18 marzo 2007
IV Domenica di Quaresima C
Gs 5,9a .10-12 2Cor 5,17-21 Lc 15,1-3.11-32
IL SACRAMENTO DELLA TENEREZZA
Di fronte a un padre che corre verso il peccatore, vi aspettereste che vi parli della confessione, che, come sapete, è riconciliazione con Dio e con la Chiesa, anche perché la quaresima è il tempo giusto per approfittare del ministero della riconciliazione di cui ci parlava S.Paolo nella seconda lettura.
Tutti voi questo lo sapete benissimo perché non siete neofiti della fede, ma persone che credono; però qualche volta tutti assumiamo l’atteggiamento del ‘secondo fratello’ e ci chiediamo il perché proprio quelli che sono più lontani vengano così affettuosamente aspettati.
Ma il perché è presto detto: perchè il Signore ci vuole salvi tutti e quando siamo al sicuro, lui ci lascia al sicuro: basti ricordare l’episodio delle 99 pecorelle lasciate per andare a cercare quell’unica che si era smarrita e in quella pecorella smarrita possiamo vedere qualcuno, anche fra noi stessi, che non è tanto sicuro, o che è pieno di dubbi, o che non sa che i dubbi aiutano a crescere e pensa per questa di essere spiritualmente lontano.
Ecco, quando ci troviamo in questa situazione dovremo pensare proprio all’atteggiamento di quel papà della parabola.
Nelle due domeniche passate l’omelia non è stata la mia: il missionario ha parlato dello spirito d’accoglienza e l’immagine di quel negro ci aiuta a ricordare che c’è sempre qualcuno che ci sta vicino e ci ricorda che comunque ‘contiamo’.
La settimana scorsa il nostro vescovo che ci ha parlato di come si fa a fare chiesa. Anche lui ha parlato dell’accoglienza, in quanto ‘fare chiesa’ vuol dire essere uniti al proprio vescovo, essere uniti e saperci accogliere reciprocamente.
Allora continuiamo a parlare dell’accoglienza parlando di quel mistero, di quel quasi-sacramento che è la tenerezza.
Ci sono in natura frutti magnifici, dentro, ma con una scorza dura, quasi legnosa fuori. Quanti di noi sono fatti proprio così! Sembra che non ci si possa fare nulla perché si pensa che dipenda dal carattere, ma non è così. Qualcosa si può fare cercando di maturare interiormente fino ad arrivare a rompere la scorza. E’ questo è un esame di coscienza che mi pare opportuno che si faccia tutti.
Un padre della Chiesa, Ilario, predicava la Trinità, predicando l’identità del Padre, del Figlio e dello Spirito. Gli ariani lo contestavano e gli imperatori romani del tempo, che, seppur cristiani tendevano all’arianesimo, lo hanno esiliato costringendolo a lasciare Poitier in Francia per rifugiarsi in quella parte del medio oriente corrispondente all’odierna Turchia. Ma anche là la componente ariana era abbastanza forte, così da convincere l’imperatore di rimandarlo a casa. Ilario ha scritto un Trattato sulla Trinità nel quale aveva spiegato come il Padre sia come la mente, l’intelligenza, il Figlio sia come l’immagine del Padre: il Padre vede se stesso riflesso nell’immagine che è il Figlio, ma il Figlio e il Padre si vogliono bene e questo loro volersi è un frutto che si chiama Spirito, respiro; Padre e Figlio respirano lo stesso respiro, respirano lo Spirito Santo ed è tanto vero questo che quando viene Gesù lascia a noi il suo respiro che è gaudio –come lo chiama Ilario- è il godimento reciproco del Padre e del Figlio.
Allora noi aggiungiamo che sulla terra abbiamo l’immagine perfetta di questa Trinità: è il nostro vivere in famiglia. Quando un uomo e una donna si vogliono tanto bene che uno vede se stesso nell’altro e quando si vogliono tanto bene e decidono di essere insieme completamente c’è il gaudio completo, gaudio che qualche volta è una cosa fisica, qualche volta è una cosa spirituale, il gaudio che resta anche nel ricordo quando uno dei due non c’è più ed è veramente il godimento completo di sapersi voluti bene e di saper voler bene completamente.
E’ un’immagine direi perfetta della Trinità –anzi ‘quasi’ perfetta che in noi non c’è niente di perfetto perchè siamo fatti per crescere: "Siate perfetti come è perfetto il Padre che sta nei cieli" e ancora, sempre nel vangelo: "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre che sta nei cieli" Cioè dobbiamo crescere in questa volontà di essere perfetti, di essere misericordiosi e dobbiamo fare in modo che altri lo sperimentino.
Mi piace quell’apologo del vecchio che era cresciuto sempre solo, nella penombra della casa dietro le imposte sempre chiuse. Quelle rare volte che era costretto ad uscire, lo faceva sempre a testa bassa, senza guardare in faccia nessuno e senza che nessuno avesse la possibilità di guardarlo negli occhi. Un giorno però sente il bisogno di aprire la porta e di prendere un po’ di sole. Proprio in quel momento un bambino che giocava lì vicino gli corre incontro e, cogliendolo di sorpresa gli salta al collo abbracciandolo e baciandolo. Il vecchio resta sorpreso perché nessuno aveva fatto così con lui, nessuno gli aveva sorriso, nessuno gli aveva mai dato un bacio. Senza accorgersene comincia anche lui a sorridere e mentre lo fa si accorge che c’è anche la mamma del bimbo che osservando la scena gli sorride. Da quel momento comincia la nuova vita, fatta di sguardi e di sorrisi.
In genere si dice che un sorriso non costa niente, eppure un sorriso può donare tutto!.Dicono che un sorriso non costa niente, ma un sorriso dona tutto.
Qualcuno non è capace a sorridere, ad essere accogliente. E’ uno sforzo che dobbiamo fare, perché è il Signore per primo che sorride a noi, che ci viene incontro e ci vuole bene. Questo è l’insegnamento della parabola. Ricordiamo alcune frasi "Corse incontro e l’abbracciò" poi se lo portò in casa. Soltanto in un secondo momento vengono i vestiti, i calzari, il capretto da ammazzare, i canti e i vini. Soltanto dopo. Subito c’è l’atteggiamento della persona.
Bisogna essere capaci a vivere il nostro atteggiamento di persona. E’ un quasi sacramento. Anzi, è un vero sacramento perché quando Gesù all’altare viene in noi cosa ci dice? "Io vengo dentro di te. Io voglio essere abbracciato da te". Ce lo chiede. "Mangiami e diventiamo una cosa sola. Io ti porto nel mio paradiso, se tu continui". Sono le parole del vangelo, anche se meno solenni. "Chi mangia il mio corpo io lo risorgerò. "Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue vive per me come io vivo per il Padre" Queste sono le parole solenni che troviamo nel vangelo di S.Giovanni al capitolo 6° mentre invece che il Padre e il Figlio sono una cosa sola e vivono godendo l’uno dell’altro ce lo dice S.Ilario nel suo trattato sulla Trinità al cap.2°.
E’ la verità di un Dio che ci vuole sempre uniti e quando ci trova disuniti vuole riconciliarci.
Questo è il ministero della riconciliazione. Vuole che le nostre asperità verso gli altri, le nostre asperità verso di lui, le nostre asperità verso noi stessi, il nostro tenerci chiusi, il nostro non volere correre verso la perfezione, non voler lasciare certe abitudini, siano lasciate, siano superate.
Dobbiamo essere capaci a lasciare perdere. A dire "Ora ritorno".
Il Padre sorride? Io voglio sorridere a lui. Allora impareremo veramente.
Il curato d’Arse quando era ragazzo non riusciva a studiare. Il suo parroco lo consiglia di farsi prete, così almeno sarebbe riuscito in qualcosa. Ma anche in seminario non riusciva a studiare e non riusciva ad imparare niente, tanto che, nonostante che avesse già una ventina d’anni lo inseriscono in una classe di bambini. E qui un amcio di soli 11 anni lo aiuto nello studio, gli ripete i compiti, gli corregge le frasi sbagliate, lo aiuta a studiare a memoria qualche piccola cosa. Ma gli sforzi sono davvero grandi rispetto ai piccoli risultati ed un giorno il bimbo si stufa e dice: "E’ tutto inutile, sto sprecando il mio tempo con te" Ma l’uomo gli si avvicina e lo prega di continuare ad aiutarlo. Dopo due o tre anni passa alla scuola di teologia, ma anche lì le difficoltà sono troppo grandi per lui che si limita a sapere solo il catechismo, niente di più. Lo vorrebbero così allontanare dal seminario quando il vescovo al quale avevano chiesto consiglio domanda se sapeva pregare. "Sì –è la risposta- il rosario lo sa dire". "E’ sufficiente allora, fatelo prete!" Non sapeva la teologia. Sapeva leggere e sapeva fare qualche predica. Ho un libretto con le sue prediche, sono semplici, non fa altro che ripetere quello che legge nel vangelo, però la gente andava da lui a confessarsi. Al suo confessionale c’era sempre la coda, perché avevano capito che conta di più conoscere Dio per esperienza personale che non per aver studiato teologia.
Facciamoci scaldare il cuore dal Signore, che è una mente eterna, un’immagine di se stesso che si scalda reciprocamente. Quando il Signore ha deciso di crearci lo ha fatto perché potessimo lodarlo e amarlo, facendolo amare anche dagli altri. Che il Signore ci aiuti a portare a compimento la nostra missione.