P. GIANCARLO BOSSI

PRECEDENTE    Trentotto lunghi giorni    SEGUENTE

Da Zamboanga, Stefano Vecchia
("Avvenire", 17/7/’07)

Trentotto giorni: da tanto dura il sequestro di padre Giancarlo Bossi. Trentotto giorni lunghi per i parenti in Italia come per i confratelli del Pime che qui sono in attesa di contatti e di riscontri a voci che si rivelano perlopiù infondate. Difficile tenere i nervi saldi, anche da parte di chi all'incertezza di Mindanao è abituato, e nonostante la solidarietà della gente. Anche la notizia di una registrazione audio con la voce di padre Bossi che, insieme alle foto diffuse, confermerebbe la sua presenza nelle mani dei rapitori, non viene valutata dai confratelli, come pure dalla nostra rappresentanza diplomatica a Manila, un prova certa delle condizioni del missionario. Un cosa resta certa e palpabile, lo sconcerto. Uno sconcerto che si esprime in molti modi, nei modi che questa gente dall'antica sofferenza, ostaggio di interessi sempre rinnovati sulla sua pelle e di antichi rancori, sa e può. «Ci sono dichiarazioni e silenzi altrettanto eloquenti. La maggior parte dei cristiani e dei musulmani sono sinceramente addolorati e solidali», dice padre Gianni Sandalo, superiore della missione Pime nelle Filippine che proprio a Zamboanga, nella regione del rapimento, ha la sua sede. Resta l'incertezza sul luogo della detenzione. Anche ieri il vescovo di Basilan, monsignor Martin Jumoad, ha ribadito la sua convinzione che il missionario si trovi prigioniero sulla sua tormentata isola a pochi chilometri dalla costa di Zamboanga Sibugay. Comunque sia, per le strade di Zamboanga che alternano echi di preghiere al richiamo del "muezzin", c'è una speranza che si alimenta di fede e di ottimismo. «La comunità prosegue nella preghiera incessante, mentre si cercano contatti, informazioni, possibili mediatori. In questi giorni avvertiamo un clima più favorevole all'opera di persuasione sui sequestratori per il rilascio di padre Bossi». La percezione di padre Luciano Benedetti, che ha il non facile compito di tenere i contatti con i "media" dalla sede regionale del Pime, è condivisa dalle autorità civili e militari che si dicono convinte della liberazione di padre Giancarlo. «È un missionario semplice e dedito al lavoro, animato dalla capacità di servire. La gente di Mindanao lo ama e lo stima per questo». «Nel rincorrersi di incertezze, tutto ciò che sappiamo con certezza è dove è avvenuto il rapimento il 10 giugno, ma la domanda che si pongono tutti, è anche la nostra: com'è potuto succedere?». Una domanda, quella di padre Sebastiano D'Ambra, fondatore del movimento per il dialogo islamo-cristiano "Silsilah", che è di tutti, senza distinzione. «Quello di padre Bossi resta un sequestro ad oggi inspiegabile, pur nella sua non unicità». Da ieri le Filippine hanno uno strumento in più, per quanto criticato, per affrontare la crescente insicurezza: la legge per la sicurezza delle persone (definita comunemente "leggi anti-terrorismo") in vigore da domenica. Di fatto, le Filippine sono state la prima tra le nazioni del Sud-est asiatico, a dotarsi di uno strumento concreto di lotta al terrorismo secondo gli accordi usciti da un recente, apposito incontro dell'"Asean" sui temi della sicurezza nella regione. Da Milano il ministro al Commercio estero, Emma Bonino, ha lanciato un appello per padre Giancarlo Bossi. «Mi preme ribadire a chi ci ascolta e a chi ci vorrà ascoltare - ha detto - che sono i gesti di civiltà che fanno progredire il mondo. E sequestrare, uccidere e brutalizzare non ha mai fatto crescere nessuno, nemmeno la causa più nobile, anzi normalmente le deprime e le rende meno valide». Il ministro Bonino comunque ha voluto ribadire l'impegno del governo italiano e di quello delle Filippine che «stanno facendo tutto il possibile».