23 dicembre 2007
IV DOMENICA AVVENTO A
Is 7,10-14 Rm 1,1-7 Mt 1,18-24
E’ un momento veramente pieno di grazia questo che stiamo vivendo noi cristiani, che davvero crediamo e davvero cerchiamo di mettere in pratica la Parola che ascoltiamo.
E’ in momento pieno di grazia perché, in mezzo a tutto il disordine che c’è nel mondo, in mezzo a tutta la dimenticanza di Dio che troppi cristiani oggi ostentano quasi vergognandosi di dirsi cristiani, noi abbiamo proprio l’occasione di vivere in modo straordinariamente impegnato la nostra fede. Ci troviamo in una situazione un po’simile a quella che stavano vivendo i primi cristiani, nei primi trecento anni di persecuzione. Non tutti riuscivano a testimoniare la loro fede, in mezzo ad un mondo pagano che li derideva e che li condannava ad essere sbranati dalle belve nel circo, od uccisi dai gladiatori, o decapitati… Coloro che ci riuscivano, cioè i martiri – martire significa testimone – erano dichiarati "santi" subito. Non c’era bisogno di processi, e le chiese facevano l’elenco di quei santi. Oggi la situazione è diversa anche se nel mondo i martiri che testimoniano la fede con la vita numericamente sono più di quelli dei primi tempi della Chiesa, anche se la persecuzione è di tipo diverso in mezzo all’indifferenza o all’ostilità di chi li circonda. Oggi possiamo essere certi di inserire nel mondo luce e speranza. Poi verrà la vittoria. I primi cristiani hanno dovuto aspettare trecento anni, prima che si riconoscesse che quei martiri non erano morti invano.
Adesso tocca a noi.
Ricordiamo una piccola frase che Anna Frank aveva lasciato scritta in una pagina del suo diario. "Chissà che questa sofferenza – lei diceva – non serva per portare il Bene nel mondo domani, quando questo male che domina tutto non ci sarà più…". Diceva "chissà", perché lei, ebrea, non conosceva ancora in pieno la Verità anche se parlava così per una grazia di Dio tutta particolare. Ma noi lo sappiamo con certezza che è davvero così. A queste parole noi crediamo.
S. Paolo nella lettera ai Romani dice: Noi, SANTI per vocazione. Siamo "santi per vocazione" perché chiamati e destinati dal Signore a portare questa SANTITA’ che è la presenza di Dio, non solo in noi, ma nel mondo.
Anche oggi vi leggo un piccolo brano della lettera enciclica del Papa sulla Speranza. Nel capitolo 28 cita S. Agostino, che sta dando uno sguardo retrospettivo alla sua vita ed alla sua conversione e dice: "Io, atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato la fuga nella solitudine, per fare penitenza in un monastero. Ma Tu, Signore, me lo hai impedito, e mi hai confortato con la Tua Parola: « Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per Colui che è morto per tutti » (2 Cor 5,15)".
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Cristo è morto PER tutti, aggiunge il Papa. Vivere per Lui significa lasciarsi coinvolgere nel suo « ESSERE PER ». |
« Essere per ». Intitolerei proprio così questa mia meditazione.
Il Signore ci chiama ad ESSERE PER.
Ricordate il fatto di S. Giuseppe? Che terribile situazione vissuta personalmente da lui. Mettiamoci un po’ al suo posto.
"Sposato" già, dai genitori, con Maria, secondo le usanze di quei tempi (allora i giovani venivano "sposati", cioè fidanzati giovanissimi, in attesa di maturare e sposarsi effettivamente), ad un certo punto si accorge che quella ragazzina che avrebbe dovuto diventare sua moglie, Maria, sta diventando madre. Che momento di solitudine e di sgomento per Giuseppe! Che fare? Denunziarla? Per la legge di quel tempo sarebbe stata lapidata. Lui le vuol bene, la vuole sua. Ma lei ha un figlio. Così decide di lasciarla andare… Solitudine terribile di Giuseppe. Ma viene l’angelo e lo riporta alla realtà della sua vocazione. – Tu, Giuseppe, sei uno che deve "VIVERE PER". Lo diceva S. Agostino, S. Paolo, il Papa. Tu, Giuseppe, devi "ESSERE PER". Così gli ha detto l’angelo, anche se con parole diverse. Devi essere un uomo che si mette a disposizione di Dio, a disposizione di Maria, a disposizione del mondo.
« PER »
Così Giuseppe diventa il padre di Gesù, il padre che non lo ha generato ma che lo guiderà e lo accompagnerà, con la madre, nei suoi primi anni di vita. Almeno sino ai dodici anni di Gesù, si è messo a disposizione "per".
E noi?
Se noi aspettiamo Gesù, non aspettiamo quel Gesù che è venuto tra noi almeno duemila anni fa, aspettiamo Gesù che deve venire, OGGI, nel nostro cuore, per renderci più capaci ad "essere per". Forse oggi stesso dobbiamo fare qualcosa, forse qualche pensiero dobbiamo metterlo a disposizione del Signore adesso, forse oggi non ci capiterà niente, ma siamo veramente disponibili "per"?
E’ stato Dio che ha voluto diventare umano proprio per far vedere che Lui è "PER". Avremmo dovuto ascoltare solo parole, se Dio non avesse voluto anche diventare una VITA messa a disposizione PER.
Rileggetevi poi, con calma, la seconda lettura, cominciando però dalle ultime frasi, che S. Paolo indirizza a noi tutti:… Voi, chiamati da Gesù Cristo… amati da Dio e santi per vocazione…
Santi per vocazione, per chiamata. "Chiamata" ad ESSERE PER.
Vi ho già raccontato tempo fa un fatto reale, accaduto nell’Olimpiade di Seattle, dove si cimentavano, in varie attività sportive, alcuni in carrozzella, altri in piedi, giovani impediti fisicamente ma ugualmente desiderosi di vivere una vita sportiva, di gareggiare, di fare al massimo ciò che era nelle loro possibilità.
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A Seattle si sta svolgendo la gara di corsa. Più o meno faticosamente tutti gareggiano. Ad un tratto, qualcuno si accorge che una ragazzina del gruppo è caduta. Senza pensarci su, tutti si fermano, tornano indietro, l’aiutano a rialzarsi. Tutti insieme poi riprendono la corsa, ma allineati, alla pari, senza più gareggiare. Per poter vincere tutti insieme. |
Sentono che è molto più importante vincere il proprio egoismo che non vincere la propria gara.
Siamo quasi a Natale. Vi racconto un’altra storia che può aiutarci ad essere buoni, ad essere "per".
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C’è un ragazzino che in seguito ad una grave malattia ed alle cure seguite ha perso tutti i capelli. Sembra guarito e sta per ritornare a scuola. Ha vergogna di entrare in classe con quel grosso berretto che gli copre la testa. Ha vergogna di mostrarsi diverso. Il papà lo incoraggia. Entra in classe. I compagni ci sono già tutti, tutti al loro posto. Lo accolgono con grida festanti. Ma che strano. Tutti i bambini, maschi e femmine, hanno la testa coperta da berretti o da fazzoletti. Intimidito, avanza nella classe. Con imbarazzo si toglie il cappello. Ma che succede? Anche i compagni tolgono il copricapo e tutti… hanno la testa rasata. Tutti insieme. Tutti uguali. |
Siamo capaci a sentire non con la testa, non con le gambe, non con la gara, ma con il cuore?
Siamo capaci a metterci d’accordo con gli altri, a capire, a imitare, a invitare a fare il bene, a suggerire coraggio e speranza, a guardare con occhio buono non il fisico, ma il cuore della gente? Il Signore ci chiama ad essere capaci a ragionare così. A trovare il bene che c’è negli altri. A essere disponibili. A essere cristiani che portano Gesù Cristo perché anche oggi sia anche Lui, con noi, PER. PER fare il bene agli altri.