DA ZAMBOANGA
«Trasformerà il dramma
![]()
in amore per la sua gente»
Il
confratello Sebastiano D'Ambra parla da Zamboanga:
«Siamo felicissimi, ora la raccolta di firme sarà una celebrazione».
|
|
Paolo M.
Alfieri
("Avvenire",
20/7/’07)
«Cosa gli dirò appena avrò la possibilità di riabbracciarlo? Semplicemente: Coraggio, caro Giancarlo, e andiamo avanti». Sono passate da poco le tre di notte, nelle Filippine, quando padre Sebastiano D'Ambra, missionario del Pime a Zamboanga, viene a sapere della liberazione di padre Bossi. «È libero? Davvero? Che gioia, dopo più di cinque settimane». Fino ad appena qualche ora prima ai confratelli di padre Giancarlo non restava che pregare e sperare. Anche l'altra sera, riuniti nella Casa dell'Istituto, punto di riferimento per la comunità locale, le orazioni erano tutte dedicate a padre Bossi. «E per domani (oggi per chi legge, "ndr") avevamo organizzato un evento pubblico con una raccolta di firme fra cristiani e musulmani insieme all'artista filippino Tomas Concepcion». E invece nessuna raccolta di firme, nessuna petizione popolare. Perché padre Giancarlo è vivo e ora le biro non serviranno più. «Sarà invece una grande manifestazione di gioia - dice padre D'Ambra - un momento in cui potremo scacciare via questi giorni fatti di ansia e preoccupazioni. Saremo lì per guardarci negli occhi, anche, e capire una volta di più il significato della nostra presenza in questa terra». Non ci sarà, probabilmente, padre Giancarlo alla «festa» in suo onore. E però Zamboanga e Manila, dove il missionario è stato trasferito dalle autorità dopo il rilascio, non saranno mai state così vicine, mai state così unite. «Dicono che padre Giancarlo sta bene?», chiede padre D'Ambra. Sì, dicono che sta bene. «Sapevamo che lui è forte, sia nel corpo che nello spirito. Certo, sarà stata un'esperienza dura, durissima, così come era stato per padre Benedetti, rapito anche lui qualche anno fa. E però lo spirito del missionario sa far fronte anche a esperienze di questo genere». Dice di più, padre D'Ambra, nel fare un augurio a padre Giancarlo. Dice che «saprà gestire questa vicenda e trasformarla in un messaggio di amore per un popolo». Dice che tutto, anche questo sequestro, potrà essere uno strumento «per creare ponti di speranza e amicizia tra cristiani e musulmani, nonostante tutte le differenze culturali e religiose che ci sono». Ci sarà tempo, sottolinea il confratello di padre Bossi, «per capire tutti gli eventuali interessi, le strategie che in queste cinque settimane sono state messe in piedi da chi aveva l'unica intenzione di depistare le ricerche». «Fino a ieri - dice - i militari filippini lo cercavano nella zona di Jolo o sull'isola di Basilan. La sensazione che avevamo noi confratelli è che padre Giancarlo non fosse mai stato spostato troppo dal luogo del rapimento». Più volte, in queste settimane, lo stesso padre D'Ambra e altri missionari del Pime a Zamboanga hanno ricevuto visite di «mediatori», che accreditavano contatti diretti e presunte prove in vita di padre Giancarlo. «Persone che cercavano solo denaro e che in situazioni come queste proliferano». «Mediatori» che con le loro false piste non hanno fatto altro che «ritardare ulteriormente l'individuazione della pista giusta». L'altra difficoltà, a fronte anche di una mancata rivendicazione del sequestro, è venuta «dall'interruzione della collaborazione tra il governo e i separatisti del "Fronte islamico di liberazione Moro", che invece inizialmente si erano dati da fare nelle ricerche». Quel che conta, comunque, «è che ora padre Giancarlo sia libero». «Una lezione che viene da questa vicenda - sottolinea ancora padre D'Ambra riferendosi alle troppe notizie infondate che a un certo punto hanno "inquinato" le indagini - è che a lavorare in silenzio si ottiene di più». «Di certo - conclude il missionario - quello che non ci è mancato in questo periodo è la solidarietà della gente, che ci ha fatto capire come il nostro impegno sia apprezzato da così tante persone nel mondo. Sono sicuro che anche padre Giancarlo sarà contento di questo».