15 luglio 2007
XV Domenica del Tempo Ordinario C
Dt 30,10-14 Col 1,15-20 Lc 10,25-37
CRISTIANI CREDENTI E CREDIBILI
Come sempre mi faccio aiutare da questo foglio di giornale dove sono pubblicate le sei pagine dei vescovi italiani.Come sempre prendo solo poche parole, una piccola frase, da legare al commento del vangelo.
Oggi leggo il titolo dell’ultimo capitolo, il quarto: "Comunità di credenti e credibili"
I cristiani dovrebbero cercare nella loro vita, anche solo all’interno della piccola cerchia di amici, di essere ‘imitabili’.
Ma, attenzione, non basta: i vescovi infatti parlano di Comunità stando a significare che non solo devo fare bene io, ma devo farlo in gruppo, devo farlo ‘insieme a qualcuno’.
E la parabola di oggi questo ci vuole dire, fra l’altro.
C’è un tale ferito per strada. Una persona importante lo vede e passa oltre, così anche l’altra persona. Poi passa un samaritano –un uomo di un’altra fede, di un’altra nazione, di una regione, situata in mezzo alla Palestina nella quale qualcuno voleva bruciarli tutti (ricordate due domeniche orsono?) un c.d "menico". Ebbene, il samaritano passa, vede quest’uomo ferito per la strada, lo medica, lo carica sul suo giumento e lo porta all’albergo. Lo lascia lì, dando incarico di curarlo, pagando e promettendo di ritornare per pagare il resto. Non poteva fare tutto da solo.
S.Agostino in un discorso domanda: "Sapete che cos’è la locanda?" "E’ la chiesa" . Da solo fa qualcosa, poi entra nella chiesa e fallo insieme alla chiesa.
Naturalmente la chiesa non è l’edificio - l’edificio che non c’era né ai tempi di Gesù né ai tempi degli apostoli; per 300 anni l’edificio non c’era e la gente si riuniva nelle case, o all’aperto. Affidalo alla chiesa che è comunità.
Fatti aiutare dagli altri. Dà l’incarico agli altri e tu va per la tua strada e cerca altre occasioni per fare il bene.
Questo ci dice S.Agostino.
Da soli possiamo fare poco. Se vogliamo fare atti d’amore, dobbiamo farli facendoci aiutare dagli altri, adattandoci a quello che fanno gli altri. Qualche volta sarò io a prendere l’iniziativa, qualche altra saranno gli altri.
In questo capitolo dei vescovi si parla di vocazioni e di ministeri –vocazioni vuol dire ispirazioni date da Dio per fare qualcosa nella vita; ministeri vuol dire servizio e ognuno di noi deve avere il suo ministero nella chiesa anche se in modi diversi, perché ciascuno è chiamato a testimoniare la speranza cristiana in mezzo a una società in rapido cambiamento. E il cambiamento è negativo, il cambiamento è un abbassamento dei costumi, della credibilità, un oscuramento della luce.
La speranza è quella luce che dobbiamo accendere e speranza la si dà se si indica qualcosa che è alla fine della nostra strada.
Dobbiamo arrivare a Dio, dobbiamo far intravedere un pochino di luce di Dio –questa è la speranza cristiana facendo sapere che noi andiamo avanti per una strada che è la strada di Dio.
Il poeta Luzi dice che" c’è il nulla nel mondo d’oggi". Non possiamo più credere a niente –tutto male, tutto buio, tutto negativo, anche la stessa parola amore non è altro che uno sfruttamento reciproco di poche persone che non danno senso alla loro vita se non nello sfruttarsi per trovare piacere, per trovare gusto usando le persone per poi gettarle e l’uomo e la donna vengono trattati da strumenti- " se non fosse che quel canto d’amore che si leva di tanto in tanto". Quel canto d’amore vero, luminoso, che fa sorridere, amore che dà speranza, amore che è una cordicella piccola piccola alla quale ci possiamo attaccare per avere una direzione e la direzione sarà sempre questa: amate – .
Nell’antico testamento veniva detto Amate Dio e amate il prossimo come amate voi stessi, ma Gesù ha aggiunto un piccolo particolare molto importante: Amate come io ho amato voi. Non è soltanto come tu ami te stesso, lui non si è amato fino al punto di morire per sé; è morto per me, per te e tu devi essere capace ad amare come ha amato lui. Allora sì che sei cristiano, sei veramente credibile, meriti veramente di essere lodato.Credenti e credibili.
S.Agostino dice che la locanda è la chiesa allora io nella chiesa devo prendere gli esempi: gli esempi li prendo dai santi, li prendo dai fratelli che si comportano bene, dalla famiglia che è una famiglia legata, dalla città dove ci sono persone che si mettono al servizio. Gli esempi li devo dare vivendo bene nella mia famiglia, ricordando bene le cose belle della famiglia, sottolineandole e commentandole, in famiglia e anche fuori famiglia, e nella città io devo costruirne una parte –l’abbiamo visto l’altra volta, c’era scritto cittadinanza su questo giornale e la cittadinanza mi impegna a vivere la vita sociale in un modo serio, veramente impegnato.
E’ amore che fa luce perché porta speranza nel mondo d’oggi.
Un semplice episodio che prendo dalla vita di papa Giovanni. Era il grande patriarca di Venezia, vescovo e cardinale.C’era un suo prete non troppo anziano che impegnava tutto il suo tempo nel bere vino e che alla sera passava parte della notte giocando a carte in un osteria. Venezia si prestava nell’ambiente popolare a fare questo e la gente lo lodava: "tu sei sì che sei un prete perché sai stare con noi", però non faceva altro che questo e quindi si dimenticava di essere ‘prete’. Un giorno il cardinale ha pensato di andarlo a trovare. Ha aspettato l’ora in cui di solito era nell’osteria. E’ andato lì, ovviamente senza le vesti pontificali, è andato da amico e si è seduto vicino dove quello giocava a carte e beveva. A un certo punto lo accosta e gli dice: "Sono il tuo vescovo" L’altro rimane male "Sono venuto a vedere ed imparare a giocare con te, ma vuoi venire fuori a prendere un po’ d’aria fresca?" Vanno fuori e non sappiamo cosa esattamente gli abbia, detto. Quel che è certo che dopo quel prete è cambiato, un po’ per la vergogna, un po’ per l’amicizia, ma soprattutto per la buona volontà che il suo vescovo gli ha dimostrato.
Sì, bisogna essere capaci, secondo i casi, le occasioni, le circostanze."Amate come io ho amato voi. Ama come io ti amo". Ci dice personalmente il Signore e questo modo di amare, questo modo di illuminare, questo modo di sapere presentare le cose belle del mondo è quello che il Signore ci chiede.
Hai capito? Allora fallo anche tu.
La parabola finisce proprio così. Chi ha avuto compassione di lui?
E’ questo il suo prossimo.
E gli disse Gesù: Va e anche tu fa lo stesso.