Solidarietà PIME per le vittime del maremoto in Asia
Le isole
Andamane e Nicobare sono state duramente colpite, così come il Sud-Est
dell’India, dallo tsunami del 26 dicembre, che ha cancellato interi atolli,
con pesanti conseguenze sulla popolazione locale. Negli Stati sud-orientali
dell'India e nelle isole citate il maremoto ha provocato almeno 15mila vittime,
i dispersi potrebbero essere però più di 6mila. Sono 140mila le persone
accolte nei campi dopo aver perso la propria casa. Il governo sta rispondendo
all'emergenza con i suoi mezzi e ha già avviato una campagna di vaccinazioni.
Nei due arcipelaghi, però, i soccorsi hanno incontrato parecchie difficoltà e
si temono epidemie di colera a causa dei cadaveri per alcuni giorni non sepolti.
Non molto note da noi, le Isole Andamane e di Nicobar sono invece famose tra gli
esperti, a motivo delle popolazioni indigene che le abitano: gli indiani, che le
conoscono come "le isole di smeraldo". Il Distretto delle Andamane e
Nicobare fa parte del territorio indiano ed è situato in mezzo al Golfo, in
posizione quasi ravvicinata alle coste del Myanmar (l’ex Birmania).
L'arcipelago è composto da 500 isole minuscole in parte disabitate, si estende
su oltre 8mila chilometri quadrati e conta una popolazione di oltre 300mila
abitanti. La lussureggiante vegetazione costituisce anche una delle principali
risorse economiche dell'isola (legname e spezie). Nel secolo scorso sulle Isole
si è stabilita una consistente minoranza cristiana proveniente dall'area di
Ranchi, capitale dell'attuale Jharkhand, che nella seconda metà dell'Ottocento
fu teatro dell'epopea missionaria dei gesuiti belgi e in particolare di Padre
Constant Lievens.
Oggi la popolazione è costituita da indù, musulmani e cristiani (40mila
cattolici e 90mila protestanti). La tragedia che si è abbattuta su di lei ha
costretto la popolazione a una collaborazione positiva. La cattedrale di Stella
Maris, vicino a Port Blair (la capitale delle isole), è diventata il centro
raccolta profughi più grande: ne ospita 1.300. Il Vescovo di Port Blair, Alexio
das Neves Dias, ha detto che tutte le sere i sacerdoti celebrano una funzione
interreligiosa con la partecipazione di cristiani, indù e musulmani. «È una
benedizione - ha raccontato - vedere la disperazione e la sofferenza trasformati
in sollievo».
SITUAZIONE
INDIGENI
Le prime
notizie certe delle cinque tribù isolate che vivono nelle isole Andamane e
Nicobare sono arrivate da parte di "Survival International", Ong
impegnata nella difesa dei diritti delle popolazioni tribali. Totalmente illesa
è stata la tribù degli Jarawa, che al momento dello tsunami si trovava forse
nell'interno dell'isola. La tribù degli Onge è invece riuscita a salvarsi
grazie alla sua conoscenza dell'oceano, accumulata in 60.000 anni di vita nelle
Piccole Andamane. Non appena hanno visto le acque del mare ritirarsi, gli ultimi
100 Onge si sono rifugiati in collina, sfuggendo così all'onda. Le autorità
dichiarano di aver localizzato gli indigeni sentinelesi; non è però possibile
affermare con certezza che tutti si siano salvati, in quanto il numero esatto
degli abitanti dell'isola di Sentinel non è mai stato conosciuto. Non ci sono
notizie certe dei Grandi Andamanesi, ma le prime indicazioni suggeriscono che
siano tutti illesi. Nemmeno degli Shompèn si hanno notizie certe; si spera
tuttavia che, vivendo principalmente nell'interno dell'isola, siano
sopravvissuti. È stata la tribù dei Nicobaresi quella che ha subito le
maggiori perdite: i 12 villaggi nei quali vivevano sono stati travolti dalle
acque e i morti sono stati numerosi. Gli abitanti dell'isola di Car Nicobar,
circa 30.000 persone, vivevano assimilati e si erano in gran parte convertiti al
cristianesimo.
Dati ufficiali riferiscono di 5681 tra morti e dispersi nelle 550 isole Andamane
e Nicobare. Il governo indiano continua a respingere ogni aiuto proveniente
dall'estero e a giustificare il rifiuto con ragioni di sicurezza nazionale,
poiché nelle Andamane sono collocate diverse basi militari. Molti attribuiscono
invece questa decisione alla volontà dell'India di mostrarsi in grado di
fronteggiare in maniera autonoma l'emergenza causata dallo tsunami.
INDIA
È la secondo
nazione dell'Asia - e del mondo - in ordine demografico. Col suo miliardo di
abitanti incalza la Cina (un miliardo e 300 milioni) e potrebbe anche superarla
nel giro di qualche decennio, per via di una politica di contenimento delle
nascite meno rigorosa di quella di Pechino. Del resto non è solo in campo
demografico che i due colossi asiatici gareggiano. Pur non crescendo a tappe
forzate come quella cinese, anche l'economia indiana ha decisamente imboccato la
strada del libero mercato ed eccelle in settori come quello dell'informatica e
della ricerca. Gli Stati sudorientali colpiti da quest'ultima catastrofe
naturale - Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Kerala e il piccolo territorio ad
amministrazione federale di Pondicherry - non sono nuovi a fenomeni del genere,
sebbene di proporzioni più ridotte: ogni anno la stagione dei monsoni nel Golfo
del Bengala e nell'Oceano Indiano presenta minacce di entità più o meno grave
agli insediamenti costieri. Vi è da dire che il Kerala è uno degli Stati più
prosperi della Federazione indiana e l'Andhra Pradesh e in rapida crescita.
L'India, va ricordato, ha subito offerto aiuti alle altre nazioni colpite dal
cataclisma.
LA
TESTIMONIANZA DEL VESCOVO DELLE ANDAMANE
Monsignor Alex
Dias, Vescovo di Port Blair, capitale delle isole Andamane, ha raccontato ad
Avvenire: «Erano le 6.35 del mattino, mi stavo preparando per la Messa nella
cattedrale. Si è sentita una scossa di terremoto molto forte. Cinque minuti
dopo è arrivato il maremoto». Il vescovo ricorda il cancello del garage che si
apre improvvisamente e il fuoristrada all'interno che si muove. «Come una
barca, oscillava da una parte e dall'altra. Io ho cercato di fermarmi fuori da
casa mia, ma non riuscivo a stare in piedi. È stata una scossa infinita».
«Nel Sud tre parrocchie sono state cancellate. Non ci sono più chiese, né
scuole. Nulla. Per noi è stato difficile, soprattutto all'inizio, prendere
contatti col mondo esterno e avere notizie su quanto è successo. Non si poteva
neppure telefonare. Le autorità locali spesso ostacolano le nostre attività.
Eppure abbiamo allestito, nel campo dove sorgono le scuole, una mini-struttura
in grado di curare 1.300 persone, tutte in arrivo dalle Nicobare, dove lo
tsunami ha cancellato intere popolazioni. I sopravvissuti sono qui, noi abbiamo
cercato di dare loro tutto quello che avevamo a disposizione. C'è chi ha
portato lenzuola, vestiti, i commercianti offrono cibo. Ma questa gara di
generosità non basta. Abbiamo bisogno che gli aiuti arrivino al più presto. La
gente ha ancora la paura negli occhi, soprattutto degli adulti. Tutti ci
chiediamo cosa sarà il futuro e ringraziamo Dio per essere ancora vivi. Trovo
fiducia negli sguardi dei bambini: sono stati i più colpiti, molti hanno perso
tutto. Eppure qualcuno di loro torna a sorridere e a giocare.
(
a cura di Gerolamo Fazzini, redazione di "Mondo e Missione" )
La Società
Missionaria San Francesco Saverio di Goa, conosciuta come Società del PILAR, ha
fatto appello al PIME in forza di una storica collaborazione tra i due Istituti.
La Società del Pilar lavora sulle isole Andamane e Nicobar dal 1965 con 14
sacerdoti, oltre allo stesso Vescovo Mons. Aleixo
das Neves Dias. Nella
Diocesi lavorano altri 23 Sacerdoti e 86 Suore.
Le località più importanti colpite dallo tsunami nelle isole Andamane sono:
RANGCHANG, MANGLUTAN, INGOIE, GEINYALE.
Nell’arcipelago delle Nicobar i villaggi più colpiti sono: MALACCA, KAKANA,
OUKCHANG, ARONG, HENOHAHA, PULO KUNJI, ANOWA.
La Direzione Generale della Società del Pilar si è impegnata a fornire tutti i
dettagli della situazione e ad impegnare i propri missionari nel seguire la fase
di emergenza e ricostruzione.
Per la ricostruzione si prevede un periodo di almeno 1 anno.
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PROGETTO
“RIPRENDIAMO IL LARGO” – KALPAKAM - INDIA
Kalpakam e i villaggi attorno vivono principalmente di pesca. L’aiuto più importante per queste famiglie, che hanno perso tutto, è quello di aiutarli a tornare a lavorare. Le stesse scuole (che pure vogliamo aiutare) potranno funzionare solo se le famiglie avranno strumenti per lavorare. Un aiuto per l’attività lavorativa quindi è un aiuto per il futuro di tutti, e in particolare dei bambini, che potranno tornare a scuola se la famiglia risolve il problema basilare del lavoro.
I villaggi sostenuti dal progetto sono nella zona di KALPAKAM a 80 km da Chennai (Madras- Tamil Nadu).
Nella sola KALPAKAM ci sono state 42 vittime per il maremoto.
Attorno a KALPAKAM si aiuteranno altri cinque villaggi:
1) SADIRANGAPATANAM: in questo villaggio più di 200 famiglie hanno perso barche e attrezzatura da pesca, 100 le case distrutte; i morti sono stati 9.
2) PUDUPATINAMKUPPAM: anche qua più di 250 famiglie sono state colpite e molte di loro hanno perso la casa (16 persone sono morte).
3)
UYALIKUPPAM:
230 famiglie hanno perso barche e materiali, varie case distrutte con 13
morti.
4) ANGALAMMANKUPPAM: 48 famiglie hanno subito gravi danni, e 30 famiglie sono rimaste senza casa; 1 morto.
5) MEYURU CHRISTIAN COLONY: 20 famiglie hanno perso le barche e le reti.
· Costo medio per una piccola barca da pesca: 3.000 Euro.
· Attrezzatura per la pesca: 1.000 Euro.
· Totale dell’intervento per una famiglia: 4.000 Euro.
Responsabile del Progetto sul posto: P. Thota Antony Raju (PIME-India).