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17 dicembre 2006
III Domenica di Avvento C
Sof 3,14-18°; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

GIOIOSI NEL SIGNORE

Nella pagina del vangelo sono rappresentate le persone divise in tre gruppi: il popolo, gli impiegati dello Stato (che si mettono la divisa per comandare), i soldati (che hanno in mano il potere delle armi). Tutti chiedono a Giovanni quello che devono fare e Giovanni ha una risposta per tutti: non dice a nessuno di cambiare mestiere,ma ai soldati raccomanda di non essere prepotenti, ai funzionari statali di non esigere niente di più del dovuto e di non approfittare delle posizione di superiorità, al popolo di dare la seconda tunica a chi non ne ha neanche una. Queste risposte valgono anche per l’oggi, per cui pensiamo a che cosa avremmo fatto se fossimo stati davanti a Giovanni: quanti di noi se ne sarebbero andati, perché non in grado di fare quello che era stato detto? Le parole di Giovanni non sono ancora il ‘vangelo’ di Gesù,sono annunci per liberare il cuore, per aiutare ad ascoltare e a pensare. Il popolo ascolta, rimane impressionato e pensa che sia Giovanni il Messia atteso. Ma Giovanni è solo colui che prepara la strada, che lo annuncia ed allora Giovanni parla dei due ‘battesimi’, o meglio, delle due ‘immersioni’ Non dobbiamo mai dimenticare che battesimo vuol dire immersione . Battezzare vuol dire immergere e noi ci immergiamo ogni mattino e ci rimmergiamo ogni sera, tutte le volte che facciamo la nostra immersione ‘nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito’ . Per dare un segno forte Gesù ha usato l’acqua, ma noi continuiamo ad immergerci ogni volta che diciamo di lavorare per Gesù, con Gesù. E dobbiamo farlo con gioia, perché giosamente vogliamo meritare. Rileggiamo il brano della lettera ai Filippesi e sentiamo quanta consolazione ci deriva. In un altro brano, sempre della lettera ai Filippesi, Paolo arriva a dire di correre perché, afferrato da Cristo, a sua volta vuole afferrare Cristo, vuole farlo suo e ci invita a ‘godere, a rallegrarci, con la certezza di essere al sicuro".

Nel ‘500 a Roma è vissuto Filippo Neri, il ‘santo matto’. A 35 anni, si è fatto prete e nella sua celletta ha cominciato a riunire 4 o 5 amici per ragionare sui Vangeli; più tardi le riunioni si sono spostate nella chiesa. Degli amici ricchi gli hanno addirittura costruito una chiesa –c’è tuttora- nella zona della Vallicella, ma accanto, Filippo ne ha voluta un’altra –chiamata oratorio- dove poter fare teatro, ballare, cantare, recitare, per potere, attraverso il divertimento, riunire gente e sempre ragionare delle cose di Dio, delle cose che riguardano il cuore delle persone. Era ‘matto’: quando usciva soleva dire "Che il Signore mi tenga la mano sulla testa, altrimenti mi fo giudeo!" (chissà perché proprio ‘giudeo), tanto si fidava poco di se stesso...Era ‘matto’, tanto che il suo calice era tutto morsicato perché era così grande la sua emozione quando beveva il sangue di Cristo che continuava ad afferrare il calice d’argento con i denti, ma quando finiva la celebrazione, con gioia pura ed allegra raccontava agli altri quello che il Signore gli aveva detto. Una volta, insieme al suo amico Cammillo del Lellis –sarà santo anche lui- decise di andare all’ospedale di Santo Spirito per ‘divertirsi’ a far ridere gli ammalati, rallegrando soprattutto i più poveri e soli: "Andiamo a giocare con il Signore –disse a Cammillo- per tirare su il cuore degli ammalati".

Dobbiamo essere allegri e riconoscenti verso il Padre che ci ha voluto suoi figli, con la certezza che possiamo veramente contare su di Lui.

San Basilio –vescovo di Cesarea, nell’attuale Turchia e morto circa nel 470- aveva custodito delle capannucce intorno alla città per ospitare i poveri che dormivano all’aperto. Nelle regole c.d. brevi che aveva scritto per i suoi monaci, ce ne è una –la n.193 che dice che noi dobbiamo essere gioiosi per quel che il Signore ha fatto attraverso di noi. Noi facciamo le opere stesse di Dio, operiamo secondo quello che vuole Gesù; il Padre ci ha fatto suoi figli e Gesù attraverso di noi costruisce il suo corpo. Il corpo di Gesù, infatti, è un corpo che non è ancora cresciuto abbastanza.

S.Paolo scrivendo agli Efesini al capitolo IV dice: "Gesù crescerà con il suo corpo finchè non avrà raggiunto la statura completa. Solo allora le cose saranno finite. Siamo noi che costruiamo il corpo di Gesù, non soltanto il corpo nato da Maria e morto sulla croce, ma il suo corpo che continua adesso a farsi vedere. Questo perchè lo Spirito Santo dentro di noi continua ad operare, continua a trasformare in eternità, in gioia per Dio, in abbracci promessi . Adesso ci sono le piccole consolazioni, le gioie che vengono fuori ogni tanto: Negli Atti degli Apostoli è riportata una frase che Paolo fa dire a Gesù: "C’è più gioia nel dare che non nel ricevere". Non è questa una frase contenuta nel vangelo, ma se Paolo la riferisce, vuol dire che è una di quelle parole che Gesù soleva ripetere.

E’ gioioso ringraziare il Padre, continuare ad operare insieme a Gesù Cristo, poter contare sullo Spirito Santo che dentro lavora e ci trasforma e ci unisce. E’ gioioso poter dare questo messaggio ad altri.

S.Giovanni il battezzatore non sapeva ancora tutto questo, ma diceva già che bisognava che ognuno rimanesse al proprio posto, sicuro che il Signore sarebbe venuto e ci avrebbe immersi nello Spirito santo, nel fuoco. E avrebbe distinto il grano dalla pula con il ventilabro. Il ventilabro è un cestino basso e largo che, ripieno di grano seccato ed agitato al vento, fa cadere i chicchi di grano e disperdere la pellicola che li riveste.

Noi siamo grano o pula, quando apriamo la televisione, quando scegliamo le notizie che ci fanno piacere, quando indossiamo i vestiti? Quando facciamo gli auguri, siamo pula o grano? Quando preghiamo, lo facciamo per avere una giornata da pula che poi se ne va o per costruire il corpo di Cristo e che ci proietta nell’eternità per la gioia eterna?