PRECEDENTE  LE OMELIE DI DON GIUSEPPE CAVALLI  SEGUENTE

18 maggio 2008
SANTISSIMA TRINITÀ A
Es 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

Omelia della FESTA DELLA TRINITÀ in S. Erasmo - 18/5/2008

Spesso, nella liturgia, ascoltiamo un saluto di Paolo apostolo:

"Grazia… amore… comunione", saluto preso dalla Sacra Scrittura che traduciamo in saluto dello Spirito, del Padre e di Gesù Cristo. Ciò che preso dalla Sacra Scrittura si sviluppa, si cerca di adattare alla situazione di oggi. Non la Parola, ma la sua spiegazione si adatta all’oggi. Regole cristiane, sempre basate sulla Sacra Scrittura, perché in essa noi troviamo ciò che Gesù ha insegnato ed è stato riferito nei vangeli o nell’insegnamento degli apostoli. Ma perché è così importante la Sacra Scrittura?

C’è una frase di uno dei più autorevoli predicatori dei primi tempi del cristianesimo, San Gregorio Magno, che ripetutamente dichiara: "La Parola cresce con chi, nello Spirito, la legge, cum legentium spiritu". La parola di Gesù, opera dello Spirito Santo, in modo vivo, aumenta la sua chiarezza quanto più, con fede, la si legge, assorbendo la vitalità dello stesso Spirito.

Ciascuno di noi, essendo abitato dallo Spirito Santo, lo ospita perché accresca la sua influenza nel rendere chiara proprio la Parola. Noi ci troveremo a godere maggiormente del respiro di Dio, quanto più avremo accolto e scrutato la sua Parola. La principale crescita di questa Parola, in noi, sarà lo sviluppo della stessa presenza del Signore.

A Dio si può arrivare sia pensando alle creature, sia pensando a noi stessi.

* Le creature ci parlano con la loro attrazione, quando in esse si trova una certa difficoltà, perché sembrano aperte all’infinito; ciò deriva dal fatto che è lo stesso INFINITO che le ha poste in essere e continua ad attirarle affinché universo e microcosmo, scientificamente, ci facciano sentire la sua necessità.

* Pensando a noi stessi sentiamo sempre più urgente il bisogno dell’Altro o del tutto Alto; il bisogno di sentire il contatto con quanto ci supera completamente, dato che ci si esperimenta incapaci di risolvere il nostro problema dell’esistere.

Qualcuno parla di dubbio, mentre io preferisco parlare di problema. Chi sa porsi problemi è persona che pensa e cerca soluzioni con la propria mente o con la fiducia in altri, sviluppando intelligenza e vitalità al servizio della propria esistenza.

Chi si pone un problema è persona che vuole una risposta, forse con una soluzione provvisoria, ma sempre alla ricerca di soddisfazioni, perché la ragione umana è orientata a capire. Non si arriverà mai ad una soddisfazione completa perché si tende ad un infinito che mentre dona gioia e pace, c’invita a cercare ancora.

La parola di Dio ci parlerà proprio di un Dio che ci chiama ad un continuo avvicinamento a Lui.

Il Papa, nell’ultima sua enciclica – SALVATI NELLA SPERANZA – cita Platone, il quale afferma che coloro che agirono onestamente, liberandosi da tutta la bruttura del loro essere, saranno trasferiti nelle Isole dei beati.

Queste immaginazioni, frutto di ricerche umane, hanno ricevuto conferma e miglioramento dalla stessa Parola di Dio che ci presenta la sua eternità, aperta a noi umani. Gesù, infatti, nella Cena ci dice che siamo suoi amici per il fatto che a noi ha rivelato le cose segrete del Padre, presso il quale egli va a preparare un posto per gli amici.

Le cose del Padre, rivelate nel vangelo agli amici, sono proprio il piano del Padre che amorevolmente progetta salvezza per tutta l’umanità, attorno alla quale sarà salva la creazione tutta, perché l’essere umano è composto anche di corpo, di spazio, di materia, di cosmo ordinato attorno all’uomo.

Gesù ci rivela questa Mente che progetta amorosamente il bene della sua famiglia, per cui egli lo ha sempre chiamato Padre, Lui Figlio che si è circondato di noi, a nostra volta suoi fratelli e quindi chiamati figli del Padre.

Paolo fu colpito da tali rivelazioni al punto di chiedersi se valesse la pena di continuare ad operare in terra al servizio della Chiesa, oppure se fosse possibile chiedere di andare subito da Lui. (Filippesi 1,23) In altra pagina si sente già afferrato da Dio e vuole correre per raggiungerlo ed afferrarlo. (Filippesi 3,12) Altrove afferma ancora: "Non vivo più io ma Cristo vive in me". (Galati 3,20)

Parla della Parola che lo ha afferrato e lo aiuta a capire, anche se gli lascia l’ansia di correre verso l’infinito. Con la mente si può inseguire questa idea di Dio, senza riuscire ad afferrarne o comprenderne la totalità.

Se oggi scoppiasse un temporale ed io uscissi con un bicchiere per fare mio il temporale, dopo pochi minuti raccoglierei acqua per dissetarmi ma il temporale, pur avvicinato non sarebbe certamente afferrato tutto da me. Con le mie capacità potrei solo cogliere in piccola porzione ciò che mi riguarda, pur essendo immerso in ciò che cerco e che afferro e che, di fatto, a sua volta avvolge me.

Così avviene della relazione con il Dio che ci abita, che ci parla e che, se vogliamo coglierlo, ci respira dentro per darci la presenza del suo Spirito.

Ecco come Dio diventa nostro, solo se lo cerchiamo, solo se ci avviamo verso l’infinito, solo se lo vogliamo avvicinare con volontà di bene, oltre che con un poco d’intelletto, ma intelletto d’amore più che freddo raziocinio.

C’è un Dio che ama, una Mente che progetta il bene della famiglia, c’è una sua manifestazione che è il Figlio e che viene a noi per proporci il da fare. C’è da seguirlo nell’itinerario verso la casa del Padre, arrivando in noi il suo stesso Spirito, che in noi respira per farci realizzare, un poco comprendendo ed un poco gustando, quello che Lui ci ha presentato.

Questa Parola cresce ed il raggio di luce s’infiltra nella nostra nebbia, mentre facciamo passi per avvicinarci progressivamente a chi ancora ci è proposto. Per avere più chiaro quanto meglio sentiamo, anche soffrendo per possedere una certezza sempre più ci si sente incapaci, indegni ed insoddisfatti, benché gioiosamente sicuri.

La rivelazione della TRINITA’ non ci è stata data per contemplare un quadro, ma per farci sentire partecipi di un problema che sarà risolto solo con l’incontro definitivo, non dalle parole ma dalla Presenza. Signore, noi siamo in cammino con Te. Sii nostro amico nel viaggio e mostrati, già ora, meta sicura.