Rapito dagli uomini,
afferrato da Dio
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L’esperienza
che a Mindanao si teme sempre -
perché altri hanno avuto prima di noi la stessa sorte -
arriva come un ladro nella notte.
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P.
Luciano Benedetti
("Mondo
e Missione", Ottobre 2007)
Abbiamo chiesto a un confratello di padre Giancarlo Bossi, anch’egli vittima in passato di un rapimento, di offrirci le sue riflessioni spirituali su quella vicenda. Padre Luciano Benedetti, missionario del Pime nelle Filippine dal 1978, fu sequestrato dall’8 settembre al 16 novembre 1998. Durante il rapimento di padre Bossi ha seguito in prima persona le trattative.
«Giancarlo
sequestrato!», mi hanno detto. E improvvisamente ho dovuto abbracciare una
vicenda ancora mia. Fu come se una mano fosse emersa nel tempo per afferrarmi e
tirarmi sotto, nel passato a Payao tra il 1990 e il 1996, per poi trascinarmi
nel 1998 a Sibuco. Lì venni sequestrato anch’io da un gruppo di devoti (ma
armati) musulmani.
«Una mano che afferra» («The Gripping Hand») era anche il titolo dell’unico
libro che ho potuto leggere durante la mia prigionia. Mi era stato mandato
insieme con quello delle preghiere del mattino e della sera, che smisi di
leggere ben presto perché in molti salmi si parlava di gente arrogante,
prepotente, nemici che tutt’attorno sono in armi e che ti assaltano, avversari
che ti opprimono, leoni che stritolano le ossa... Leggevo e poi guardavo il
comandante Leon - così si faceva chiamare uno dei capi dei rapitori - e
scuotevo la testa. Non era possibile, non potevano essere così malvagi. Dovevo
pensare positivo. E diventò una mia occupazione, durante quei giorni duri di
desolante immobilità, cercare di svelare con la poca luce che avevo dentro i
pensieri di coloro che mi erano attorno. Leggere nei loro cuori: ecco la mia
occupazione. Penosa da una parte, perché ero prigioniero; gratificante dall’altra,
perché ottenevo risposte. Già, anche i sequestratori hanno persone care che a
casa li aspettano, hanno un cuore.
Nel libro "The Gripping Hand", tuttavia, si parlava di islam. Un
possibile islam lanciato nel futuro. L’unico eroe che, alla fine del libro,
offre se stesso per liberare l’universo da una minaccia mortale è musulmano.
Il comandante Leon, che voleva che traducessi il libro in una lingua a lui
comprensibile, mi ripeteva: «Vedi! Vedi che abbiamo ragione noi!». E io,
inutilmente, rispondevo che si trattava di un libro di fantascienza.
Ma per i musulmani un libro, qualunque sia, ha sempre un misterioso legame con
quello per eccellenza: il Corano. Leon e gli altri compagni lo avevano
conosciuto meglio per mezzo dei "tablig", missionari pachistani che
anni prima erano passati, di villaggio in villaggio, nella penisola di Zamboanga
con le loro tuniche bianche e le barbe lunghe. Predicavano l’"Islah",
il risveglio.
Già, il Corano e i suoi versetti. Ricordo solo la "sura" dell’"Avvolgimento":
«Quando il Paradiso verrà fatto avvicinare, ogni anima conoscerà quello che
ha prodotto».
Forse era questo - che ne so? - uno dei versetti che un altro dei miei rapitori
canticchiava, come una cantilena, senza mai sorridere. Aveva memorizzato buona
parte del Libro in arabo e lo "srotolava" in melodie, disteso sull’amaca.
Cantava e mi lanciava oscure occhiate: non di odio, ma di sfida. Fu allora che
ripresi in mano il libro dei Salmi e decisi che dovevo rispondere in qualche
modo. Cercai a lungo un salmo, il meno violento. Forse era venerdì, perché
scelsi il salmo 114: breve e di ringraziamento. Ma incontravo problemi nel
memorizzarlo. Di giorno lo imparavo, per poi dimenticarmelo il mattino dopo.
Comunque, sforzandomi riuscii a "cesellarlo" nel cervello, ma fu
troppo tardi per raccogliere la sfida, perché di lì a poco fui rilasciato.
Il salmo 114 chiedeva al Signore di preservare i nostri piedi dalle cadute per
camminare meglio sulla terra dei viventi. Se un vivente ti costringe a fare un
miglio con lui, stai con lui anche oltre, mi avrebbe detto Gesù se lo avessi
riconosciuto nella penombra. Ma anche senza di Lui dovevo farlo per forza, e
chiedevo al Signore semplicemente di non fare troppe cadute. Senz’altro in
quelle giornate c’erano momenti particolarmente preziosi, come il dialogo con
chi mi stava attorno, e le preghiere (da anni non mi succedeva di avere tanto
tempo a disposizione...).
Ma, dopo questi, era il banale camminare tra sentieri impervi che assorbiva di
più le forze fisiche e mentali. «Obbligato a uscire con loro e con Dio?», mi
domandavo. Già ero chiamato a riconoscere questa nuova e strana connessione
fisica, che mi aveva obbligato a lasciare un lavoro di missione per le oscurità
dei sottoboschi di montagna, tra piante di bambù e di mogani, tra formiche d’ogni
genere e tortorelle che mai ho capito perché mi accompagnassero con il loro
"quasi-parlare": «Basta icau lacaù», una frase in dialetto "sebuano"
che potrebbe benissimo essere tradotta con «Solo per te il cammino».
Camminare era il mio destino. Da anni. Anche a Payao. Alla mattina, quasi ogni
giorno uscivo di casa, salutavo e mi avviavo a piedi per visitare le numerose
cappelle della missione. Anche nella stagione secca, quando avrei potuto usare
la moto, preferivo camminare. Mi dava la possibilità di conoscere meglio il
territorio e di incontrare altri viandanti sui sentieri. Nella parte a nord
passavo prima da Silal, uno dei pochi insediamenti musulmani (solo il 10 per
cento a Payao), a volte tagliavo giù tra la piccola moschea e la scuola
islamica che si affollava di bambini (solo la domenica), scambiando qualche
parola con gli anziani per poi tirare avanti sino a Tabion, attraversare un
fiume e, tra mangrovie, allevamenti di pesci, di molluschi e di crostacei,
sbucare di fronte al Lower Kulasian e dirigermi, camminando sui muretti di terra
battuta che dividono le risaie, verso Bulawan a ovest o Tabuan a est. Da quest’ultima,
poi, mi spingevo oltre, verso Nanan a sud-est o Baliba a nord-ovest. Oppure
attraversavo il ponte sospeso sul fiume Sibuguey, per camminare ancora una
decina di chilometri a nord e arrivare a Siay, all’altra missione del Pime.
Andavo volentieri a Baliba, dove padre Giancarlo Bossi, anni prima, era riuscito
a creare una cooperativa, che via via nel tempo era diventata un mezzo
"kibbutz", dove la gente coraggiosamente si aiutava nel lavoro dei
campi sotto il sole cocente e la pioggia battente, nel pagamento dei debiti
singoli e comunitari, nel condividere le amarezze del cibo quotidiano e le paure
degli spiriti notturni. Non era una lezione di salvezza qualsiasi. Che cosa vuol
dire, infatti, essere cristiani se non aderiamo a Cristo con le forze materiali
che ci sono state donate? Non vuol forse dire realizzare come meglio si può un
mondo organizzato attorno a Cristo, povero e risoluto? Un lavoro umile,
nascosto, doloroso che, a quanto pare, si rivelerà solo in Paradiso.
In quegli anni padre Giancarlo si trovava in un’altra missione, Sibuco, dove
era attiva un’altra cooperativa, la "Santo Niño Organic Farming".
Fu saccheggiata l’8 settembre 1998 da un gruppo di ribelli islamici. Quel
giorno ero là anch’io. Padre Giancarlo era già in Italia, per un servizio
nella casa dei missionari anziani del Pime a Lecco. Insomma: io inseguivo lui o
lui me, o altri inseguivano noi due. Oppure noi tutti siamo inseguiti. Forse per
questo padre Giancarlo non poteva non essere sequestrato. Come me. Ma non
sarebbe stato meglio se non lo fosse stato?
Superfluo dire quanto si soffra durante un sequestro. Sembrano giorni inutili.
Il distacco dal mondo che si ama e si conosce lacera il cuore. Quello che come
missionario nell’isola di Mindanao si teme sempre, perché altri hanno avuto
prima di noi la stessa sorte, arriva come un ladro nella notte. Non si può far
altro che affrontare la situazione con animo forte e con grande speranza.
Anche perché - almeno, mi sembra - costretti a camminare ai margini della
nostra vita, o se volete al di fuori di quelli della Chiesa, non si trovano
persone meno sante di quelle che già si conoscono. Il bene, per quanto mi
riguarda, sembra diffuso ovunque. Anche tra i rapitori. L’alternativa al bene
non è quindi il male, ma il meglio. Si può soggiogare il male anche quando si
trema di terrore. Del resto, abbiamo una fede che non può non essere attaccata
e una speranza che non può non resistere a ogni attacco. E con questa
convinzione ci liberiamo spiritualmente dalle mani che vogliono solo afferrarci,
senza fare loro del male.
Oggi quel che rimane del mio, o nostro sequestro, è poco più di una metafora
di chi, sottratto al moto ordinario della vita, è posto fuori dal tempo. In un
angolo. Dove c’è la possibilità, o forse la sfortuna, di scorgere la
frenetica e irrazionale esistenza dei viventi e meditare sulla propria debolezza
che tuttavia, sorprendentemente, non cessa mai di spingerci verso nuovi cammini
di vita.