22 luglio 2007
XVI Domenica del Tempo Ordinario C
Gn 18,1-10 Col 1,24-28 Lc 10,38-42
ACCOGLIENZA
Continua il pellegrinaggio di Gesù verso Gerusalemme. San Luca racconta questo viaggio fermandosi sulle tappe principali sottolineando l’insegnamento con il quale Gesù vuole indicarci quale deve essere lo stile del discepolo.
Oggi anticipa forse di qualche giornata il viaggio perchè la casa in cui Gesù viene ospitato è a Betania, che si trova a pochi chilometri da Gerusalemme. Ma è un anticipo opportuno perché ci aiuta a capire come bisogna accogliere la Parola e come Gesù di fatto accoglie :"Accoglienza" –di Gesù verso di noi e "Accoglienza" nostra verso di lui e verso il nostro prossimo.
Come sempre mi porto il giornale con le sei paginone di cui ormai sappiamo molto bene il contenuto: e, come sempre, di queste io scelgo poche parole o poche righe.
Questa volta le prendo dall’VIII e dal XIV capitolo.
Nell’VIII capitolo leggo: "Aggrappati al corpo di Cristo noi viviamo in comunione; con lui giungiamo fino al cuore di Dio."
Se vogliamo essere autentici cristiani ci aggrappiamo. Nella Bibbia trovo spesso la Parola "incollati a Dio"; nei Padri della Chiesa trovo che noi siano inseriti e attaccati profondamente nel corpo di Cristo fino a diventare una sola persona –uno, non "una cosa".
E un modo per sentirci accolti è capire che le nostre azioni, se sono azioni volute insieme allo spirito di Cristo sono azioni di Cristo: Uno vicino all’altro ci si accoglie, ma uno dentro l’altro è molto di più che semplice accoglienza e quando faremo la comunione saremo inseriti in Cristo.
Questa consapevolezza potrebbe essere fonte per noi della tentazione di sentirci per ciò stesso o ‘preferiti’. Mentre ci sono altre tendenze, altri modi di pensare, altri stili religiosi.
Nel nostro ambiente, italiano ed europeo, un particolare stile religioso, quello di assenza, mentre nelle altre parti del mondo c’è comunque uno stile di accoglienza di Dio: sono stili diversi, ma non per questo da disprezzare.
Sono stili diversi, ma non devono impedirci di ‘accoglierci’ reciprocamente.
Ci viene detto chiaramente al cap. XIV dai nostri vescovi: "Noi troviamo facile l’incontro con persone portatrici di differenti sensibilità religiose e ciò ci induce a sostenere anche a livello popolare una sempre più puntuale e consapevole conoscenza degli elementi presentati dagli altri"
Siamo invitai a portare nel mondo la speranza –e questo è il tema generale- ma facendo capire che questa speranza non è una riservatezza cristiana; i cristiani sono incaricati direttamente di fare questo , non so se anche gli altri, probabilmente tutti, si sentono incaricati, anche se il modo di manifestarlo è diverso: stili diversi.
Mi piace leggere nei Padri della Chiesa un certo padre Epifanio –vive nel IV secolo- il quale dice chiaramente che quando il Signore Gesù ha voluto venire in terra, Verbo eterno di Dio, ha posto di fronte a Maria la sua divinità perché voleva che lei fosse la fucina che fabbricasse l’umanità. Allora ha messo da parte la sua divinità.
Lo diciamo spesso: Con Gesù noi abbiamo a che fare con un uomo, un uomo che è divino, ma che non mostra la sua divinità se non in particolari momenti speciali e questo modo l’ha voluto proprio per non essere una grossa difficoltà per Maria che doveva essere fucina.
A proposito di quel ‘depositare’ leggo in un’autrice, premio Nobel nel 1925 Sigrid Unset che Dio venendo in terra ha deposto come uno zaino ai piedi di Maria e ha lasciato che noi da questo zaino della sua divinità pescassimo qualche cosa.
Ognuno può prendere secondo la sua sensibilità, ognuno ha una certa capacità di arricchirsi delle cose divine. Noi non possiamo prendere tutto quelle che è Dio: qualcuno prende il senso di distacco, qualcuno l’amore del dolore, qualcuno la gioia, qualcuno l’entusiasmo, qualcuno lo Spirito santo - questo direi che tutti lo possono prendere -, però da questo zaino abbondante messo ai piedi di Maria prima di entrare in lei porta del cielo, porta di Dio, per potere diventare umano lui ha lasciato che noi potessimo arricchirci di questa sua divinità e ognuno mostra qualche cosa.
Io farei un po’ di esame di coscienza chiedendomi: ma io che cosa mostro?
Vorrei chiedere a ciascuno: Siete capaci a dire che cosa avete preso dallo zaino che il Signore ha abbandonato ai piedi di Maria prima di entrare in lei per potere essere uomo che non inganna, che non si spaventa, che sa convincere.
Poi tocca a noi arricchirci veramente di qualche cosa: della capacità di capire la povertà, della capacità di capire l’ignoranza, della capacità di donare quel poco che abbiamo, della capacità di impegnarci veramente perché è tropo facile dire: io non son capace, io non faccio, lascio fare agli altri, sono altri gli incaricati, sono altri che sono meglio di me.
Quelle due donne che ospitano Gesù mostrano entrambe un grande spirito di servizio: una lo esprime accogliendolo in casa, e volendolo nutrire, l’altra invece sedendoglisi vicino e ascoltandolo.
Ma Gesù dice che a un certo punto il servizio finirà e tutti saranno nella parte migliore, tutti saranno sempre in ascolto del Signore, sempre nel momento di glorificazione di Dio.
Nel frattempo però noi adesso dobbiamo camminare.
Gesù cammina verso Gerusalemme e noi dobbiamo insieme a Gesù e uniti al nostro prossimo cercare di capire, di avvicinarci, di sentire effettivamente.
Il maestro dell’antichità Epifanio mi dice che devo arricchirmi di Dio, che io devo prendere da Dio quello che lui mi mette a disposizione.
Allora suggerirei di fare un esame di coscienza positivo: quali sono le doti che il Signore ci ha dato?
E subito dopo un esame di coscienza negativo: quali sono le doti che io tengo per me e che non metto a dispostone del mio prossimo: Occasioni di preghiera? Occasioni di speranza, di gioia?
Che il Signore ci aiuti a sentirlo presente, che ci aiuti ad avere la sicurezza.
Parliamo sempre di speranza, ma questa speranza non può essere che attesa di qualche cosa di grande, di bello, di soddisfacente, di gioia.