LE OMELIE
DI DON GIUSEPPE CAVALLI
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3 agosto 2008
XVIII Domenica del Tempo Ordinario A
Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt
14,13-21
LIBERI O MAFIOSI?
... Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila... senza contare le donne..La mentalità del tempo non teneva conto delle donne, perciò neanche la letteratura degli evangelisti poteva esprimersi in modo diverso. Per Gesù invece esse erano molto importanti, come dimostra il fatto che una donna è ben messa in evidenza come madre del Salvatore, le donne sono le prime incaricate di portare l’annunzio della risurrezione e per di più proprio ai dodici apostoli, mentre due donne Marta e Maria, col fratello Lazzaro formano la piccola cerchia dei laici amici personali di Cristo; mentre ancora donne costituiscono la piccola schiera che provvede all’annona dei tredici predicatori, compreso il Signore. Non mi fermerò sul testo del vangelo perché in questo periodo vorrei sempre meditare le Parole di Paolo, di cui celebriamo il duemillesimo anno dalla nascita.
*Niente ci separerà dall’amore di Cristo, Paolo afferma e cita sentimenti intimi e situazioni esterne, tra cui anche la fame. Certo tra quei Cinquemila molti avevano fame e Gesù a loro provvede, non so se creando pane o cambiando in cuori generosi gente dal cuore prima chiuso e tirchio, miracolo che certo sarebbe molto maggiore della semplice provvista di pane. In effetti, se alla fine ci sono le ceste - ovvero le borse per provviste di quel tempo - dovevano pur esserci state abbondanti provviste sparse tra la folla.
Certamente, quando tutti furono saziati, il cuore di ognuno doveva esultare, non solo per aver ricevuto il necessario per saziare gli stimoli della fame, ma soprattutto per aver ricevuto la forte garanzia che, seguendo il Cristo, si può avere il conforto della bontà e della sicurezza tra gli esseri umani religiosi.
*Ritornando a S. Paolo che afferma come nulla ci può separare dall’amore del Signore, vediamo che, come in tutta la lettera ai Romani, qui in particolare si presenta l’elogio e l’esortazione alla speranza, mentre nella vita ci sono situazioni dure, pericoli, persecuzioni, spada e frequenti incertezze, che fanno paura. Gli antichi dicevano, con notevole senso d’ottimismo: finché non spiro spero.
Per noi non è soltanto un certo ottimismo, ma la certezza basata sulla promessa divina, anzi la certezza basata addirittura sulla presenza attiva dello Spirito Santo che è in noi per renderci sempre più simili a quell’immagine di Dio per la quale siamo stati creati e chiamati per restaurare quella somiglianza che il Creatore voleva realizzare creando l’uomo. Quando in Adamo e nel seguito degli avvenimenti della vita di ognuno, l’umanità ha perduto il richiamo al compito di fare le cose di Dio, allora Dio stesso si è assunto quel compito prendendo un corpo ed un volto come il nostro per esserci vicino e per indicarci una strada possibile. «Come faccio io, così fate anche voi». Lo ha detto per far capire esseri umani possono fare le opere di Dio, anche i miracoli, anche più di lui; egli, infatti, ha operato per tre anni e solo in Palestina, mentre noi, in solidarietà possiamo continuare per secoli e in tutto il mondo, dato che nessuno deve fare tutto. Ognuno, nel Corpo di Cristo deve fare la sua parte fino a completare lo scopo dell’Incarnazione. Ovviamente se operiamo il male, egoisticamente, ponendo come fine solo la nostra persona, perdiamo tempo.
Il Signore non c’impedisce di fare il nostro interesse, però ci ricorda che il nostro massimo interesse è proprio quello di valorizzare al massimo le nostre opere realizzandole in lui e per lui, in unione al suo massimo sacrificio, conclusione di tutta la sua opera di salvezza.
Nel salotto di un amico si trova appeso al muro un sottile ramo selvatico, ben in evidenza tra le cose appariscenti del salotto.
Quasi come diario ci viene presentato un bimbo che faceva lunghe passeggiate insieme al nonno, quando all’anziano, cardiopatico, chiedevano il piacere di portare a passeggio il nipotino, ed al piccolo suggerivano di fare compagnia al nonno a passeggio, nel parco, anche al freddo, presso un profondo laghetto che gelava d’inverno. Un giorno il piccolo corre improvvisamente a fare scivoloni sul ghiaccio; la superficie si spacca e il bimbo, urlando, scivola verso il centro profondo. Il nonno, commosso, più del nipote, spacca un sottile ramo da un albero e l’allunga al piccolo che, afferratolo, risale il bordo e arrampicandosi si pone in salvo. Soccorso il piccolo e confortato al caldo di casa il nonno si sente male e a letto nella notte muore. Al mattino il piccolo, appena saputa la disgrazia dovuta all’emozione ed allo sforzo per salvarlo, corre al laghetto, ritrova il provvidenziale ramo e lo pone fra i giocattoli e poi tra le cose da esporre. Bontà e debolezze restano ben rappresentate dal legno.
Il legno memorandum l’abbiamo tutti, credo, anche ben esposto nella mente e tra le cose evidenti della nostra abitazione, oltre che nel cuore: è la croce col Crocefisso.
Ireneo, il grande Padre della Chiesa che spesso vi cito come iniziatore di un’opera di sistemazione del pensiero tratto dalle Sacre Scritture, c’esprime proprio questo concetto: come Adamo ha rovinato il progetto del Creatore, così Gesù Cristo ha iniziato a riparare per ridare all’umanità la possibilità di riprodurre nel mondo l’amore di Dio nella sua immagine.
*Oggi il diffuso stile mafioso ci tenta nel cercare raccomandazioni o nel tentare di superare le difficoltà scavalcando, anche in cose piccole, il nostro prossimo. Non è giusto umanamente, ma è ancor più scorretto per cristiani, chiamati alla carità ad imitazione del Dio che è amore.
*Dovremmo riuscire veramente a superare tutto dicendo sempre, nelle nostre tentazioni e nelle nostre difficoltà, che al primo posto c’è Lui.
Gesù, quando predicava, sapeva anche far in modo che la gente avesse da mangiare, ma non per questo era venuto. Voleva suggerire un’idea forte che servisse per vivere in modo motivato. E lo stesso vale anche per oggi.
* Al di sopra delle cose che vanno male e addolorano,
* al di sopra delle cose che vanno bene e possono esaltarci,
* poniamo il motivo per il quale Dio ci ha creati: per imitarlo e per rappresentarlo, in modo che tutti possano pensarlo veramente come la meta della vita umana.
* Per questo Dio ci ha creato.