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DAL CAMEROUN, P. MAURIZIO BEZZI

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Padre Maurizio Bezzi e gli «enfant de la rue» di Yaoundé

Morisio e i suoi ragazzi

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P. MAURIZIO BEZZI, Missionario a Yaoundé (Cameroun)...

Da vent’anni in Camerun, da quindici nelle strade della capitale,
accanto ai ragazzi che ne hanno fatto la loro casa.

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Anna Pozzi

("Mondo e Missione", Dicembre 2007)

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Da vent’anni in Camerun, da quindici nelle strade di Yaoundé, per i suoi ragazzi è semplicemente père Morisio. La strada lo ha ribattezzato, come ribattezza tutti coloro che ci finiscono. Per povertà, solitudine, disperazione… O per scelta. Padre Maurizio Bezzi, Missionario del Pime, le strade di Yaoundé le ha scelte sulla scia di un religioso francese, un “Piccolo fratello di Charles de Foucauld”, frère Yves Lescanne, e non le ha più lasciate. La sua missione è in mezzo ai bambini e ai giovani che hanno fatto della strada la loro casa, il loro posto di lavoro, il luogo esclusivo della loro vita.
Quando ha cominciato, il fenomeno era appena visibile. Oggi è diventato drammatico ed è un segno inequivocabile di un profondo malessere sociale. Sarebbero circa 10mila in tutto il Camerun i bambini di strada, la maggior parte concentrati nelle tre principali città: Yaoundé, Douala e Garoua.

Basta aggirarsi per il centro della capitale, di fronte alla stazione ferroviaria, nei mercati o nei parcheggi per farsene un’idea. Se ne stanno lì, cercano di fare qualche lavoretto, raccattano qualcosa da mangiare o si arrangiano con piccoli furti. La gente li chiama “nanga boko” e li considera la feccia della società: lo stesso epiteto appiccicato addosso agli adolescenti inquieti delle “banlieu” parigine.
Padre Maurizio sta provando a dare qualche risposta e a costruire piccoli percorsi di speranza. Dopo essere stato per quasi dieci anni responsabile del “Foyer de l’Espérance”, nonché cappellano in carcere, ha dato vita, nel 2003, al “Centro sociale Edimar”. Un nuovo centro con una nuova filosofia: che contrappone alla violenza l’amicizia, alla diffidenza la fiducia. I quasi duecento ragazzi che lo frequentano ogni giorno sono lì a testimoniare che la «ricetta» funziona.

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«Père Morisio! Père Morisio!». Neppure il tempo di scendere dalla sua camionetta che già due o tre ragazzini gli sono addosso. «Père Morisio, on est dans le ouar. Lance nous!». Strano linguaggio, strani ragazzini...
Morisio sta per Maurizio; l’hanno “francesizzato” così i ragazzi di strada di Yaoundé, il nome di Maurizio Bezzi, missionario del Pime, classe 1957, da vent’anni in Camerun. Père Morisio lo conoscono tutti in strada: “mboko”, “bandit”, “bagnard”, bambini, banditi, galeotti… Lo conoscono, lo rispettano, qualche volta lo minacciano: hanno provato anche a rubargli la macchina un paio di volte. Ma lui ormai conosce tutti i «giri», da quelli più loschi a quelli più ufficiali. In mezzo, un ammasso di vite disintegrate, di miseria e corruzione, di violenza e ingiustizie. Al centro, i bambini di strada, i «suoi ragazzi». La sua missione.
«Père Morisio, siamo messi male». Dicono che sono nello “ouar”, che sta per “war”, guerra in inglese. Lo dicono a modo loro e mischiano tutto: lingue, “dileggi”, gergo. È il linguaggio della strada. È il loro linguaggio. Se lo sono creati su misura. Bisogna esserci dentro per conoscerlo, per capirlo, per intuire le dinamiche che sono dietro la loro guerra quotidiana per sopravvivere.
Bisogna essere - come padre Maurizio - un po’ amico, fratello, padre, capo… E anche un po’ “bandito”. «Chef bandit! - scherzano i suoi collaboratori - . Bandito-capo!». Padre Maurizio
è anche un po’ così.

«Lance nous! - gli dicono quei ragazzini - dacci una spinta». Dimostrano nove, massimo dieci anni. Ne hanno almeno quindici. Niente in strada è come sembra. Morisio allunga loro pochi spiccioli; corrono a comprarsi la “bouillie”, una crema di mais dolcificata. Ecco fatto, lanciati!

Basta poco, in apparenza. In realtà serve molto. Tempo innanzitutto. E pazienza, coraggio, determinazione… Il servizio e la fede. Una buona dose di fede. Per tenere insieme un mondo così basso, vite che non paiono degne di essere vissute, e un radicamento alto. Mistero dell’incarnazione.
Padre Maurizio, a suo modo, ci sta in mezzo, con quel suo fare da eterno ragazzo, scherzoso e scanzonato. Si vede che quello è il suo posto. Lo vedono, innanzitutto, i «suoi» ragazzi. Quelli della strada e quelli che lo aiutano a portarli fuori.
All’inizio neppure ci pensava. In Camerun, padre Maurizio ci è arrivato sulla scia di altri confratelli che lo avevano preceduto, prima ad Ambam, nel sud, poi, a partire dal 1974, in diverse zone del nord, dove ancora oggi la presenza del Pime è più consistente. È lì che nel 1987, tre anni dopo l’ordinazione, padre Maurizio viene inviato. Nella diocesi di Yagoua, al confine con il Ciad, si impegna nello studio della lingua e della cultura dei “tupuri”, un’etnia locale, con la quale il Pime ha una lunga tradizione di condivisione e servizio. Poi, nell’ottobre del 1991, viene destinato a Yaoundé, dove l’Istituto è presente in due parrocchie: a Ngoussou e Ntemassi.
«A quel tempo - ricorda il missionario - la parrocchia era ancora piuttosto piccola e l’impegno pastorale meno gravoso di oggi. Io cercavo come meglio collocarmi nella mia nuova missione e ho incontrato frère Yves Lescanne. Da quel momento ho iniziato a collaborare con lui».

“Piccolo fratello di Charles de Foucauld”, frère Yves operava già da molti anni nel settore minorile della prigione di Yaoundé e con i ragazzi di strada. È stato un pioniere, un modello, un martire. È stato il primo a rendersi conto del problema dei ragazzi di strada in Camerun, il primo a fare qualcosa per contrastarlo, il primo a pagare con la sua stessa vita: il 29 luglio 2002, infatti, è stato assassinato da uno dei «suoi» ragazzi. Ma le sue opere continuano. Grazie anche a padre Maurizio.

«Yves aveva visto qualcosa che gli altri ancora non vedevano o non volevano vedere - racconta padre Bezzi - . È vero, all’epoca i bambini di strada erano molti di meno, più nascosti, meno aggressivi. Ma era un fenomeno che cominciava a emergere in maniera preoccupante ed era un segnale inequivocabile di un malessere economico, sociale, culturale…».
Quella situazione non ha fatto che aggravarsi con il passare degli anni. Oggi il “Ministero degli Affari sociali” stima attorno ai diecimila i bambini di strada presenti in tutto il Camerun, la maggior parte concentrati nelle tre principali città: Yaoundé, Douala e, in misura minore, Garoua, nel nord.
Secondo gli operatori sociali del settore, compreso padre Maurizio, si tratterebbe di cifre un po’ approssimative. È evidente comunque che oggi i ragazzi di strada, specialmente nella capitale, sono davvero moltissimi. Basta aggirarsi per le vie del centro, di fronte alla stazione ferroviaria, nei mercati o nei parcheggi. Stazionano lì, cercano di fare qualche lavoretto, di raccattare qualcosa da mangiare, o si arrangiano con piccoli furti. Qualcuno, specialmente i più grandi, sono dei veri e propri criminali, responsabili di furti e aggressioni a mano armata e, in alcuni casi, di omicidi.
«Finiscono in strada e non hanno vie d’uscita - commenta il  missionario - ; per questo la loro situazione non fa che peggiorare. Cominciano con piccoli furti e finiscono in prigione, dove l’ambiente non è certo educativo, anzi… Qui studiano alla scuola dei più grandi, dei delinquenti veri; quando escono compiono crimini più gravi e finiscono di nuovo dentro e così via, in un circolo vizioso e sempre più perverso che è difficile da spezzare».
Padre Maurizio sta facendo tutto quanto è nelle sue possibilità. Che è molto, ma certamente non abbastanza. Lui stesso è consapevole di una cosa fondamentale. Occorrerebbe per prima cosa agire sulle cause. Perché questi bambini che finiscono in strada, prima di diventare dei criminali, sono anzitutto delle vittime. «Vittime della povertà - insiste con forza padre Maurizio - che non è solo materiale, ma che sempre di più si traduce in povertà morale».
E allora, da un lato, si assiste a un esodo rurale sempre più massiccio, causato - specialmente nelle regioni aride del nord - da una miseria insostenibile; dall’altro, però, si è di fronte a un progressivo smembrarsi della famiglia, che non regge più alle dinamiche della vita urbana, dove si incontrano, e spesso si scontrano, riferimenti culturali tradizionali e nuovi modelli e stili di vita, di stampo occidentale. La sintesi è spesso una catastrofica perdita di valori e di riferimenti e un generale disorientamento. A farne le spese è innanzitutto l’anello cruciale e allo stesso tempo più fragile della società: la famiglia.

«La struttura familiare allargata regge a fatica; quella “mononucleare” arranca», spiega Solange Besson, che lavora per la commissione “Giustizia e pace” della diocesi di Yaoundé e collabora con padre Maurizio. Le dinamiche di questa società in rapida e spesso caotica evoluzione le affronta ogni giorno: problemi di lavoro, famiglia, diritti umani, stregoneria… «Nelle grandi città - continua Solange - divorzi e separazioni sono all’ordine del giorno. Molti giovani, ormai, neppure più si sposano. Convivono, mettono al mondo dei figli, si lasciano; creano altre relazioni, mettono al mondo altri figli, si separano, e così via… La maggior parte dei bambini di strada sono figli di donne “single”, che li hanno avuti da uomini diversi, nessuno dei quali si è assunto la responsabilità di fare da padre».

La difficile situazione economica del Camerun non aiuta, anzi. Al nord basta un po’ di siccità perché la gente muoia letteralmente di fame, mentre al sud il tasso di disoccupazione è talmente alto che molti giovani, anche qualificati, pensano solo ad andarsene all’estero. Quanto alla politica, quella camerunese vive una situazione di paralisi pari a pochi altri Paesi al mondo: il presidente, Paul Biya, uno degli ultimi «dinosauri» d’Africa, è in carica dal 1982, e i governi che si sono succeduti in questi anni si sono preoccupati innanzitutto di intascare le risorse del Paese, come dimostrano i continui scandali che riempiono le pagine dei giornali indipendenti.
Le ultime elezioni politiche e amministrative dello scorso 22 luglio hanno potuto solo dimostrare la totale “disaffezione” della gente alla politica. Ovviamente ha vinto il partito di governo, il “Rassamblement démocratique du peuple camerounais” (“Compagine democratica del popolo camerunese”, “Rdpc”), ma era talmente scontata questa vittoria che nessuno è andato a votare, nonostante i dati ufficiali parlino di una percentuale di votanti del 60 per cento. Ma bastava affacciarsi a un seggio qualsiasi per rendersi conto che era deserto.
«In questo contesto - commenta padre Maurizio - si inseriscono rapidi cambiamenti sociali, specialmente nei grandi agglomerati urbani, come Yaoundé o Douala, la capitale economica del Camerun, dove il degrado materiale spesso si associa a un grave disagio culturale e morale».
Le storie dei bambini di strada spesso si assomigliano. Molti - più della metà - vengono dal nord.
In questa regione “semidesertica” le condizioni di vita sono molto difficili. Si continua a morire di malaria, colera, meningite, morbillo… Per i bambini spesso non c’è posto in famiglie molto numerose, dove i rapporti con i genitori sono estremamente labili o difficili. E allora fuggono. Molti non hanno resistito alla rigidità della “scuola coranica”, in questa regione a forte presenza musulmana, e hanno scelto il vagabondaggio. La maggior parte non torna più indietro: non ha niente o nessuno a cui tornare. Figli di padri poligami o di famiglie sfasciate, sopravvivono come possono, con il miraggio di una città, a migliaia di chilometri di distanza, che alle fine non offre molto di più di qualche cartone su cui addormentarsi la notte.

Molti altri a Yaoundé ci sono nati. Figli non voluti, “mal-aimé”, «amati male», che è quasi peggio di «non amati», perché crescono pieni di diffidenza verso il mondo degli adulti, impregnati di risentimento e violenza. «Lo ripeto spesso - insiste padre Maurizio - : non ci sono figli nati accidentalmente, ci sono piuttosto uomini e donne diventati genitori accidentalmente». Il risultato è lì, in strada, sotto gli occhi di tutti. Anche se molti preferiscono non capire.

Li chiamano “nanga boko”, in Camerun, che letteralmente vuol dire «quelli che dormono fuori», ma il termine ha assunto ormai un significato molto dispregiativo. La gente li guarda con disprezzo, li tratta come criminali, ladri, bugiardi. La “feccia” della società. è più facile così, piuttosto che guardarli come vittime di quella stessa società di cui fanno parte e che mette ai margini i più deboli e indifesi e li usa come capri espiatori delle colpe degli adulti.
«Frère Yves aveva intuito i germi di tutto questo trent’anni fa - racconta padre Maurizio - e aveva cercato di dare qualche risposta. Era nato così il “Foyer de l’Espérance”, la “Casa della speranza”, che accoglieva minori usciti di prigione e ragazzi di strada. Da quell’esperienza è nato anche il “Centro sociale Edimar”».

Si tratta di due modi diversi e complementari di far fronte al problema dei ragazzi di strada di Yaoundé. Padre Maurizio, che per quasi dieci anni, dopo la partenza di frère Yves, è stato responsabile del “Foyer de l’Espérance”, nonché cappellano in carcere, ha dato vita, nel 2002, a una nuova struttura: il “Centro sociale Edimar - Centro Principessa Grace”, proprio di fronte alla stazione ferroviaria, uno dei luoghi maggiormente frequentati dai bambini di strada. Un nuovo centro con una nuova filosofia: che contrappone alla violenza l’amicizia, alla diffidenza la fiducia. I quasi 200 ragazzi che lo frequentano ogni giorno sono lì a testimoniare che la «ricetta» funziona.

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I NUMERI DEL CAMERUN

Popolazione: 16 milioni di persone.
Capitale: Yaoundé (1.500.000 abitanti).
Popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno: 50,6 %.
Aspettativa di vita: 45,7 anni.
Tasso di alfabetizzazione: 67,9%.
Prevalenza Hiv/Aids: 5,4%.
Religioni: 25% cristiani, 25% musulmani, 50% religioni tradizionali.