “Non diranno mai il numero vero dei morti,
e per un motivo molto semplice: il governo dovrebbe infatti 100.000 rupie
(l’equivalente di circa 2.000 euro, ndr) per ogni vittima, per questo cerca di
minimizzare”. 5000 morti e 2000 feriti gravi solo nella zona tra
Nagappattinam e Vailankanni, la più colpita; oltre un milione di senzatetto in
tutto il Tamil Nadu.
Nel disastro non sono mancati piccoli autentici miracoli. La
salvezza del Santuario mariano di Vailankanni, una vera e propria Lourdes locale
per i cristiani del Tamil Nadu, secondo il padre missionario ha davvero del
miracoloso: “Le acque hanno invaso tutto intorno, ma hanno solo lambito il
Santuario, dove gli indiani cattolici pregano la Madonna della Salute”. Ma il
miracolo più grande resta la solidarietà che si esplica verso gli ultimi della
terra, gli “intoccabili”, i “dalit”, poveri tra i poveri. I fuoricasta
rappresentano infatti il 60-70% della popolazione locale, e spesso non vengono
neppure conteggiati tra le vittime, o perchè vivono in villaggi isolati
completamente distrutti dalle onde, o per semplice disprezzo. “La Costituzione
dell’Unione Indiana vieta la discriminazione di casta, ma non viene rispettata
da nessuno”, denuncia Padre Anthony. “Qui c’è miseria, c’è
analfabetismo. Con i soldi inviatici dal Pime abbiamo acquistato riso,
lenticchie, acqua potabile pulita, materassini e medicinali. Insieme alle suore
dell’Immacolata dell’ospedale di Karikal giriamo per i villaggi soccorrendo
chi ha voluto rimanere, e ancora a giorni di distanza dal disastro abbiamo
trovato situazioni tragiche, con cadaveri insepolti, orfani, feriti bisognosi di
tutto”.