Giornata di preghiera per padre Bossi
Le mani forti di Dio,Giorgio
Paolucci
("Avvenire",
10/7/’07)
Dopo un mese di prigionia, le
notizie su padre
Giancarlo Bossi
sono insieme incoraggianti e preoccupanti. Ci sono infatti buoni motivi (e
qualche testimonianza, come
le foto
di lui e la sua voce registrata su nastro)
per ritenere che il missionario sia ancora in vita, ma non sembrano rassicuranti
le intenzioni di coloro che lo detengono, siano essi gli integralisti musulmani
di "Abu Sayyaf" o le frange scissioniste del "Fronte di
liberazione islamico Moro" o, ancora, una banda di criminali comuni che
punta a incassare una grossa somma di denaro.
Sono all'opera le diplomazie, è all'opera l'esercito filippino. Si è
(finalmente) risvegliato l'interesse dei "media", che avevano relegato l'odissea
di questo missionario tra i rapimenti di "serie B", e si mantiene alta
l'attenzione anche nell'opinione pubblica, come ha dimostrato la manifestazione
del 4 luglio a Roma per la libertà dei cristiani. «Il mio pensiero va ogni
giorno a padre Bossi», ha detto ieri Benedetto
XVI, che si
mantiene in stretto contatto con il Sostituto della Segreteria di Stato, Filoni,
che ha appena lasciato la nunziatura delle Filippine. E ha aggiunto: «Speriamo
e preghiamo che il Signore ci aiuti». Oggi, a un mese dal rapimento, il Pime e
la diocesi di Milano propongono una giornata
speciale di preghiera
e di digiuno per la sua liberazione. Nella lettera inviata a tutti i confratelli
nel mondo, il superiore generale dell'Istituto sottolinea che «sono benvenute
iniziative e manifestazioni a diversi livelli per sollecitare la liberazione di
padre Giancarlo», e che allo stesso tempo «non va dimenticata la preghiera:
siamo nelle mani di Dio». Le mani di Dio: più grandi e forti delle mani degli
uomini, anche degli uomini malvagi che tengono prigioniero il missionario
italiano. Sequestrato mentre andava a celebrare la messa nella sua parrocchia di
Payao, nelle Filippine. Cioè mentre andava a "fare memoria" di ciò che sta a
fondamento dell'esistenza sua e di tutti i cristiani: siamo nella mani del Dio
Salvatore, morto e risorto per amore di ogni uomo. Anche di quelli che l'avevano
condannato a morte.
C'è qualcosa che tutti - i diplomatici e i generali, le casalinghe e i bambini,
i potenti e i semplici - oggi possono fare: pregare per la sua liberazione,
perché Dio vegli su di lui, perché tocchi il cuore di coloro che lo tengono
prigioniero. Non è sinonimo di debolezza, ha una forza tutta sua, la preghiera:
è la potenza dell'Onnipotente, che percorre sentieri sconosciuti all'uomo fino
a diventare efficace, fino a compiere la Sua volontà. Le pareti dei santuari
sono tappezzate di "ex-voto" che ricordano quanti uomini e quante
donne hanno implorato aiuto nelle circostanze difficili della vita, e quante
volte le loro invocazioni hanno trovato ascolto. Sono, quegli
"ex-voto", le testimonianze mute ed eloquenti del modo con cui Dio
opera misteriosamente nella storia, portando a compimento disegni che la mente
umana non riesce a concepire ma che il cuore riconosce efficaci.
Pregare per padre Bossi non è l'"extrema ratio" di chi non sa più
cosa fare, non è l'ultima spiaggia su cui si attesta la disperazione umana. La
preghiera è l'estremo "avamposto" dell'uomo nella battaglia della vita, e ci
ricorda che per restare in piedi bisogna essere capaci di inginocchiarsi.
Pregare e non perdere mai la speranza. È quello che tutti oggi possono fare
perché quell'uomo buono riacquisti la libertà perduta.