UNA SPERANZA…

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legati alla società civile

A 12 giorni dal sequestro, nella mancanza di informazioni attendibili,
esercito e polizia chiedono "un aiuto che vada oltre l’opzione militare";
l’idea è formare un gruppo di figure della società civile
che possano mediare.
L’ipotesi - spiegano al Pime -
non esclude il lavoro congiunto di esercito e Milf,
che continuano le ricerche aiutati anche dalla popolazione locale.

P. Giancarlo, secondo da destra, insieme ad altri missionari, nelle Filippine...

("AsiaNews", 23/6/’07)

Nelle operazioni per trarre in salvo P. Giancarlo Bossi - missionario del "Pontificio Istituto Missioni Estere" rapito a Mindanao occidentale lo scorso 10 giugno - "si ipotizza di aprire nuovi canali legati alla società civile e ad Ong locali". Lo riferisce ad "AsiaNews" P. Sandalo, superiore regionale dell’Istituto nelle Filippine. Dopo un incontro con i responsabili delle ricerche, il missionario spiega che "esercito e polizia filippini hanno chiesto un aiuto che vada oltre l’opzione militare, avendo riconosciuto che la sola forza forse non basta". "Abbiamo proposto di formare un gruppo di persone di statura morale profonda e conosciute sul posto, con la possibilità di studiare come entrare in contatto con i rapitori", aggiunge.

A 12 giorni dal sequestro, quello che preoccupa di più è la mancanza di informazioni attendibili su chi abbia rapito P. Bossi e su dove si trovi. L’attivazione di nuovi canali - sottolineano al Pime - non è alternativa al lavoro dei gruppi congiunti dell’esercito filippino e del "Fronte islamico di liberazione Moro". P. Sandalo sottolinea che "l’operazione militare continuerà, l’esercito si impegna a rispettare e facilitare gli incontri con informatori che possano offrire notizie valide per stabilire contatti". Il Pime ha subito messo in chiaro che qualora verrà concretizzata l’ipotesi di un nuovo gruppo di mediatori, l’Istituto "non è disposto a pagare gli informatori"; questo "per evitare che si crei una catena di persone con notizie presunte e con continue richieste". Il punto di riferimento continuerà ad essere sempre la prelatura di Ipil.

Intanto un gran numero di forze armate continua a pattugliare la zona occidentale di Mindanao.
Sulla situazione nella zona informa anche oggi il "blog" aperto dai confratelli del missionario sequestrato (
http://pimephilippines.wordpress.com/). A ricercare P. Bossi "sono padri di famiglia: soldati, poliziotti, membri del MILF e del CFGU (‘Civilian Armed Forces Geographical Units’). Ma anche i ‘tanod’, questa umile classe fatta in maggioranza di contadini e pescatori, che tengono a posto la pace e l’ordine nei ‘barrio’ (Barangay), anche quelli più piccoli e anonimi. Magari saranno loro a liberare P. Giancarlo. È comunque un ‘popolo’ intero che lo cerca, e di questo bisogna prenderne atto. È un grande popolo, il nostro, filippino, di Mindanao, fatto di cristiani, musulmani e decine di popolazioni indigene, che impegna così tanti mezzi e risorse per cercare un nostro compagno".

Il sostegno e la preghiera per il missionario italiano sono costanti. Ieri sera si sono svolte due fiaccolate, a Zamboanga e ad Abbiategrasso, il paese di origine di P. Bossi.