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11 febbraio 2007
VI Domenica T. O. C
Ger 17,5-8 1Cor 15,12.16-20 Lc 6,17.20-26

FACCIAMO "SACRO" IL NOSTRO TEMPO

Dopo aver ascoltato il ‘manifesto’ delle Beatitudini, non cadiamo nella tentazione di considerarci nell’una o nell’altra categoria –quella dei beati o quella a cui viene detto ‘guai’-. Quando Gesù predica lo fa quasi sempre estremizzando le situazioni, a differenza di quando parla con i suoi discepoli usando parole semplici e consolanti e promettendo lo Spirito in soccorso a chi non ce la fa.

In questo discorso sono lanciate idee molto forti e molto chiare che fanno pensare che spesso noi chiamiamo disgrazie le cose che non ci piacciono e grazie quelle che ci piacciono.

Chissà quante persone stanno piangendo perché colpiti da qualcosa di pesante. Proprio tra gli amici più intimi e più impegnati in Sant’Erasmo in questo momento c’è qualcuno che soffre perché le è mancato un genitore : qualunque età abbiano i genitori, il distacco è sempre molto doloroso.

Quante persone sono nella tristezza. Quanti ragazzi si sentono falliti perché non hanno superato un esame o una interrogazione. Quante volte ci sentiamo persi perché un affare non è andato a buon fine. Quante volte ci sentiamo delusi perché un amico se ne è andato o si è dimenticato completamente di noi.

Sono disgrazie ?

Un apologo racconta di un piccolo vermetto –uno di quelli che ‘saltano’ se spaventati- che si trova su una scala. Vorrebbe andare avanti, ma si trova un muretto davanti e due strapiombi ai lati. Si arrabbia ed agitandosi saltella, fino a che è sbalzato sul gradino superiore; ma di nuovo il precipizio ed il muro. Si arrabbia di nuovo e di nuovo saltando sale un altro gradino; così per più volte fino ad arrivare al grande terrazzo. Qui non ci sono più muri né burroni, perlomeno a vista d’occhio. E’ finalmente felice, si sente arrivato! Ma è arrivato, semplicemente perché, di fronte ai muretti, ‘è saltato’.

Quanti muretti abbiamo nella nostra vita? Quanti ne abbiamo già superati?

"Signore, mi hai aiutato a superarli; so che mi aiuterai ancora".

C’è un salmo che dice: "Le tue radici siano immerse nel Signore, come un albero che ha le radici in un corso d’acqua e porta frutto".

Le mie radici Signore vorrei metterle tutte nella speranza in te.

C’è un altro salmo –il 130 - che dice: "Come un bambino appena svezzato si sente sicuro tra le braccia della mamma, così io tra le braccia del Padre"

Vorrei essere così: le mie radici immerse nel corso d’acqua; abbracciato dal Padre che sta nei cieli che, come una mamma mi infonde sicurezza –che differenza c’è tra un papà e una mamma? Sono coloro che mi danno la vita e Dio mi ha dato la vita: è un papà che mi vuole bene.

Pensiamo alla vita di famiglia: quante volte il genitore per far stare zitto il figlio lo accontenta in tutto, lo vizia riempiendolo di regali, invece di fermarsi a giocare con lui, magari sul tappeto del salotto. E’ troppo impegnativo; meglio accontentare tutte le sue richieste capricciose. Sarà meno faticoso, ma il bambino crescerà senza imparare il valore del sacrificio.

Sacrificio non vuol dire dolore, anche se molte volte è fatto anche di dolore.

Sacrificio vuol dire rendere sacra una cosa – sacro faccio – .

La Messa è il sacrificio del corpo e del sangue di Cristo. Quando partecipiamo alla Messa e facciamo la comunione ‘facciamo il sacrificio’ di metterci a disposizione.

Vi pesa tanto partecipare a questo sacrificio?

Tra poco ve lo dirò : "Il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre onnipotente"

Essere qui: è questo il nostro sacrificio, valorizzato dal Signore.

Il Signore, quando ha compiuto il Suo sacrificio? Quando ha chiesto a Maria, per voce dell’angelo, se voleva essere la mamma del salvatore". Quando ha detto: "Ma non sapevate che io devo interessarmi delle cose del Padre che sta nei cieli?". Quando ha detto: "Fare la volontà del Padre, questo è il mio nutrimento" Quando ha detto: "Padre, sia fatto di me secondo la tua volontà" Quando ha insegnato a noi: "Sia fatta la tua volontà come è fatta in cielo, così sia fatta da me in terra" .Così Gesù ha compiuto il Suo sacrificio, quando ha detto: "Tutto è compiuto" sulla croce ed ha spirato –ha dato a noi lo Spirito Santo perché possiamo fare altrettanto.

Io suggerisco a voi di offrire tutto –facciamo sacro il nostro tempo.

Anche se qualche volta ci pesa, ci riusciamo perché qualcuno ci ha insegnato a superare i nostri capricci, e, anche se con fatica, magari arrabbiandoci anche un po’,riusciamo a metterci nelle Sue mani e, salto dopo salto, ci avviciniamo sempre di più a Lui, finchè arriverà l’ora in cui saremo chiamati a rendere conto di tutto.

Ma il Signore non farà il ‘conto’ delle nostre opere buone e di quelle cattive.

Gli egiziani le misuravano: nei rotoli recuperati accanto alle mummie troviamo delle immagini del Dio che pesa l’anima del morto su una bilancia: su un piatto una piuma, sull’altro piatto l’anima: il defunto va nel luogo dei beati ad aspettare la risurrezione –anche gli egiziani credevano nella risurrezione- solo se la sua anima pesa come la piuma.

S.Agostino dice che noi siano attratti dal nostro peso: se pesiamo come le cose della terra diventiamo terra, se pesiamo come le cose del cielo noi diventiamo cielo. E’ attraverso le prove della vita che diventiamo sempre più simili a Gesù che è cielo venuto in terra. Portando in noi lo Spirito santo diventiamo cielo.

A Cartagine nel 250, finita la persecuzione, scoppia una pestilenza. Il vescovo, vedendo la sua popolazione scampata alla persecuzione che muore di peste, scrive una lunga lettera ai suoi fedeli alla fine della quale dice: quando si è su una barca con delle buone vele si desidera che soffi il vento giusto per navigare verso un altro porto. Ecco noi siamo come su una nave in un porto. Desideriamo il vento; arriva la peste: ci farà soffrire, ma poi raggiungeremo il porto. Abbiamo le vele che si chiamano ‘fede’. Aspettiamo il vento che si chiama Spirito.

Non so quanti l’abbiano ascoltato, quanti invece abbiano desiderato che il vento soffiasse da un’altra parte per non morire. Fatto sta che molti hanno superato il pericolo della peste, compreso lo stesso vescovo che però dopo sei anni morirà decapitato durante un’altra persecuzione.

Non sappiamo se saremo decapitati, se moriremo di paura, o se ce ne andremo tranquilli nel nostro letto raggiungendo una tarda età.

Quello che sappiamo è che saremo beati se quando ci verrà da piangere aspetteremo di poter ridere nell’eternità. Saremo beati se saremo affamati –Matteo dice ‘di giustizia’- ed aspetteremo fiduciosi la giustizia del Signore.

Il Signore non peserà le nostre azioni buone e le nostre azioni cattive.

Guarderà quanto amore di Lui c’è dentro di noi

Guarderà quanto abbiamo saputo aspettarlo, quanto abbiamo saputo accoglierlo, quanto abbiamo saputo vivere in Lui.

Che le radici di tutti noi siano fondate sulla speranza, che è una delle virtù che più manca al giorno d’oggi!

Viviamo allora nella speranza basata sulla Parola del Signore che ci dice:

"Io vengo a prendervi. Volete venire con me?"