LA TESTIMONIANZA
«Giancarlo sta vivendo come me
![]()
un’esperienza che ti cambia»
Il dehoniano
Beppe Pierantoni è rimasto nelle mani dei guerriglieri islamici
in Mindanao per 172 giorni:
«Adesso vedo con più positività la vita e capisco gli altri».
Giorgio Bernardelli
Di giorni nelle mani dei guerriglieri islamici a Mindanao lui ne ha trascorsi ben 172. Era il 17 ottobre 2001 quando padre Beppe Pierantoni, sacerdote dehoniano di Bologna, venne rapito nella stessa isola delle Filippine dove dal 10 giugno scorso è nelle mani dei sequestratori padre Bossi. Ci restò fino all'8 aprile 2002. E i suoi sei mesi di prigionia li raccontò poi in un libro («Con Dio e con i guerriglieri islamici», "Edb", 2003), un vero e proprio diario interiore su come una situazione del genere provoca la vocazione stessa di un missionario. Appena rientrato dall'India, dove è tornato in missione nel 2003, ci risponde volentieri su padre Giancarlo. «Me lo ricordo bene - racconta -: una persona simpatica e molto umana, vicina alla gente. Lo chiamano il gigante buono proprio per questo. E poi sa prendere le cose con filosofia...».
Padre Pierantoni, come vive un missionario un'esperienza del genere?
«Penso che, come successo a me, padre Bossi sperimenti due sentimenti tra loro contrastanti. Da una parte vive certamente una forma di interesse per i suoi rapitori. Perché sono esseri umani, mica animali. E lui, che è nelle Filippine da 25 anni, sa certamente valutare la situazione di Mindanao. Nello stesso tempo, però, vivi anche il risentimento. Perché questa gente chiaramente sta compiendo un abuso. Non solo su di lui, ma anche su tutti quelli legati a lui, che forse soffrono addirittura di più. Perché lui almeno sa che cosa gli sta succedendo: probabilmente lo forzano a rimanere nascosto nella foresta ma - almeno mi auguro - lo staranno trattando in maniera decente. Ecco, per un missionario rapito la fatica sta nell'arrivare a una pacificazione tra questi sentimenti contrastanti, e abbandonarsi nelle mani di Dio».
Dopo il rapimento lei è tornato in missione. È cambiato qualcosa nel suo modo di essere missionario?
«Oggi ho molta più fiducia in Dio, che sa raddrizzare anche le cose più sbagliate. Sono solito dire che la più grande disgrazia della mia vita, il rapimento, è stata in realtà la più grande grazia, perché mi ha cambiato dentro. Da persona un po' risentita e non in pace con se stessa, mi sono sentito amato da Lui. E adesso vedo con più positività la vita. Anche gli altri, con le loro ragioni, mi interessano di più».
Accennava prima alla situazione particolare di Mindanao. Perché è una zona così difficile?
«Pur essendo un paradiso terrestre, è diventato un inferno a causa delle politiche degli uomini. Non so che cosa fosse prima, ma quando dal Messico sono arrivati gli spagnoli qui si sono ritrovati faccia a faccia con gli islamici che avevano sconfitto nella loro guerra di liberazione della penisola iberica. Ed è stata guerra. Ma in secoli di storia non hanno mai conquistato davvero Mindanao. Poi è venuta la dominazione americana, che ha pacificato l'isola con la forza. Infine, negli ultimi 50 anni, il governo filippino ha promosso una migrazione interna dal nord e soprattutto dal centro verso Mindanao. Una colonizzazione. Oggi su 20 milioni di abitanti dell'isola 15 sono cristiani. Le ultime generazioni di musulmani, quindi, hanno visto la loro terra praticamente conquista dai filippini di altra origine. Si immagini i loro sentimenti».
Lei fu rapito poco dopo l'11 settembre. I suoi rapitori islamici le parlarono di quell'evento?
«Fu appena un mese prima del mio rapimento. Provai anche a domandarlo loro esplicitamente. Ma deve pensare che questi poveretti che mi avevano in mano erano praticamente analfabeti. A volte ascoltavano la radio, certamente erano venuti a sapere di questa cosa, però non esprimevano giudizi. E non sembravano né fieri, né interessati a quello che poteva succedere da altre parti del mondo».
Un missionario pensa al fatto che il suo ministero potrebbe costargli la vita?
«Che sia nel servire i poveri, nell'edificare rapporti autenticamente evangelici, o nel testimoniare fino all'ultima goccia di sangue la propria fede, dare la vita per noi è comunque una necessità. Se uno va in missione con lo spirito dell'assistente sociale, l'efficacia è quasi zero. Credo che dovremmo riscoprire il valore del missionario di una volta, che quando partiva compiva una scelta definitiva, perché le distanze, i problemi, anche i rischi la rendevano tale. Per il tuo popolo, la tua famiglia era come se morivi. Forse queste esperienze dolorose ci aiutano a ritrovare questo volto della missione».