MISSIONE SPERANZA

LE PAROLE EVOCATRICI

Il presepe dentro di me

DIARIO

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( Dono di MARIA ROSA )

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Dal Presepe di Celestino, 
alla Casa San Giuseppe...

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Avete presente quei presepi napoletani?

Alcuni sono così grandi, così articolati, così pieni di casette, di montagne e sentieri, di laghetti, fontane e boschetti, così affollati di gente, la più diversa... che ti pare, a guardarlo, di essere risucchiato in una dimensione strana dove un mondo, per non so quale evento, si fosse ritirato, incantato; un mondo immobile, se non fosse per qualche meccanismo che muove una gamba, un braccio, una testa, l’acqua di un ruscello, il finto fuoco di un bivacco.

Ci si perde a guardare... ci si distrae seguendo viottoli, scandagliando con lo sguardo pendici boscose, piccoli gruppi di case, anfratti e grotte.

Ci si incanta scoprendo figure d’uomo e di donna sparpagliate in quel mondo variegato, statuette d’animali, oggetti quotidiani che stupiscono per la precisione della loro fattura... e tutte quelle lucette... che aprono squarci, angoli a sé di vita comune, semplice, dura...

Sempre alla fine, si scopre quell’angolo santo. Non in vista... racchiuso... a cui è consentito uno spazio ristretto, discreto, umile.

È lì che scopriamo, infine, il Bambino!

In quel mondo incantato, distratto, incurante, affaccendato... il Bambino!

Con sua madre e suo padre. Pochi altri.

Mi chiedo quanto siano diversi i nostri presepi dove per la capanna, la grotta, scegliamo il posto d’onore, lo spazio regale a cui convergono la folla dei pastori, delle pecore, delle donne coi bambini, tutti a raggiungere il cuore della rappresentazione, quasi nulla fosse più importante per loro che arrivare a vedere. Scoprire. Capire. Incontrare!

Mi chiedo ancora: è davvero così per noi? Per il Cristo che nasce, continuamente, quotidianamente?

Difficile uscire dall’incantamento! Del primo presepe... del secondo...

Mi viene da dire che il vero presepe siamo noi: quello vivente, l’unico possibile di luce vera, di sangue e pulsazioni, di emozioni e di pensieri; l’unico a possedere lo spazio sacro del cuore, che è angolo discreto ma anche Regno dell’Altissimo; quell’intimo più intimo dell’essere, in quella profondità difficile da esprimere. Impossibile riprodurla nel presepe di cartone!

Il presepe sono io. E sono io che guardo il presepe.

Strano, ma è solo così che lo rendo reale, visibile anche agli altri.

Nel presepe che sono io, ci sono molti pastori, li conosco bene. So che, prima che io muoia, se ne aggiungeranno degli altri, ma l’unica cosa che voglio è che essi continuino a camminare verso il Bambino, lucidandosi gli occhi, riscaldandosi il cuore, purificando i propri desideri.

Ci sono le pecore silenziose, vicine le une alle altre, poco propense a inventarsi nuovi percorsi. Fissano la terra, nuova erba da brucare, non alzano il muso, non guardano lontano, timorose, sono condotte...

C’è il pastore con la lanterna che ha paura dell’inciampo, così guarda il sentiero ma poco la Luce della Stella, e a volte, abbagliato dalla luce che porta, rischia di perdersi.

C’è la lavandaia con la vestina bianca. La tiene aperta e inamidata davanti a sé. È molto attenta che non si sporchi, così cammina da sola, preoccupata di mantenere così linda, intatta la vestina che diffida degli incontri, impreca quando vede qualche mano un po’ sporca tendersi nella sua direzione.

C’è il pastore con un grande sacco. Cammina lento e piegato, portando il peso sulle spalle. Deve fermarsi spesso per la fatica. Non vuole perdere nulla. Forse perderà l’Incontro...

C’è il bambino, la bambina col canto e lo zufolo, la danza e il gioco. Si trastullano con le lucciole, si perdono nelle nenie... Arriveranno per primi senza accorgersi di nulla se non di un asino musone e di un bue dalle grandi narici, e si siederanno a giocare, solo giocare... (sono bambini, non sono i "ritornati bambini").

Nella folla c’è una vecchia con più niente da portare se non il suo grembo che, smesso di figliare, fatica a contenere altro amore.

E c’è un cane alla ricerca di una carezza di padrone, e che non smette di guaire...

C’è una donna velata che sotto il suo nascondimento ha timore della solitudine.

Ci sono i magi d’oriente alla ricerca del vero, coraggiosi "percorritori" di strade sconosciute.

È tanta la gente nel mio presepe; tutti diversamente colorati a portare un fardello d’esperienze passate che segnano il gesto, il passo, l’espressione. Tutti vanno...

Tutti vanno, portati, alla presenza del Nuovo Nato!

Si direbbe una processione triste, ma io sono felice: osservo il mio presepe e sono felice!

Perché se il mio sguardo si alza dal muschio e dal sentiero vedo il cielo che canta di stelle. So che anche quel cielo è mio, dentro di me è un coro di angeli! Posso volarci in mezzo!

Lo Spirito lo riempie di voci gioiose, che guidano e consolano e rallegrano. Basta alzare lo sguardo... il cielo è dentro di me! Se vedo i pastori, conoscendoli per nome, posso vedere il cielo sotto il quale camminano!

Nel mio presepe c’è la capanna. La capanna è il mio cuore. Maria e Giuseppe, amore e volontà, da coniugare, da congiungere, da agire insieme con pazienza e perseveranza, con saggezza e con sollecitudine, con forza e con fiducia.

E il Bambino nato ogni momento, nasce ancora dentro il mio cuore che si fa ardente e risonante con le note dello Spirito.

Il presepe sono io. Io guardo il presepe che sono. Il mio Dio Altissimo mi guarda e so che mi sorride.

Posso andare ad amare!