10 marzo 2007
III Domenica di Quaresima C
Es 3,1-8.13-15 1Cor 10,1-6.10-12 Lc 13,1-9
IL CAMMINO DELLA CONVERSIONE
L’Arcivescovo di Genova Bagnasco, accogliendo l’invito di Don Giuseppe, è venuto a S. Erasmo per benedire il piccolo sagrato che, se pur tra tante difficoltà, siamo riusciti a realizzare. Nell’occasione ha celebrato la Messa, per cui anche per questa terza domenica di Quaresima l’omelia trascritta non sarà quella di Don Giuseppe: questa volta è del nostro Vescovo! È stata una occasione unica per noi di Sant’Erasmo, che vogliamo condividere con voi.
Cari amici, lasciamoci parlare dalla Parola di Dio in questo cammino di preparazione alla Pasqua che è segnato dal cammino di conversione. La Quaresima ci sollecita alla conversione interiore, cioè al cambiamento di cuore e di vita. Per quanto siamo avanti negli anni e nell’esperienza della fede, sappiamo che siamo sempre in trasformazione: ci portiamo dietro la nostra fragilità, le nostre incoerenze, le nostre chiusure di cuore e quindi abbiamo sempre bisogno di convertire il nostro animo secondo il pensiero di Cristo e quindi la nostra vita perché fruttifichi sempre di più in frutti di bontà, di amore, di fede per il bene di tutti. Questo è il cammino quaresimale e la liturgia sapientemente di domenica in domenica ci aiuta, ci stimola, ci dice una Parola-la Parola del Signore- ci dà l’eucaristia che stiamo celebrando –pane di vita eterna- proprio per aiutarci, per accompagnarci, quasi prendendoci per mano, in questa fatica gioiosa di miglioramento di noi stessi. Perché è bella la vita cristiana, impegnativa -lo sappiamo- a volte anche faticosa -è giusto- ma è bella così come la vita di famiglia, l’amicizia, la paternità e la maternità. E’ la legge della vita che le cose belle richiedano impegno e fatica. E oggi la liturgia della chiesa che cosa ci dice in questo cammino di conversione, di santificazione? Cosa dice di richiamo, di incoraggiamento, di stimolo, di accompagnamento? Molte cose come sempre, perché la Parola di Dio è di Dio e quindi ha una ricchezza senza confini.
Mi piace però insieme con voi meditare brevemente su alcuni aspetti della storia di Mosè perché la liturgia ce lo propone come un grande esempio di conversione interiore. E allora vediamo alcuni tratti di questa pagina dell’Antico Testamento che ci presenta il cammino di conversione di Mosè, questo grande padre di Israele, questo grande amico di Dio, come la Bibbia dice.
Come sapete, la vita di Mosè viene divisa negli Atti degli Apostoli in tre grandi momenti: in Egitto, nel deserto e poi nuovamente in Egitto per liberare Israele. In questo momento Mosè si trova nel deserto. E nel deserto non faceva una vita grama, ma una vita buona perché Mosè era ‘accasato’, aveva la sua famiglia, un figlio, del benessere, del patrimonio –certo da beduino: le tende, il bestiame- ed era avanti negli anni e quindi come tutti gli anziani, desideroso di stare un po’ in pace. E Dio irrompe in questa situazione tranquilla dove tutto ormai è sicuro, stabile, programmato. Dio irrompe attraverso uno dei segni –il roveto ardente che ben conosciamo- uno di quei segni che il Signore dà anche alla nostra esistenza –non vedremo i roveti ardenti, ma ci dà tanti segni, basta saperli cogliere. E Mosè si incuriosisce. Qui troviamo già un punto importante per la nostra vita spirituale. Mosè si incuriosisce e procede verso quel misterioso prodigio di un roveto che è fuoco, ma che non si consuma. Che cosa ci insegna l’esperienza di Mosè? Che Mosè pur essendo un uomo ‘umanamente arrivato’ non è un uomo ‘seduto interiormente’, ma è aperto al nuovo ed ecco che allora si lascia prendere da questa curiosità interiore che indica non la curiosità umana di colui che è curioso di tutto ma non si impegna con niente, ma una curiosità che indica l’apertura dell’animo, la disponibilità a non stare seduto comodamente nel suo ambiente e nelle sue abitudini. "Andiamo a vedere che cosa accade" Ecco il primo grande insegnamento. La disponibilità al nuovo, a lasciare per cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di pensare. Quanto abbiamo bisogno di non sederci dentro lo status quo della nostra vita. E si muove.
La quaresima è un cammino, un movimento, la conversione è un movimento continuo e movimento significa andare verso ciò che non sempre conosciamo prima e abbandonare qualcosa che già conosciamo e che in qualche misura ci rassicura. Ma è Dio la nostra sicurezza. Deve essere Lui la prima fondamentale sicurezza. E allora qui in questo primo punto possiamo chiederci : in questa quaresima che cosa il Signore mi chiede ‘di nuovo’, quale abitudine non propriamente coerente con il Vangelo mi chiede di lasciare dietro di me e verso che cosa di nuovo il Signore mi chiama in questa quaresima, diversa da quella dello scorso anno e diversa da quella, a Dio piacendo, del prossimo? Perché la vita è movimento, fuori di noi, ma anche dentro di noi.
E Mosè sente la voce: "Togliti i sandali perché questa è terra sacra". Anche qui dobbiamo andare oltre a quello che è l’episodio immediato e coglierne il significato profondo che vale per tutti noi. Il Signore vuole che Mosè vada verso di lui non con la sicurezza della persona ben calzata, ma con l’umiltà, con la circospezione, con l’atteggiamento del povero che non corre baldanzoso verso Dio, verso il mistero, ma si avvicina trepidante, cioè umile perché Dio è più grande di noi. Dio è più grande di noi. E in questo far togliere i sandali a Mosè non c’è nulla di umiliante. Il Signore nella sua potenza non vuole umiliare o schiacciare l’uomo che è la sua creatura, lo esalta attraverso l’umiltà.
Cari amici vediamo anche nel nostro tempo, come sempre nella storia dell’umanità, quando l’uomo dimentica la trascendenza di Dio, la sua maestà, la sua grandezza per esaltare se stesso, perde se stesso. La storia insegna e la storia sempre, in un modo o nell’altro, si ripete. Quando dimentichiamo Dio per affermare noi stessi, smarriamo noi stessi. Non dimentichiamolo mai. Ecco il gesto di Mosè che si toglie i sandali per ricordare che Dio è Dio e l’uomo è l’uomo. Non c’è contrapposizione, contrasto, tanto meno concorrenza, come a volte nella storia della cultura è stato affermato, ma se mai c’è solidarietà, amicizia, rapporto, compagnia. Ma Dio è Dio e l’uomo è l’uomo.
Tanto è vero che facciamo un terzo passo: il Signore si rivela a Mosè –sorpreso, esterrefatto- è ovvio, un po’ intimidito –è naturale- ma non schiacciato. E Dio si rivela con queste grandi parole: "Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe" Che valore ha, che significato ha questa autopresentazione di Dio a Mosè? Non è qualcosa di trascurabile, ma qualcosa di enormemente grande che viene a confermare ciò che ho detto pocanzi: perché Dio a Mosè si presenta non solo come il Dio dei Cieli, creatore dell’universo, come l’Onnipotente, il Grande, l’Infinito, l’Eterno, ma si rivela anche il Dio della storia, cioè colui che si è impastato con la storia di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e con Mosè vuole continuare questo rapporto intimo, profondo, solidale di amicizia per il bene del popolo di Israele che sta per nascere, e per il bene di tutto il mondo. Ecco chi è il Dio della trascendenza che fa togliere i calzari a Mosè, ma nel contempo si manifesta come il Dio dei sui padri: Sì, Dio è il Dio dei nostri padri, è il Dio della nostra storia, non solo quella passata, quella antica, ma della storia recente, anzi della nostra piccola personale storia e della storia dell’umanità di oggi. E’ il Dio dei cieli, ma anche il Dio del tempo. E’ il Dio dell’eternità, ma anche quello della storia. E’ il Dio dell’universo, ma anche il Dio dell’uomo. E’ il creatore, ma è anche l’amico, il padre.
Ecco tre passaggi di questa storia di conversione che Mosè dovrà imparare attraverso una storia di fatica –pensiamo poi a tutte le peripezie di Mosè liberatore, le rivolte del suo popolo, le incomprensioni, le critiche, le polemiche, l’incomprensione che Mosè il liberatore dovrà affrontatre e sentire sulla propria pelle come il bruciore di una ferita. Dovrà imparare che veramente quel Dio della trascendenza che lo ha chiamato a sé e che gli ha fatto togliere i sandali per ricordargli che egli è un uomo, non Dio è però anche quello stesso Dio il Dio con lui, il Dio con noi.
E Gesù non è forse la manifestazione fatta carne, visibilità fatta Parola, presenza in questa eucaristia di questo Dio con noi, che si è fatto amico, compagno di strada, destino nostro, via, verità e vita?
Come è bella la fede cristiana, che grande il dono della fede e come è impegnativo, certo, il cammino della conversione che mai ha termine se non in cielo, impegnativo ma affascinante e merita ogni impegno, ogni serietà.
Chiediamo questo rinnovato impegno e questo rinnovato entusiasmo, carissimi amici, in questa eucaristia per noi, per le nostre famiglie, per la nostra diocesi, per il nostro popolo. L’entusiasmo, la gioia, la gratitudine per il dono della fede, per il dono di questo Dio che non è lontano da noi pur essendo trascendente a noi, ma si è fatto carne, storia, eucaristia con noi.