2 marzo 2008
IV DOMENICA DI QUARESIMA A
Sam16,1.4.6-7.10-13 Ef 5,8-14 Gv 9,1-41
LUCE
Per toccare il Signore dobbiamo cercarlo, incontrarlo, trovarlo. Dobbiamo lasciare che Egli tocchi gli occhi del nostro cuore per farci uscire dal buio. Perché è la LUCE.Mi richiamo al lungo brano di Vangelo appena letto per chiedermi: Ma noi sappiamo fare come quella persona che è stata guarita dalla sua cecità?
Questa pagina è tutta un processo. Il cieco viene processato prima dalla gente, poi dai farisei. Quante volte, avete sentito, a chi gli fa domande ripete: Mi ha toccato con il fango, mi sono lavato, sono tornato che ci vedevo.
Alla fine il processo mi sembra che se lo faccia anche da se stesso.
- E’ un profeta – egli dice, ma non sa come spiegarselo. Era cieco negli occhi, non conosceva affatto Gesù, ma da quando lo ha incontrato, da quando ha ricevuto quel grosso beneficio, ci pensa, cerca di conoscere. – Se fosse contro Dio queste cose non le potrebbe fare…
Ma come è difficile capire. Viene messo in crisi, è come se il fango ce lo avesse di nuovo addosso… finché non incontra Gesù. Con Gesù viene fuori chiara la spiegazione. Subito è ancora perplesso: - Ma chi è questo "figlio dell’uomo", chi è questo Messia cui devo credere? – SONO IO – dice Gesù e subito lui crede.
In quel processo quell’uomo era stato martoriato, graffiato, lasciatemi dire una parola efficace, "arato", come si ara la terra prima di metterci il seme. Così quel seme che Gesù mette quando dice – SONO IO –, viene accolto prontamente. Sarà stata la sofferenza del processo, sarà stata la sofferenza della cecità, ma la terra ben lavorata ad un certo punto accoglie bene il Signore. Quell’uomo ha ricevuto la luce negli occhi, ma soprattutto la luce interiore, ha capito: CREDO, SIGNORE!
Lo chiama anche "SIGNORE". A quei tempi, "Signore", non era ancora un termine religioso, voleva dire "grande" "potente" e Gesù si era dimostrato davvero grande e potente con lui. Il cieco lo aveva detto anche prima, nel processo, ai farisei: Da che è mondo e mondo non si è mai sentito dire che un cieco nato, per virtù di un lavaggio ci veda di nuovo.
E’ una situazione speciale, questa. Non è tanto importante il miracolo degli occhi. E’ importante il fatto che proprio attraverso le difficoltà, ma nella ricerca, si può incontrare il Signore. Non solo si può incontrare Dio, in maniera astratta, ma proprio il Signore Gesù che si è fatto umano, che ci capisce, che ha vissuto le nostre situazioni, che si è avvicinato a noi.
Nell’anima quell’uomo ha capito che al Signore Gesù bisogna dare la propria confidenza. CREDO, SIGNORE! Si prostra davanti a lui.
Conosco un uomo, vissuto secoli e secoli fa, il suo nome lo conoscete anche voi. E’ un uomo importante, è S. Agostino, l’autore, tra l’altro, delle "Confessioni". In questo libro egli parla di se stesso, della sua conversione e della luce che ha illuminato le sue tenebre. "Confessa" non i suoi peccati, ma la fede trovata.
La sua era sempre stata una ricerca della Verità, ma intellettuale e non finalizzata. Ad un certo punto, dopo aver ascoltato Ambrogio, vescovo d Milano, inizia a conoscere il Signore e capisce che deve abbandonare il suo scetticismo, la sua passione disordinata, la sua ambizione. Deve mettersi nelle mani di Gesù.
Così cerca non tanto di pensare quanto di "toccare il Signore", mettendosi a pregare ed andando a cercare direttamente nel Vangelo quella Parola che aveva sentito predicare. Così ascolta il Signore nella predicazione, lo esperimenta nella sua Parola, lo contatta nella solitudine. Ad un certo punto non può far altro che dire: CREDO, SIGNORE! A trentatre anni, giovanissimo, grande professore nella scuola imperiale di Milano, accetta di essere battezzato.
Qualche anno dopo inizia a parlare di sé nelle Confessioni.
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"Tardi, Signore, io ti ho amato – egli scrive. Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova. Eri dentro di me ed io stavo fuori. Ti cercavo qui gettandomi deforme sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io ero lontano da te. Mi tenevano lontano da te le creature che, se non esistessero in te, non esisterebbero per niente. Tu mi hai chiamato. Il tuo grido ha vinto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, la tua luce ha guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio della tua pace. |
C’è una specie di scala. Mi piace presentarvi l’esempio della scala perché per me la conoscenza di Dio è sempre al vertice di una scala. Anche per Agostino prima ci sono tante creature, tante occasioni, cose e persone che gli parlano di Dio, ma, ad un certo punto Dio lo incontra personalmente, non ragionandoci su, non cercandolo nei libri come aveva fatto prima, non ascoltandolo nella bella predicazione, non mettendosi più a tavolino.
Direttamente con l’esperienza ha scoperto chi è veramente Dio. Ha trovato la LUCE e da allora continua a riversare sugli altri quella LUCE.
Chi ha trovato la LUCE ha il preciso dovere di portarla agli altri.
Giuseppe Luzzati, intellettuale cattolico che alcuni decenni or sono ha scritto vari libri di spiritualità laicale, quando parla di questo "dovere" di PORTARE LUCE ha accenti molto vibranti. Siamo FIGLI della LUCE – egli dice (l’abbiamo sentito anche oggi, nella lettura di S. Paolo) e dobbiamo vivere da "figli della luce", aiutandoci a vicenda a crescere e vivere nella LUCE e facendoci aiutare: c’è il Padre Spirituale che può farlo, c’è il confessore periodico che ci dirige, c’è l’amicizia spirituale che può allargare i nostri orizzonti, c’è la guida di chi ci conosce bene…
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Se noi siamo cristiani – egli esorta – se noi abbiamo ricevuto la luce, dobbiamo coltivarla anche in mezzo alle difficoltà, dobbiamo essere capaci a diffonderla. Dio non è uno che vuol star nascosto nel cuore. |
Lo scetticismo, il brontolio, la negazione, la fuga, sono i peccati di oggi. Dobbiamo togliere il fango dagli occhi degli altri, non buttarcelo. Dobbiamo fare attenzione che la nostra lampada faccia luce, perché, se la lasciamo spegnere, non ci vediamo più noi e neppure permettiamo che gli altri abbiano luce da noi.
Termino con un piccolo apologo - non ricordo dove l’ho sentito – che può far pensare aiutandoci con la fantasia…
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Un cieco riceve in dono da un amico una lampada, con candela e strumenti per la sua accensione . – Cosa mi serve, se non ci vedo? - Di notte, se esci, la sua luce permetterà agli altri di vederti, e aiuterà gli altri a vederti. Così il cieco, ogni volta che esce, accende la sua lampada ed è tranquillo. Una notte però, viene urtato violentemente da qualcuno che quasi lo butta a terra. Si risente. – Ma non mi hai visto?
Non se ne era accorto. |
Teniamola accesa, la nostra lampada. Alimentiamola. Non lasciamola spegnere. Porta luce anche agli occhi degli altri.