PRECEDENTE  LE OMELIE DI DON GIUSEPPE CAVALLI  SEGUENTE

26 agosto 2007
XXI Domenica T.O. C
Is 66,18-21 Eb 12,5-7.11-13 Lc 13,22-30

IL MISTERO DELLA SOFFERENZA

Perchè è stretta questa porta? E’ un mistero che sta nel cuore di Dio. Non sarebbe meglio che l’allargasse? Ci verrebbe da dire, anche se poi qualcuno potrebbe pensare che se veramente la porta fosse larga ognuno farebbe i suoi comodi, sicuro che comunque la salvezza è assicurata. Ma sono ragionamenti inutili, in quanto la ‘porta stretta’ c’è e c’è per tutti . E non pensiamo che qualche atto d’amore che tutti fanno per lo meno qualche volta nella vita possa essere sufficiente. Non abbiamo forse sentito la chiara minaccia di Gesù "Va fuori; fuori c’è pianto e stridore di denti".

Ma perché, Lui che è così ‘buono’ pronuncia parole così terribili?

E’ vero, è ‘buono’, ma non ‘buonista’ come si dice oggi. E’ buono, è venuto apposta; se qualcuno è più vicino, la sua porta è più stretta, non certo per il gusto di mandarlo fuori, ma proprio perché il Signore ha voluto aver bisogno di collaboratori e a coloro che gli sono più vicini, chiede di essere più uniti a lui, a lui che per primo è passato attraverso la ‘porta stretta della croce.

Tra le meditazioni di un famoso predicatore dei nostri giorni - padre Raniero Cantalamessa – ce ne è una che ritorna frequentemente nelle sue registrazioni: racconta di quando, bambino (oggi ha quasi 80 anni) andava scalzo per le strade del suo paese. Durante la guerra, un proiettile aveva colpito gli isolatori delle linee elettriche e la porcellana di cui erano fatti era andata in frantumi. Nonostante che il papà gli avesse raccomandato di mettersi le scarpe, il bambino aveva continuato ad andare senza, per cui molto presto alcune schegge gli avevo ferito profondamente il piede, All’ospedale, dove il papà lo aveva portato, il medico stava cercando di estrarre i singoli piccoli pezzi, procedendo anche all’incisione della pelle, là dove la scheggia era penetrata più profondamente. Il bambino soffriva molto, ma ancora più di lui soffriva il papà che in un angolo della stanza osservava l’operazione "torcendosi le dita". "Certo –racconta padre Cantalamessa- era colpa mia se soffrivo tanto perché avevo disobbedito, ma accanto a me papà, che mi aveva portato lì in un atto d’amore, si torceva le dita perché non riusciva a sopportare lo spettacolo del mio dolore".

Pare che Dio Padre possa torcersi le dita quasi allo stesso modo, ma… le dita non ce l’ha… e allora Dio ha vissuto la sofferenza mandando suo figlio a vivere la sua passione, per mettere nella divinità la sofferenza e per insegnare a noi attraverso Gesù –redentore e maestro – a passare attraverso la ‘porta stretta’.

S. Agostino al paragrafo 3 del sermone 111 dice che quando il grano è stato raccolto e la spiga denudata, non si distingue la parte buona dalla cattiva in quanto è tutto confuso. Ma il contadino sa bene come fare: mette tutto sull’aia e con il ventilabro fa volare via la pula liberando il grano. Quella pula è proprio la rappresentazione della nostra sofferenza –copre tutto e non si capisce.

La mia malattia, la mia morte, la situazione della mia incomprensione, i miei dubbi, le critiche al mio comportamento: ci sarà pure un ‘perché’ nella mente di Dio. Ma io non lo conosco e mi continuo a chiedere perché. Qualcuno se lo chiede fortemente, soprattutto di fronte ai drammi del mondo, della nostra epoca, all’estrema sofferenza di intere popolazioni che sono costrette a fuggire dalla miseria, dalla privazione dei beni essenziali, di fronte a chi cerca in altri paesi una vita migliore –e sono milioni- e che viene bloccato alle frontiere che non può valicare perché senza passaporto o che cerca di raggirare e magari trova la morte durante il suo viaggio disperato.

Perché tutto questo? Non sappiamo rispondere. Ma se tentiamo di dare delle risposte e ci allontaniamo da Dio, Dio poi viene a rimproverarci: leggete il Libro di Giobbe: verso la fine, agli amici che cercavano di dare spiegazioni con tanti bei ragionamenti viene detto di chiedere scusa al Signore e di offrire sacrifici in riparazione perché avevano ‘osato’ cercare spiegazioni alla sofferenza. Non c’è spiegazione che possa uscire dalla mente umana.

I nostri vescovi nel documento di cui leggo ogni domenica qualche riga dicono che bisogna mettere la persona al centro. E’ come la chiave preziosa per rinnovare un senso missionario e pastorale. Dobbiamo mettere al centro la persona umana che ha in se stessa l’immagine di Dio, la persona umana – che siamo tutti noi ed ognuno di noi - che è l’incaricata di mandare avanti le cose di Dio, le idee di Dio, le creature di Dio.

Persona umana, che come vi ho già detto, è un ‘soggetto’ non un oggetto, capace di scegliere la strada da seguire anche nelle difficoltà e che deve contribuire, insieme alle altre persone umane a formare ‘Chiesa’ proprio continuando a rappresentare la persona del Signore Gesù, secondo un progetto che Dio ha fatto su ciascuno.

Un bel canto composto dal cantautore Claudio Chieffo per il meeting di Rimini di Comunione e Liberazione dell’anno scorso (il suo autore è morto proprio pochi giorni prima dell’inizio del meeting di quest’anno) dice: "Il Signore ha messo un seme nel profondo del mio giardino. Il Signore ha messo un seme all’inizio del mio cammino. Io appena me ne sono accorto sono sceso dal mio balcone e volevo guardare dentro, volevo vedere il seme. Io vorrei che fiorisse il seme (vorrei subito tutto bello, vorrei che nascesse il fiore, vorrei che la vita mi apparisse sempre una cosa bella – e lo è una cosa bella se la so indirizzare bene) io vorrei che nascesse il fiore, ma il tempo del germoglio lo conosce il mio Signore. Io vorrei subito il fiore, ma il tempo del germoglio lo conosce il mio Signore, il quale ha messo un seme nella terra del mio giardino, lui che ha messo un seme nel profondo del mio cammino".

Io questo seme lo chiamo progetto, il progetto che Dio ha su ciascuno di noi e questo progetto passa per una strada sassosa, per una strada difficile: i latini dicevano: "Per aspera ad astra" –attraverso le via aspre, difficili, si arriva agli astri, alle stelle.

Allora tutto questo mi pare che ci inviti a pensare che il Signore sia venuto per tutti. Sì, è venuto per tutti, ma questo è un secondo tema delle letture di oggi, troppo importante per ridurlo a poche righe, così avremo tempo più avanti per svilupparlo meglio, fino alla festa di Cristo Re, quando lo incoroneremo Re di tutta l’umanità, quando lui ci garantirà che tutta l’umanità sarà salva, proprio se noi sapremo percorrere la sua strada, se noi sapremo mettere bene insieme le cose che egli ha messo a nostra disposizione, se noi saremo capaci di coltivare quel germe che lui ha messo in noi.

Per riuscirci è necessario parlare con Lui, è necessario avvicinarci a Lui, è necessario sentire Lui che ci dice: "Tu sei incaricato di fare questo. Fallo bene. Tu sei incaricato di prepararti".

Io sono incaricato di fare scuola: più vado avanti negli anni, più mi chiedono di fare dei lavori nuovi, pazienza (forse non hanno altri a cui rivolgersi…) Io che devo fare? Devo obbedire, ma mi devo preparare, applicandomi con sforzo, cercando di riuscirci –se poi non ce la dovessi fare, lo farò presente. E’ una situazione difficile, per me, anche se o faccio volentieri, comunque è una difficoltà, anche se riconosco che ci sono ben altre difficoltà, ben altre croci, per le quali non è stato neanche chiesto di accettarle o meno.

Allora il Signore ci dice: "Io prendo la croce con te. Io ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a portare oggi la croce. Di qualcuno che la porti avanti nel tempo. Quello io non l’ho ancora fatto".

Ricordiamo S. Paolo che dice: "Sono contento di soffrite a vantaggio della chiesa, a vantaggio vostro perchè così completo quello che manca alla passione di Cristo".

Cosa vuol dire? Vuol dire che Gesù l’oggi non l’ha vissuto; se ne è andato nel 30- 33, sono passati 2000 anni.

E l’oggi? e la situazione del mondo d’oggi? e i confini di oggi e le barriere doganali? e le situazioni di sofferenza degli ospedali? e le torture di chi deve continuare a prendere medicine senza poter morire tranquillamente?

Sono tutte situazioni che Gesù non ha vissuto. Oggi tocca a noi; tocca a noi portare avanti la sua passione per poter dimostrare la presenza di Gesù che ci indica il Padre e ci dice, personalmente a ciascuno di noi: "Camminate per la mia strada, camminate per la vostra strada, realizzate il progetto del Signore che si chiama Padre".

Si torcerà le dita, ma un giorno dirà : "Che bravo, sei venuto in casa mia" e allora il Signore che ha messo il seme della fede, il seme del suo progetto in noi a un certo punto lo farà fiorire, proprio attraverso quella sofferenza, o quella gioia con la quale abbiamo obbedito alla sua chiamata.