VOCAZIONE MISSIONARIA

MISSIONE AMICIZIA   Come agli inizi   DIARIO

Dopo ventotto anni di missione, monsignor Giuliano Frigeni,
missionario del Pime e vescovo di Parintins,
ci racconta che cosa è per lui, oggi, la vocazione missionaria.

MONS. GIULIANO FRIGENI.

Mons. Giuliano Frigeni
("Missionari del Pime", Dicembre 2006)

Mi trovo in Amazzonia dal 1979: venti anni vissuti come sacerdote missionario e gli ultimi otto come vescovo della diocesi di Parintins.
Da quando la Chiesa mi ha chiesto di servire la missione come vescovo, mi sono ritrovato come agli inizi della mia vocazione: «Che cosa vuoi da me, Signore?».
«Vieni e seguimi!».
«Vi farò pescatori di uomini».
«Come hanno ascoltato me, così ascolteranno anche voi».
«Quando sarai "vecchio" ti porteranno dove non vorrai».
Non mi sento ancora sufficientemente vecchio per farmi portare dove non voglio, ma capisco che la missione per me si avvicina sempre più allo "sparire", al lasciare spazio alla presenza di Cristo, per gioire e godere di Lui.
A che serve che parlino di noi missionari se in chi ci ascolta non cominciano a brillare gli occhi e ad ardere il cuore dal desiderio di far conoscere e amare Cristo a chi vive la vita senza la sua compagnia, la sua grazia?
Nei bambini, negli adolescenti, nei giovani e negli adulti che incontro vedo sì la loro bellezza, ma anche la loro fragilità, tanto uguale alla mia, e mi chiedo: «Come recuperare la bellezza che il Signore ha seminato in ognuno di loro?».
Senza una «scuola di vita», senza un Maestro da seguire, senza la certezza di un Amore vero, tutto diventa emozione di pochi istanti e si costrusce sulla sabbia.
Nemmeno l’intera Bibbia imparata a memoria fa scattare la voglia di fare del bene, di amare chi è indifferente, chi nemmeno sa che c’è un altro modo di "sentire" il valore infinito offertoci dallo sguardo di un Altro che ci abbraccia dall’alto della croce.
Come cambia la vita quando si fa esperienza della forza che rinnova il cuore e spalanca la ragione sulla realtà tutta!
Si impara a pregare per non sciupare il tempo e si comincia a chiedere umilmente perdono a chi diciamo di amare, ma che troppo spesso leghiamo a noi e non a Lui.
La missione per me oggi ha il sapore della contemplazione della Sua opera su di me e su chi si lascia educare dalla madre Chiesa che con pazienza attende il nostro "sì" senza sbavature, senza troppi "ma", "se" e "però".
A volte crediamo di fare abbastanza, ma Cristo ci aveva avvertiti fin dall’inizio: «Dopo aver fatto ciò che dovete fare, dite a voi stessi: sono un servo inutile».
Non sono mai riuscito a digerire questo Suo giudizio, ma intuisco che solo quando ci sarà il giudizio sulla mia missione, mi sentirò libero dalla schiavitù dell’esito, del risultato, del "successo" che in fondo in fondo ancora cerco.
Gli amici che il Signore mi dà, tra i missionari o tra la gente a cui mi ha inviato, sono il luogo permanente della purificazione della vita e così verifico che si sta compiendo la Sua promessa: «A chi lascia tutto per me e per il Vangelo, darò il centuplo qui sulla terra e in più la Vita eterna».
Per meno di questo non vale la pena di essere missionari.