FILIPPINE
I confratelli
del missionario rapito a Mindanao due settimane fa
esortano chiunque sappia la verità a farsi avanti.
Il superiore,
padre Giovanni Sandalo: «Non temo per la sua salute,
ma preoccupa la totale assenza di informazioni».
Da Bangkok,
Stefano Vecchia
("Avvenire",
21/6/’07)
Si fa confusa nelle Filippine
la vicenda di padre
Giancarlo Bossi, il
missionario milanese rapito il 10 giugno nei pressi di Payao, sull’isola
filippina di Mindanao.
Mentre da giorni si rincorrono le voci di un contatto con i sequestratori,
avviato attraverso i buoni auspici del gruppo guerrigliero "Fronte islamico
di liberazione Moro", della richiesta di un riscatto, ma anche di un
possibile intervento delle forze speciali che avrebbero circondato la zona in
cui si trova il covo dei rapitori, il "Pontificio istituto missioni
estere" (Pime), di cui padre Bossi fa parte, ha lanciato un appello alla
chiarezza e alla verità. Nell’appello diffuso ieri, intitolato «Noi
speriamo ancora»,
i missionari del Pime nelle Filippine invitano chiunque sappia la verità a
farsi avanti.
Nel testo sono contenute alcune precisazioni sulle circostanze del rapimento:
«A oggi nessuna comunicazione è giunta dai rapitori o da nessun altro che
possa verificare le sue condizioni – si legge nell’appello – . Per quanto
ne sappiamo, i rapitori e i loro mandanti non sono stati chiaramente
identificati, tuttavia le prove puntano a un gruppo ben organizzato che potrebbe
avere usato un natante pesantemente armato e ben equipaggiato e che la cattura
di padre Giancarlo era stata accuratamente pianificata». Segue una serie di
interrogativi sorti dalle contrastanti informazioni circolate nei giorni scorsi,
in parte con ogni probabilità diffuse ad arte, in parte conseguenza della
difficile situazione della regione, caratterizzata da estesa povertà, contesa
tra esercito e guerriglia islamica, terra su cui convergono vasti interessi
economici e non sempre chiari interessi politici. «Chi sono i rapitori e i
mandanti? Chi sta dietro a questo dramma? Perché i sequestratori non dichiarano
il loro scopo? Perché stanno giocando con la vita di una persona, di un
responsabile religioso al servizio della popolazione in un’area remota? – si
chiedono i missionari – . Qualcuno deve essere a conoscenza di questo piano».
Precisando che il governo filippino «sta usando tutte le sue risorse nelle
ricerche», il testo diffuso si conclude con un appello: «Preghiamo che le
persone di buona volontà abbiano il coraggio di portare alla luce la verità e
di liberare la nazione da questi vergognosi atti di tensione».
Doccia fredda sulla vicenda anche da parte del superiore del Pime nelle
Filippine, padre
Giovanni Sandalo:
«Continuano a giungermi notizie sull’imminente o addirittura già avvenuta
liberazione di padre Bossi che, una volta verificate, si rivelano false. Non
temo per la salute del nostro missionario, so che ha un’elevata capacità di
resistenza e di sopportazione. Quello che genera apprensione è l’assenza
totale di informazioni» – . E a proposito dell’ipotesi di richiesta di un
riscatto, padre Sandalo conclude categorico: «Non è giunta alcuna richiesta,
né a me, né all’ambasciata italiana a Manila».