L’INTERVISTA

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le ragioni che spingono alla violenza»

Il missionario Luciano Benedetti, rapito nel 1998,
racconta il suo incubo durato tre mesi.
«Mindanao oggi si stringe intorno all’uomo nelle mani dei sequestratori».

Stefano Vecchia
("Avvenire", 10/7/’07)

Le Filippine pregano per padre Giancarlo Bossi a un mese esatto dal sequestro. Padre Luciano Benedetti missionario del Pime, fu rapito nel 1998 sulla stessa isola di Mindanao, dove ancora oggi vive. Con lui abbiamo parlato del sequestro e della sua esperienza.

A un mese dal rapimento in che modo Mindanao prega per la liberazione di padre Bossi?

È prevista nel pomeriggio una funzione comunitaria presso il centro dei missionari claretiani alla quale parteciperà il Consiglio regionale del Pime nelle Filippine, sette o otto missionari. La parrocchia di Payao, affidata a padre Giancarlo, ricorderà con una messa e una veglia il rapimento e anche nella nostra parrocchia di Parañaque, a Metro Manila si pregherà per la rapida liberazione del religioso.

Chi sospettate ci sia dietro il rapimento?

Per quello che sappiamo noi, non si tratta di di ribelli del gruppo "Abu Sayyaf", come anticipato da qualcuno, ma di banditi. E poco importa che siano fuoriusciti da "Abu Sayyaf" o dal "Fronte islamico di liberazione Moro". Probabilmente il loro scopo è duplice: procurarsi denaro e utilizzare il rapimento di padre Giancarlo come strumento di pressione nei colloqui sulla Legge "anti-terrorismo" in discussione e che dovrebbe essere approvata per la fine di luglio.

Dopo l’altalena di comunicazioni e smentite delle prime settimane, sono filtrate solo poche informazioni sulle ricerche...

Sul campo le forze sono le stesse. Il Milf si è ritirato dall’area dove si presume si trovino i rapitori. L’esercito ha praticamente sospeso la sua azione di accerchiamento e l’unica forza che si muove a livello locale è la polizia. Probabilmente la più adatta a fare questo lavoro, in modo discreto. Per quanto riguarda i risultati, ci sono solo voci ma l’impegno è concreto. Dall’area di Lanao, dove si pensava si fossero rifugiati, sentendosi braccati, probabilmente i sequestratori sono tornati nella provincia di Zamboanga Sibugay dove hanno catturato il nostro confratello.

Nel 1998 lei rimase nelle mani dei rapitori per quasi tre mesi. Come visse questa esperienza e come cambiò la sua missione?

Intanto, durante il mio rapimento, i responsabili si erano subito fatti vivi con il Pime. Questa volta è diverso. L’esperienza del sequestro la vivi soprattutto con tristezza. Ho dovuto interrompere il lavoro che avevo avviato nella missione di Sibuco, sempre a Mindanao. Un lavoro che era pastorale, ma anche mirava alla promozione dei contadini attraverso una cooperativa e che puntava anche al dialogo. D’altra parte è un’esperienza che incide perché puoi capire meglio gente diversa da te. Ad esempio avvicinarti a comprendere perché questi giovani scelgano la violenza. Infine, è un’esperienza che ti costringe a una maggiore attenzione all’ambiente in cui devi operare.

Quali sono le reazioni ufficiali al rapimento dopo trenta giorni?

Di sollievo per l’arrivo delle foto che mostrano un padre Bossi smagrito ma ancora in vita. Va presentandosi la necessità di ripensare alla nostra missione. A Zamboanga si avvicina la nomina di un nuovo vescovo e con questo è probabile che nella regione arrivino missionari verbiti filippini. Si tratta di capire se e come mantenere una presenza del "Pontificio istituto missioni estere" in questa area. Per quanto riguarda comunque il sequestro, l’impegno della nostra ambasciata a Manila e del governo italiano sono concreti, ma la parola ultima spetta al governo delle Filippine. E in questo momento sembra si stia vivendo un momento di stallo.