C’è però
un desiderio di rivalsa nella comunità islamica più radicale,
conseguenza della campagna militare statunitense in Iraq
e dell’eterna questione palestinese.
Il
confratello del rapito, Sebastiano D'Ambra:
«Isolare gli islamici è sbagliato.
Ma a Manila pensano che il sud sia solo un ricettacolo di terroristi».
Da Zamboanga,
Stefano Vecchia
("Avvenire",
18/7/’07)
Tausug, Maranao, Maguindanao, Yakan… non sono solo dei nomi esotici da appuntare sulla mappa della tormentata storia di Mindanao e della serie di arcipelaghi che si allungano a Sud. Sono marchi identitari della variegata realtà dell'islam filippino. È "anche" in questa varietà, nutrita allo stesso modo di orgoglio di fede e esclusività sociale, che si ritrovano i germi del conflitto che da oltre trent'anni insanguina le Filippine meridionali. C'erano volute lunghe trattative, interrotte da episodi di una guerra senza quartiere che ha fatto 200mila morti, per arrivare nel 1996 all'accordo tra governo filippino e "Fronte nazionale di liberazione Moro" che dava a questo la responsabilità sulla neonata "Regione autonoma di Mindanao musulmana" ("Armm") e al suo "leader" carismatico, Nur Misuari, una "leadership" che nessun musulmano aveva avuto dopo la fine di fatto dei sultanati di questa regione. Oggi quel che resta della "Armm" agonizza nella corruzione e nel malcontento. Le trattative attualmente in corso con il "Fronte islamico di liberazione Moro", vivono più di un continuo equilibrio della tensione e della gestione di una violenza apparentemente insensata che non della concreta volontà di dare finalmente una pace ai quasi 20 milioni di abitanti della regione. Il rapimento di padre Giancarlo Bossi non è probabilmente che un elemento - per quanto ora più visibile di altri - di questa situazione, se è vero (come molti qui sostengono e come nessuno conferma) che dopo essere stato sequestrato da elementi criminali, il missionario è stato ceduto, se non fisicamente almeno in senso politico al Milf come oggetto di trattativa. Espressione soprattutto dei musulmani Tausug, che rivendicano un ruolo primario nella difesa dell'identità socio-culturale del Sud islamizzato davanti al confronto secolare con il Nord ispanizzato, il Mnlf si era posto come movimento laicista, a sfondo prettamente sociale. Il Milf, espressione dei musulmani Maranao, ha invece cavalcato l'onda lunga del radicalismo islamico che dall'Afghanistan ha raggiunto con la disfatta "taleban" queste coste, nutrito dei "petrodollari" arabi e dell'ansia di emulazione di pochi fanatici locali. Come la voglia di rivalsa interna alla comunità musulmana di qui sia andata a raccordarsi a quella che viene percepita come la «crociata» di Bush in Iraq e alla questione palestinese, ha a che fare ugualmente con la propaganda religiosa, con la pressione dei gruppi armati e con il senso di frustrazione di molta popolazione locale. Il proliferare delle moschee, delle "madrasse", dei centri culturali e delle iniziative benefiche islamiche ha dell'incredibile. Persino Zamboanga, città orgogliosa del suo retaggio spagnolo al punto di avere fatto della sua lingua, il Chabacano, una specie di dialetto iberico, e delle sue chiese una roccaforte della cristianità sovente assediata di questa regione, è costellata di cupole e minareti. Qui come altrove in Asia meridionale, l'islam ha una visibilità assai superiore alla sua presenza numerica. Strategia pianificata o casualità della storia, è un fatto che esso va acquistando uno "status" e una importanza di interlocutore mai avuto prima e, probabilmente, una sopravvalutazione dovuta anzitutto a cause esterne, a partire da un nuovo rapporto con l'Occidente dopo l'11 settembre 2001. In questo contesto viene a situarsi il sequestro di padre Giancarlo Bossi. Non un evento qualsiasi, ma neppure l'episodio di una guerra di religione. «Interessi, ideologia o paura sostengono la guerriglia che riesce a contrastare in modo efficace un apparato militare anche sofisticato. Nel caso di padre Bossi si sta combattendo una guerra anche internazionale contro dieci persone che hanno probabilmente referenti locali - sostiene padre Sebastiano D'Ambra, confratello del missionario rapito e fondatore a Zamboanga del movimento per il dialogo islamo-cristiano "Silsilah" - . Una certa attenzione verso il terrorismo deve esserci; i controlli ai clienti nei supermercati di Manila possono servire anche per mantenere un certo controllo sulla popolazione, ma bisogna sapere che chi è davvero determinato non ha paura di queste cose. Il problema di Mindanao viene vissuto in modo non sereno. A Manila si vedono le Filippine meridionali come un ricettacolo di terroristi e i musulmani che vi risiedono sono ad essi assimilati in massa». Un errore di prospettiva alimentato da interessi e ignoranza, che tuttavia sta scavando un solco profondo, incolmabile lungo una immaginaria linea che passa per Mindanao centrale, ignorando che al di sotto sta una consistente popolazione cristiana che cerca il dialogo ma rischia l'isolamento. «Il dialogo è necessario, ma a livello concreto, non solo ideale - dice padre D'Ambra - . Ovviamente il nostro sforzo, come Chiesa, come missionari e come movimento "Silsilah" è sempre nella direzione della pace, della ricerca di valori condivisi. Ma ci sono eventi che superano la nostra portata e i fatti negativi restano di più nel cuore e nella mente delle gente. I "media" in questo hanno la loro responsabilità, ma in fondo nessuno può chiamarsi davvero fuori».