Trent'anni in
Guinea-Bissau non si scordano facilmente.
Parola di Padre Battisti, ripartito per la missione dopo sette anni di servizio
in Italia.
Le prime impressioni di un (nuovo) incontro con l’Africa.
Dopo sette anni di assenza sono tornato in GuineaBissau. Dire che sono contento è dire poco. Qui ho trascorso i 28 anni più fruttuosi e belli della mia vita.
Dopo sette anni, l'unica gran novità sono i cellulari. Così le comunicazioni diventano più facili e il cammino verso lo sviluppo sarà più veloce. Per il resto non vedo particolari miglioramenti né nell'economia, né nella vita sociale. Anzi! La delinquenza è aumentata e le strade in città sono in uno stato tale da diventare un'esperienza traumatica ogni volta che ci passi sopra in macchina. Difficoltà di risorse, di mezzi e di organizzazione. Insomma: un Paese povero! Ma non di tutto. La vera ricchezza della Guinea-Bissau è la gente, che si dà da fare in mille modi per racimolare qualcosa: dai bambini che aggiustano un tratto di strada e poi, con garbo, propongono alle macchine che passano un piccolo pedaggio con cui comperare qualche quaderno o biro, ai piccoli lustrascarpe, sempre in cerca delle poche scarpe in circolazione; dai ragazzi venditori ambulanti di giornali, di cerotti o di pettini, alle mamme sedute sul ciglio della strada con la speranza di vendere qualche frittella, magari cotta lì per lì sopra un fornello di fortuna.
Appena esci dall'aeroporto di Bissau, ti vengono incontro i bambini. Alcuni ti chiedono qualche spicciolo, meglio se in euro. Altri ti offrono banane oppure arance, magari già sbucciate. Mi ricordano un bambino orfano che molti anni fa mi portava dei pezzetti di legno in cambio di qualche soldo con cui poi comprava un po' di riso. Più tardi, con l'aiuto di amici intelligenti e generosi, l'ho potuto mandare all'Università a Verona dove si è laureato in medicina con 110 e lode. Se Dio non avesse disposto che le nostre strade si incontrassero, sarebbe rimasto, sconosciuto e non valorizzato come tanti. Mi si stringe il cuore quando vedo questi bambini e non sono in grado di fare qualcosa per loro. Chiedo sempre a Dio che mi dia la possibilità, con la collaborazione di amici, di fare per loro il meglio. A dire il vero, mi sembra di essere stato esaudito già molte volte. E poi c'è la schiera di giovani che vengono a chiederti di dare loro un lavoro per poter mangiare e spesso anche per poter studiare. O anche solo per essere ascoltati, capiti e presi sul serio.
Fermi un taxi per la strada (qui si usa così), entri e ti siedi e hai l'impressione di sederti non su un sedile, ma per terra, e ti chiedi: «Dove sono capitato?», e poi ti accorgi che il guidatore è un giovane musulmano gentile e premuroso il quale, nonostante sia costretto a lavorare quattordici ore al giorno per poter mantenere la sua famigliola, per la stima che ha dei missionari cattolici, spontaneamente ti propone addirittura uno sconto sul prezzo, già basso, della corsa. Questa è la Guinea-Bissau che ti tocca il cuore e ti lascia, quando te ne vai, il "mal d'Africa" fatto di nostalgia e di desiderio di ritornare per condividere, ma anche per dare il proprio contributo di amicizia, di lavoro e di idee. Per un missionario tutto questo vuol dire anche condividere il "tesoro" in cui crede, testimoniandolo anzitutto nella vita personale, ma anche nella passione del buon samaritano che quando ha trovato, nella discesa sassosa da Gerusalemme a Gerico, un povero diavolo in necessità, non si è girato dall'altra parte facendo finta di non aver visto, e non ha borbottato: "Non tocca a me"!...
Molti amici di un tempo non li ho più trovati. Tra tutti ricordo con nostalgia una vecchietta di nome Gazzella Cò. Veniva ogni tanto alla missione a chiedere un piccolo aiuto per sopravvivere. Un giorno, con molta semplicità, mi fece la proposta di sposarla. Io avevo, ovviamente, vari motivi per non accettare, ma, per semplificare, le dissi solo che ormai era troppo vecchia e sdentata per un matrimonio. Mi rispose che nel matrimonio non contano né gli anni già vissuti, né i denti già perduti, ma il volersi bene e l'aiutarsi a vicenda. Sagge parole! Beati i poveri e i semplici perché spesso hanno gli occhi più limpidi, capaci di vedere nella profondità delle cose.
Per quanto riguarda l'ospedale pediatrico (la "Clinica Bòr") che con la collaborazione di molti amici italiani stiamo costruendo poco fuori di Bissau: ormai siamo nella fase finale dei lavori, verso maggio o giugno potremo avere tutto pronto. Passo nel cantiere molte ore al giorno e qualcuno, supponendo che abbia fame, ogni tanto mi porta qualcosa da mangiare. Magari solo tuberi o banane, ma lo trovo un gesto molto bello.
In Guinea Bissau questa clinica è un'opportunità per i molti bambini ammalati, che, a causa della loro povertà, non sono in grado di pagare i medicinall e la degenza in altre strutture sanitarie e quindi non vengono accettati e curati. In essa mai nessun bambino sarà rifiutato perché, a causa della sua povertà, non può pagare, ma riceverà gratuitamente il meglio del meglio quanto a trattamento e amore.
P.
Ermanno Battisti PIME
("Missionari del Pime" - Giugno/Luglio 2005)
Per chi volesse scrivere a Padre Ermanno: CP 20 BISSAU (Guinea-Bissau) Africa Occidentale.