20 gennaio 2008
II Domenica del Tempo Ordinario A
Is 49,3.5-6 1Cor 1,11-3 Gv 1,29-34
COSTRUTTORI DELLA PRESENZA VISIBILE DI GESÙ
Gesù era presente visibile 2000 anni fa. Gesù se ne è andato e ci ha lasciato l’incarico di continuare la sua presenza in due modi:
Due modi: uno reale, l’altro ideale, parlando –la Parola di Gesù ripetuta oggi, letta oggi nel vangelo fa sì che Lui sia presente anche nella nostra immaginazione vedendolo che si muove, che parla,che accoglie, che dona. La sua presenza continua soprattutto però impegnandoci ad essere noi i costruttori della sua presenza visibile.
Come facciamo noi, poveretti? Ce la facciamo? Ci sentiamo incapaci, pensiamo alle nostre dimenticanze, alla nostra piccolezza, alla nostra indegnità, sapendo di non essere il Cristo Gesù. Però Gesù ci dice: "Lo sei!" Perché? Perché Lui ci manda il suo spirito, lo Spirito santo.
Nel brano di vangelo di oggi Giovanni dice: "Colui che mi ha mandato mi ha detto: Vedrai scendere lo Spirito su di lui".
Colui che mi ha mandato –importante questa frase, perché è stato mandato. Isaia ci diceva nella prima lettura: "Lui stesso, Gesù, è stato mandato". E’ venuto perché è stato mandato. Dio ha voluto che si scegliesse un’umanità –l’umanità che poteva dargli Maria- e fosse quella l’umanità attraverso la sua voce, attraverso il suo sangue che è uscito dalle ferite dalle mani, del costato, attraverso la sua fatica.
Uno dei primi grandi predicatori –Ireneo-, dice –lo trovo nel mio libro della Liturgia delle Ore nel giorno di Pentecoste- "La pioggia che scende su un campo inaridito bagna le zolle staccate l’una dall’altra. Se nelle fessure delle zolle c’è qualche seme, la pioggia che ha inumidito quelle zolle e le ha fatte stringere tra loro, non fa soffocare il seme, tutt’altro, quella pioggia ha reso feconde le zolle e il seme germoglia. Sempre Ireneo, nella stessa pagina. dice: una donna che fa il pane, mette sul tavolo la farina –tanti granuli piccolissimi che volano. Però quando versa dell’acqua, quell’umido impasta e le mani della donna lavorano così che l’acqua e la farina diventano una cosa sola –tanti granuli separati si trovano in un unico impasto. Ebbene, è come lo Spirito santo che scende in noi e ci impasta, ci trasforma in Cristo Gesù. Si chiama unità, si chiama carità –carità che non è solo fare un atto buono, ma che è il nostro modo di vivere l’amore di Gesù Cristo, reale, oggi.
E’ così che si fa la costruzione di Gesù Cristo : non sono io che la faccio; è Lui che mi lega alla sua Chiesa.
Allora mi viene da dire: ma quanti siamo? Nell’ingresso della nostra preghiera oggi abbiamo detto "Tutta la terra", cioè tutta l’umanità: però tutta l’umanità non se ne rende conto, non lo sa ancora, non riesce a capirlo.
Quanti siamo che lo capiamo? Tra quelli che lo capiscono, quanti sono quelli che lo vogliono?
Volete dei numeri? Guardate che i numeri non sono molto importanti: per Dio i numeri non ci sono; Dio non sa contare. Io conto perché la mia mente è fatta ‘a pezzetti’ perché io ho bisogno di ‘misurare’ le cose, lo spazio, il tempo. Dio è fuori dello spazio, del tempo. I numeri nostri ci dicono che forse siamo un miliardo di cattolici, forse un miliardo e sei-settecento se ci mettiamo insieme tutti i vari cristiani che credono in Gesù, nel Padre, nel Figlio di Dio. Molti. Di questi molti, quanti sono quelli cercano ogni domenica di rinfrescare la propria fede, di mettersi insieme a quanti credono cercando di aiutarsi reciprocamente –noi qui presenti? Siamo, a Genova, il 12 per cento –su cento 12, su mille 120, su diecimila, più o meno il numero della nostra parrocchia, 1200.
Lasciamo stare i numeri. Insieme noi formiamo un nucleo. Ma fra tutti qurlli che formano questo nucleo, quanti sono quelli ‘attivi’? Quelli che dicono "Io faccio questo" : Io faccio la mia predica. E tu? Io la scrivo, io la leggo, io ne parlo con gli altri, io scopo la chiesa, io in famiglia parlo sempre di Gesù ai miei figli, io prego insieme al mio coniuge, io mi unisco ai miei vicini di casa…Sono ‘persone impegnate’. Lo siamo tutti? I numeri non servono, ve l’ho detto, però siamo coloro che costruiscono, oppure vorrebbero trovare l’occasione, il modo, per costruire.
Kierkegaard –il filosofo cristiano che ha cercato di applicare le cose in un modo esistenziale, teologia e filosofia mescolate insieme, prendendo lo spunto dal motto benedettino "Ora et labora", dice: ‘ora’ vuol dire prega; ‘labora’ vuol dire soffri, impegnati, lavorando anche; ma labora non è soltanto lavora, perché si può lavorare per tanti motivi, per fare bella figura, per guadagnare lo stipendio, per fare carriera, oppure per servire, per essere utili al mondo, per portare Cristo, magari tacendo. Kierkegaard dice: Cristo ha creato l’essere umano –Adamo, Eva- perché fosse colui che realizza l’ ora –prega, loda Dio. Adamo l’ha fatto, chissà, forse per un anno, per cento, per mille –chissà per quanto tempo l’umanità è stata fedele a Dio- Poi c’è stata la capacità di peccare ed è cessato l’ora –separazione da Dio. Dio è intervenuto ed ha detto: "ora mettiti a lavorare soffrendo" – fin dall’inizio aveva ricevuto l’impegno di lavorare, di costruire qualcosa- adesso però lo avrebbe fatto soffrendo, caricando di sudore il suo lavoro. Prima c’era solo ‘ora’; poi ‘labora’;–il ‘labora’ è durato per secoli, per millenni; infine è venuto Gesù Cristo ed ha insegnato : "Ora et labora". Falle tutte e due le cose" Come? Come faccio io: innestati in me e allora porti frutto".
Capite quello che siamo incaricati di fare? Non importa se siamo pochi o molti. Siamo incaricati di fare, incaricati di portare nel mondo la sua presenza; incaricati di portare nel mondo l’incarico che è stato il motivo per cui prima Dio ha creato l’umanità e poi Gesù è venuto portando la sua divinità dentro di noi,
Domenica scorsa vi dicevo che Gesù è la ‘pasqua personale’. Lo dico anche oggi: Lui ha segnato il passaggio dalla semplice umanità alla divinità: Lui è risorto ed è tutto divino mantenendo però nell’eternità la sua capacità umana. Adesso tocca a noi essere ‘pasqua personale’, portando la presenza del Signore nella nostra vita, con le nostre mani, con la nostra voce, con la nostre capacità, nonostante i nostri difetti, senza scoraggiarci.
La Chiesa oggi è questo. Qualcuno degli antichi predicatori della Chiesa diceva: "La Chiesa è una peccatrice santa" Peccatrice perché tutti noi ci mettiamo il nostro peccato, la nostra debolezza, ma santa perché tutti portiamo la presenza di Gesù e vogliamo estendere visibilmente la presenza del Signore.
Tocca a me. Tocca a te. Tocca a tutti noi.