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20 aprile 2008
V DOMENICA DI PASQUA A
At 6,1-7 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12

FIGLI E FRATELLI

In queste frasi di Gesù che sono piccole parti del lungo discorso della cena c’è sempre il riassunto di tutto il vangelo; tanto è vero che dopo il discorso della cena che in Giovanni rappresenta una grandissima parte del suo vangelo, Giovanni non ha più sentito il bisogno di raccontare la Pentecoste, perché Gesù aveva già detto che ‘viene lo Spirito Santo’, né l’Ascensione al cielo, perché Gesù aveva già detto: ‘dopo risorgerò e andrò a prepararvi un posto’.

Aveva anche spiegato ‘perché’ se ne sarebbe andato: dopo la risurrezione avrebbe potuto rimanere, rendendo la religione cristiana vivacissima – immaginiamo che nelle nostre chiese ogni tanto il vescovo invece di ricevere il papa avrebbe potuto ricevere Gesù…-

Non è stato così - ce lo aveva spiegato S.Pietro nella seconda lettura - perché Gesù l’incarico lo ha voluto passare ai suoi fedeli, che siamo anche noi.

Così, anche noi –ciascuno di noi- siamo una piccola parte del volto di Gesù, siamo pietre vive che servono per costruire il grande tempio che è Gesù, che è venuto sulla terra per dare lode al Padre ed ora tocca a noi!

Come lui è Figlio, così noi siamo figli innestati in lui che è venuto per farci fratelli suoi e se ci sono tanti fratelli - tutti in lui con lo stesso Padre - evidentemente anche noi siamo figli.

Che bella costruzione è questa: sembra un ragionamento, ma non lo è; è una semplice constatazione. Ogni pagina di vangelo ci parla del Padre: la prima volta che il vangelo riporta le prime parole di Gesù, Gesù ha 12 anni ed è nel tempio ad ‘interrogare e rispondere’ ai dottori della legge ed a Maria e Giuseppe che lo cercavano risponde: "Non sapevate che dovevo interessarmi delle cose del Padre mio?" La sua mente di ragazzino non era ancora sufficientemente preparata per la predicazione, perciò indaga, ricerca e mentre ricerca quel poco che trova lo dice ai dottori della legge, ai teologi del tempo. Qualcosa riusciva ad intuire, bastava leggere bene l’Antico Testamento e qualcosa gli altri gli dovevano spiegare. Luca, nel raccontarci questo dice che ‘Interrogava e rispondeva’.

Sapete qual è l’ultima Parola che dice quando è sulla croce? "Perché Padre mi hai abbandonato?"

Inizia con il nome del Padre, finisce con il nome del Padre: un momento, un momento triste.. Due momenti comunque forti: il Padre apre, il Padre chiude la sua esistenza terrena. Ci saranno altre parole dopo la risurrezione, ma allora si presenterà come il Risorto, e non più con la nostra debolezza, con la nostra stanchezza, con le nostre ansie. Allora ci sarà l’assoluta certezza.

Se noi siamo tutti pietre vive, bisogna che questa vita la manifestiamo costruendo questo regno di Dio, questo tempio, questa famiglia. Come?

Ricordate la prima lettura? C’era da fare qualcosa e i dodici chiedono aiuto a sette personaggi importanti – i sette diaconi-

Oggi nella chiesa ci sono i diaconi, siamo arrivati a 23 –gli ultimi tre sono stati ordinati la settimana scorsa- ma dovranno arrivare ad essere tanti quanti i preti, o forse anche di più. Oltre i diaconi ci sono tutti i ministri. Oggi ci sono ancora i ‘ministri dell’eucarestia straordinari’ ma dovranno diventare molti di più perché il Concilio 43 anni fa l’ha detto: Ci siano dei ministeri, dei servizi. Oggi ci sono ‘di fatto’: servizi dell’accoglienza, della visita ai malati, dei lettori, dei catechisti, ma ufficialmente quasi non esistono. Bisogna che ci sia qualcuno che si impegni veramente al servizio della custodia delle chiese, della guida della preghiera, dell’insegnamento catechistico agli adulti. Sembra che i preti siano quelli che comandano tutto. No! I preti sono quelli che dovrebbero riunire la comunità, studiare le pagine della Scrittura e sottolineare le parole più importanti. Dovrebbero aver tempo per far questo, mentre sono impegnati in altre attività che potrebbero essere svolte da altri ministri.

E’ importante però che tutti, tutti, si sentano veramente impegnati per fare famiglia perché Dio è Padre e perché noi siamo figli.

La prima volta che nella chiesa ci risulti ci sia stato un dissenso fu nella città di Corinto: alcuni giovani avevano detto agli anziani – i presbiteri (i preti)- "Andate via perché noi sappiamo fare meglio di voi" e li avevano allontanati con la forza. A Roma papa Clemente, appena avutone conoscenza, ha scritto una lettera –la prima lettera enciclica che il papa di Roma ha scritto ad una chiesa- e in questa lettera ha parlato sempre del Padre, ritenendo importante, proprio nel momento della ribellione di qualcuno, affermare che nessuno ha il diritto di allontanare qualcun altro dalla famiglia. Da qui l’esortazione a mettersi d’accordo, a ragionare, ad abbandonare la violenza insistendo: "Il debole rispetti il forte; il ricco soccorra il povero; il povero lodi Dio per l’aiuto"

Nel capitolo 36 di questa lunga lettera si mette in evidenza che tutti i figli dell’unico Padre devono mettersi all’opera per fare qualcosa, senza sopraffazione, senza prepotenza, ma come un grande atto di ringraziamento a Dio, in risposta a Gesù che aveva detto: "La vostra famiglia deve essere una famiglia in cammino. Poi sarà tutto perfetto. Io vado a preparavi un posto".

Mi piace che ci siano gli apostoli curiosi che chiedano come faranno: "Mostraci il Padre. Come sappiamo qual è la strada?"

La risposta è: "Se pensi a quello che ho fatto io, lo devi fare anche tu"

Ci sembra un’esagerazione, ma lo dice a ciascuno di noi, tanto è vero che Pietro nella seconda lettura ci diceva: "Noi siamo sacerdoti, siamo popolo sacerdotale. Abbiamo il compito di pregare. Tutti. Poi qualcuno guiderà il sacerdozio degli altri."

Qualcuno nella chiesa moderna ci deve essere ancora perché se noi dobbiamo pensare al mondo, dobbiamo aiutare il mondo a vivere in pace –ascoltiamo le parole del papa che sta dicendo ai grandi del mondo usando sempre le parole ‘fraternità’ ‘servizio’ ‘carità, ‘aiuto reciproco’, ‘costruzione della persona umana’ ‘diritti umani’.

Ognuno pensi non solo a compiere bene il suo servizio, ma ad aiutare anche gli altri a compierlo bene e ad aiutare anche altri a non compierlo male, sapendo di mettersi al servizio come si fa fra fratelli.

Cerchiamo di esserlo pensando che un giorno ci sarà il paradiso, pensando che quelli che sono già là ci aspettano.

Ricordo uno dei racconti del libretto del catechismo di Guareschi: Un vecchietto vede sul campanile una statua che rappresenta un angelo. La vuole dorare per renderla più bella e brillante. La fa tirare giù e la statua viene messa provvisoriamente in chiesa, così scoprono che è una statua del 1200, per cui è sprecata rimetterla sul tetto dopo la doratura e sul tetto va a finire una sua copia. Ma don Camillo e il sindaco Peppone dicono: "Perché la statua autentica deve stare in chiesa se è stata fatta a suo tempo per stare sul tetto?. Rimettiamola al suo posto, così l’amico Bastini –il vecchietto che l’aveva voluta dorare- quando sarà in paradiso la vedrà brillare ai raggi del sole e potrà così riconoscere da lassù dov’è il suo paese". E così fanno. Alla sera della festa, finita l’inaugurazione, Peppone sta per entrare nella sua casa, si volta, guarda la statua vicino al campanile e dice "Compagno angelo, salute!"

Una storiella che mi dice: qualcuno dal paradiso vuol vedere il suo paese, ma mi pare che sia bello anche dal nostro paese voler dare uno sguardo al paradiso per dire "Signore, aiutaci tu a risplendere per potere veramente ricordare al mondo che tu sei Padre e che da Padre ci assisti e ci guardi con amore, sempre".