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P. MARIO GHEZZI DALLA CAMBOGIA

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Un "angelo" di nome Tommaso…

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Phnom Penh, 24 Gennaio 2009

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Carissimi amici,
è passato ormai un anno dalla "dedicazione" della Chiesa del Bambin Gesù, un anno ricco di eventi, un anno in cui la comunità è cresciuta e cammina in modo meno incerto ma non ancora del tutto sicuro.
Il lavoro coi poveri continua con una certa regolarità, vedo che le visite fatte anche solo per domandare, "ciao come stai", hanno un valore umano altissimo soprattutto quando si collocano in un contesto di grande miseria umana dove nessuno ha la forza per domandare a chi gli sta accanto: "come stai, cos’hai fatto oggi", perché lo sforzo per sopravvivere ha tolto loro ogni forza, ogni energia per costruire quella normalità delle relazioni che rende la vita umana.
Tra i poveri incontrati in questi mesi, c’è una giovane famiglia vietnamita: la mamma, buddhista, ha avuto da un compagno che l’ha abbandonata una figlia di 5 anni, che frequenta l’asilo della Parrocchia. Si guadagna da vivere spingendo un carretto per le strade, chiedendo che le venga data la pattumiera riciclabile. Il suo nuovo marito è un giovane cattolico, falegname, che parla poco il "Khmer", una persona molto semplice e umile.
Li abbiamo conosciuti perché vorrebbero regolarizzare il loro matrimonio e sposarsi in Chiesa. A metà Novembre vennero a incontrarmi per parlare del matrimonio, lei era incinta ma mi disse che dall’ecografia risultava che il bimbo non aveva il cervello e c’era un’alta possibilità che morisse subito dopo il parto.
Intorno al 20 Novembre la donna viene ricoverata e vengo allertato per un "Battesimo" d’urgenza, poi le cose si affrettano e la sera del 23 Novembre nasce il piccolo Tommaso. Il nonno lo battezza subito, temendo che il bimbo possa morire da un momento all’altro. Il giorno dopo vado in ospedale e vedo il piccolo Tommaso. È un bimbo molto attivo, sgambetta e butta braccia da tutte le parti, è vigoroso nel corpo ma sopra gli occhi la fronte non si è sviluppata non lasciando spazio al cervello. Quel poco di materia cerebrale che ha è contenuta in un piccolo sacco che esce dalla parte posteriore del cranio.
Il papà mi dice: "Padre, mio figlio deve morire?". "A me non pare!", mi dice. "Guardalo come è bello e come sgambetta!". La mamma sta seduta con in braccio il bimbo, lo nutre e lo accarezza come ogni madre innamorata della propria creatura.
Nei giorni successivi tutti ci aspettiamo la notizia del decesso, ma Tommaso non molla. Il papà continua a credere e sperare che vivrà.
Le settimane passano e Tommaso sta bene. Dopo l’"Epifania" torna dall’Italia un amico medico che lavora in un "ospedale pediatrico", glielo porto cullato dalla mamma che aveva premurosamente avvolto la sacca contenente il cervello dentro una garza sterile. Il medico lo guarda e mi dice: "Prega Dio che se lo porti via presto, non si può fare nulla!". Lo dico alla mamma che mi guarda rassegnata ma non stacca un istante né occhi né mani dalla sua creatura. Non è stato il primo medico a dirle questa cosa, lo sapeva già ma ha voluto tentare l’ennesima carta.
Qualche giorno dopo vedo il papà e mi dice che la sacca si fa sempre più piccola ma Tommaso mangia e sgambetta.
La sera del 21 Gennaio, dopo la Messa delle 18.30, il padre corre in Chiesa trafelato e mi dice che Tommaso fa fatica a respirare, non muove più gli arti e la sacca sembra volersi staccare. Chiamo Suor Agnese, che parla vietnamita, alcuni giovani che vivono in Parrocchia e andiamo a vedere Tommaso e a dire una preghiera.
Mentre siamo per strada uno dei ragazzi mi dice: "Padre guarda in cielo, c’è una stella che brilla più delle altre, siamo come i Magi che vanno ad adorare Gesù!". 20 metri più avanti, un altro ragazzo mi dice la stessa cosa. Lì per lì non ci faccio caso. Camminiamo nel buio del quartiere, ci inoltriamo in un vicolo non pavimentato, iniziano delle case improbabili, la strada non è più tracciata, le case sono messe in modo sparso. Si apre uno spiazzo sabbioso, tra le tante case c’è quella di Tommaso, semplice e povera, pietra sotto e legno sopra. Una luce fioca pende davanti all’entrata. I segni del lavoro del papà sono dappertutto: una sega circolare al lato della casa, assi di legno buttate alla rinfusa ad asciugare. La stella è ancora là che brilla, mi dico: stavolta siamo davvero a "Betlemme", qui Gesù c’è davvero e stiamo per entrare ad adorarlo. Dentro la casa è metà magazzino della legna e metà stanza da letto. La pulizia non ha ancora trovato la strada per arrivare fino a questo angolo sperduto di mondo.
La mamma è lì, seduta sul letto, sotto alla zanzariera, con in braccio Tommaso che respira a fatica.
La sacca ha assunto molti colori ed appare infetta. Mi inginocchio perché Gesù non poteva che essere dentro quel quadretto famigliare di dolore, ma molto tenero. Con me si inginocchiano tutti. Inizia la preghiera, non vorrei parlare perché ho un nodo alla gola. Un canto, un "Salmo" e poi dico: cari mamma e papà, oggi i Re Magi sono venuti da voi per adorare il vostro piccolo Gesù sofferente e voi siete Maria e Giuseppe per davvero, tu poi papà sei falegname! Basta, non serve dire altro. Silenzio, le lacrime scendono silenziose sul volto della mamma e di tanti. Il papà mi passa una bottiglietta di plastica con l’"acqua benedetta" che gli avevamo dato per battezzare Tommaso in fretta e furia. Prendo la bottiglietta e spruzzo acqua su tutti, in particolare sul volto di Tommaso e lo affido a Gesù.
Torno a casa e mi dico: come passeranno la notte questi due poveri genitori? Qui non hanno parenti perché sono tutti in Vietnam, sono soli.
La mattina dopo il papà dice che Tommaso sta meglio, ha mangiato due bottigliette di latte. Alle 18.00 mi telefona Suor Agnese: Tommaso è appena morto.
Alle 18.30 inizio la prima Messa di suffragio per Tommaso e per la consolazione dei suoi genitori. Dopo la Messa siamo in tanti ad andare alla nostra piccola "Betlemme" locale. Arriviamo, la casa è stata spazzata e riordinata. La statuetta della "Sacra Famiglia" spolverata e messa nella posizione giusta sulla mensola. Sul lettino appena sotto c’è la mamma vicino a Tommaso, piange sempre lacrime silenziose. Tommaso è più bello del solito, è ben vestito, porta al collo la Croce che avevo dato la mattina al papà. Preghiamo con la commozione che ci attanaglia ma si respira un senso di speranza, di pace. Tutti dicono: è un angelo, Tommaso è già un angelo. È vero, Tommaso è un piccolo regalo che Dio ci ha fatto per poche settimane. È stato un miracolo d’amore perché intorno a lui si sono mossi in tanti per cercare di capire e per dare forza ai genitori; ora i genitori sono meno soli grazie a lui.
L’amore, anche quello apparentemente senza senso, non rimane mai senza frutto.
Prendiamo gli accordi per il funerale che si farà alle 6 del mattino del 23 Gennaio, il compimento del suo secondo mese di vita. Si celebrerà la Messa degli "Angeli Custodi", perché Tommaso ora è l’angelo che Dio ha regalato a questa famigliola e alla Parrocchia del Bambin Gesù.
Il papà ha passato la notte a fare la bara per suo figlio.
Ciò che da noi sarebbe inaudito e brutale qui è parte della normalità della vita, loro sono molto più abituati di noi a sopportare la sofferenza e la durezza della vita.
La mattina arriva Tommaso con i genitori e la sorellina, la bara è la più bella mai vista, la Suora ci mette qualche candela e dei fiori bianchi. Che delicatezza! Siamo solo una quindicina di persone.
Celebro questo funerale, è il primo che viene celebrato in Parrocchia, essendo intitolata al "Bambin Gesù" non poteva che essere un bambino ad aprirci al via per il "Cielo" e a diventare il nostro "angelo custode".
Dopo la Messa carichiamo bara, genitori e i pochi fedeli sul pulmino e tutti insieme partiamo per il cimitero. Tra un "rosario" e un canto arriviamo al "campo santo", ancora una preghiera e abbondante "acqua benedetta", così accompagniamo Tommaso al suo riposo definitivo mentre la sorellina chiede: "Ma perché mettete il mio fratellino là sotto?".
Non ha avuto senso la vita di Tommaso? No, l’ha avuto perché attraverso di lui Dio ci ha mostrato che la vita è un dono che vale comunque e sempre, anche se dovesse durare per un solo minuto. E la sofferenza che c’è dietro una tale esperienza? Credo che se chiedessimo al papà di Tommaso, ci direbbe che quella bara è il regalo più bello che avrebbe mai potuto fare al suo Tommaso, ora riposerà per sempre dentro l’opera di suo papà.
La vita non è solo efficienza, più spesso è delicatezza, poesia e sofferenza "purificatrice".
"Paperon De’ Paperoni" non capirebbe!
Vostro in Cristo!
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P. Mario Ghezzi