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( "Missionarie dell'Immacolata" - Giugno 2005 )

Il cuore della vita missionaria
Il primo annuncio

Tutte le Missionarie dell’Immacolata presenti in Guinea Bissau
hanno il privilegio e l’opportunità di lavorare per il primo annuncio del Vangelo,
non solo attraverso le diverse attività sociali e di aiuto a questo popolo,
ma direttamente attraverso l’annuncio della Parola di Dio
nei villaggi e nei quartieri della città.

Sr. Marilena con un gruppo di giovani.

Un battesimo in tabanca.

Spesso parliamo e scriviamo dei diversi ambiti delle nostre attività missionarie. È più difficile raccontare il cuore e lo scopo principale della vita missionaria che è l’annuncio di Gesù, della novità del Vangelo a chi ancora non lo ha incontrato.

Per noi il primo annuncio del Vangelo è una grazia, un dono grande di Dio perché ci è dato di vedere, di sperimentare in modo evidente e palpabile la forza della Parola di Dio in una persona e in un gruppo umano. Il dopo non è come il prima: le persone che cominciano ad aprirsi al Vangelo intravedono la luce, la libertà dalla paura e, passando attraverso la Croce della purificazione di ciò che è vecchio, iniziano a sperimentare una vita nuova, con la conseguenza del miglioramento della qualità della vita e delle relazioni.

Nella visita ai villaggi, nei contatti con i nostri catechisti non mi sono mai lasciata scappare l’opportunità di chiedere: come avete incontrato il Vangelo, cosa è successo, perché avete continuato?

Essendo fatti recenti, di venti anni fa al massimo, le risposte sono fresche, entusiaste. Durante le assemblee tra villaggi, i racconti si susseguono come testimonianze, quasi che ci si ripetesse: è proprio così, è successo a noi.

Nella mia missione di Bissorà i cristiani sono ancora pochi, una o due famiglie per villaggio; gli altri sono in cammino e chi racconta gli inizi lo fa per rafforzare chi è incerto.

Dunque cosa succede, cosa fa scattare l’adesione al Vangelo?

Ha ragione S. Paolo quando dice: «Come potranno ascoltare senza qualcuno che annunci?».

Al villaggio di Blassar vedevano spesso passare in moto sr. Maria; una ‘bianca’ che ogni settimana passava da lì! Perché? Lo chiedono alla gente del villaggio dove va la suora e rispondono che va da loro per parlare di un nuovo cammino, il cammino di Dio. Anche loro, senza sapere bene cosa fosse si radunano e chiedono alla suora di visitarli. Adesso tra loro ci sono già tre famiglie cristiane!

Nel villaggio di Cossebà raccontano di aver conosciuto Gesù attraverso il maestro della scuola del villaggio che ha raccontato loro qualcosa del Vangelo.

A Bunghara l’inizio è più recente e le difficoltà di accoglienza sono tante. Un uomo anziano, durante un incontro di catechesi, mi dice: "Anche se facciamo fatica a capire il cammino di Cristo non lo dobbiamo lasciare perché, quando sono stato male, le suore mi hanno aiutato; è la strada giusta".

In tutt’altra zona, Quinden, un uomo sui quarant’anni da oltre due anni viene alla Messa alla domenica, facendosi venti chilometri a piedi. Da dove è spuntato? Chi lo ha invitato? Lui dice che un giorno riceverà il Battesimo. La sua perseveranza ci ha fatto decidere di iniziare i primi contatti al suo villaggio.

Ancora: poco lontano dal villaggio di Quinden, c’è il villaggio di Intcherte. Un giorno è venuto da noi il capovillaggio, insistendo perché andassimo da loro e dice: "Abbiamo già la scuola, una piccola farmacia e adesso abbiamo bisogno di conoscere Dio, vogliamo questo cammino per i nostri giovani".

Così noi missionari abbiamo il privilegio di vedere all’opera lo Spirito Santo che organizza con grande fantasia l’incontro delle persone con Cristo. La gioia del missionario è vedere che nel gioco ci sta anche lui, chiamato ad essere una mediazione per sostenere, incoraggiare con grande perseveranza e pazienza.

Si comincia dai primi contatti, per conoscere, creare amicizia e fiducia reciproca e poi? Non c’è una ricetta che vale per tutti, ma si annuncia la Parola di Dio, si parla di Gesù. Le persone qui non fanno ragionamenti complicati, afferrano subito gli esempi concreti del Vangelo e poi pian piano si cerca di legare la Parola alla vita.

L’esperienza ci ha fatto identificare alcune fasi: l’entusiasmo iniziale, in cui il villaggio partecipa in massa, sperando anche che assieme alla Parola di Dio arrivino altre cose. Poi, come dicono qui, c’è la fase della malagueta: la malagueta è il peperoncino, che quando tocca una ferita brucia! La Parola di Dio è come la malagueta, pian piano brucia per purificare, per far nascere nuovi comportamenti, fa selezione, si scontra con alcuni aspetti delle culture e non tutti ci stanno.

Così è successo nei nostri villaggi più ‘antichi’; ora c’è un piccolo gregge in cui il Vangelo sta pian piano cambiando la vita; sono una piccola luce che risplende, un albero alla cui ombra altri si ristorano. Non hanno lasciato il villaggio per essere cristiani; vivono accanto e assieme ai loro parenti che continuano a fare cerimonie agli spiriti, ma che, se c’è un problema al villaggio, vanno da loro per trovare una soluzione che sia diversa dalla vendetta.

Mostrano agli altri che tra marito e moglie si può parlare, dialogare per cercare ciò che è meglio per la famiglia. Mostrano che si può avere una sola cassa in famiglia e amministrare con più responsabilità, senza sospetti.

Al villaggio era sembrato strano che Seidu, il papà, spazzasse la casa e lavasse i bambini, ma la loro famiglia è serena e attorno a Sima, la mamma, si radunano sempre tante ragazze per imparare ad essere donne domani. È il Vangelo che entra nella vita delle persone, nelle loro abitudini culturali e le trasforma, facendo nascere una realtà più bella, più umana.

Poi ci sono anche le stanchezze, i periodi bui, i dubbi da parte loro e anche da parte di noi missionarie, ma i segni di vita sono tanti, sono di più.

Molte volte, durante le riunioni di formazione dei catechisti, rimbalzano frasi del tipo: "È la strada giusta, siamo contenti". Allora, per vedere se il Vangelo è vero, bisogna cominciare a viverlo!

Qual è il ruolo di noi missionari, impegnati a tempo pieno e per tutta la vita nell’avventura del primo annuncio del Vangelo?

È una necessità riflettere su ciò che facciamo, sul nostro stile, per cercare di ascoltare gli inviti del Signore nelle situazioni concrete.

È evidente che nella maggior parte dei casi il primo annuncio del Vangelo passa attraverso l’approssimarsi, la relazione, il contatto umano ed è sicuramente, palpabilmente opera dello Spirito che suscita l’incontro e crea le condizioni dell’apertura al dono.

Credo che ci sia bisogno di persone libere, che amino Dio, che pur nei propri limiti e nella lotta quotidiana donino speranza, fiducia, mostrando che avanti c’è il cammino che libera dalla paura di non sapere cosa pensi Dio del mondo e della mia vita.

Chi fa il primo annuncio deve essere saldo nella fede ed avere una serenità di fondo nei rapporti, tanto da lasciar trasparire che sta sulla roccia e che ha scoperto il senso della sua vita.

Con queste disposizioni e con tanta umiltà cerca di accostare la cultura africana senza fretta, ascoltando molto, chiedendo spiegazioni per non rischiare falsi giudizi.

Il primo annuncio del Vangelo deve essere limpido, senza promesse implicite per attirare a sé.

Oggi il missionario non può più annunciare Cristo da solo, come agli inizi; c’è una comunità che, anche se ridotta in numero, è cresciuta e può esprimere la novità del Vangelo con linguaggi e simboli africani più comprensibili. I nostri cristiani, se ben accompagnati, proporranno modelli di vita, esempi, soluzioni delle difficoltà in modo più leggibile, partendo dalla loro testimonianza.

Come missionaria ho il compito di credere nell’efficacia della Parola; ho il compito di pregare perché lo Spirito Santo susciti disposizioni adatte nel cuore di chi annuncia.

Sicuramente anche in Guinea la Chiesa metterà profonde radici, aiuterà i guineani ad esprimere il volto africano di Cristo, sarà un segno di speranza e di vita tra questo popolo che, tra tante sofferenze e privazioni, invoca il nome di Dio e lo cerca.

Sr. Marilena Boracchi