condirettore
di "Mondo e Missione"
coordinatore della "FESMI"
("Federazione Stampa Missionaria Italiana")
All’indomani della
liberazione di padre
Giancarlo Bossi, a
nome della rete delle riviste missionarie radunate nella "FESMI"
esprimo grande gioia per l’esito positivo della vicenda, di cui è stato, suo
malgrado, protagonista, il missionario del Pime rapito nelle Filippine il 10
giugno scorso.
Ci uniamo alla gioia dei parenti, degli amici e dei confratelli del Pime, che in
questi 39 lunghi giorni hanno seguito con trepidazione l’evolversi della
vicenda e ringraziamo tutti coloro che hanno promosso, in un clima di unità e
condivisione, iniziative di preghiera e solidarietà in favore di padre
Giancarlo.
In questa occasione vogliamo anche ringraziare tutti gli operatori dei "media"
che, in varia forma, hanno contribuito a tenere desta l’attenzione su padre
Bossi e la sua drammatica vicenda. Senza voler ergerci in nessun modo a giudici
dell’operato di colleghi, non possiamo però non denunciare - nello spirito
della Campagna "Notizie, non gossip" che, come riviste
"FESMI", ci vede impegnati da tempo - il «peccato di omissione» del
servizio pubblico televisivo che, pur avendo inviato sul posto un giornalista,
non ha adeguatamente valorizzato tale risorsa, proponendo al pubblico solo
scarni servizi del "Tg Rai".
Al tempo stesso, intendiamo rilevare alcuni limiti nel modo con il quale la
vicenda di padre Bossi è stata trattata. In primo luogo, ci rammarichiamo del
fatto che in più di un’occasione il rapimento di padre Bossi sia stato con
una certa disinvoltura incasellato nello schema frettoloso, ambiguo e pericoloso
dello «scontro fra civiltà», ovvero musulmani contro cristiani. Autori e
motivazioni del rapimento di padre Bossi non erano (e non sono) facili da
ricostruire, questo è vero. Così come è verissimo che a Mindanao da anni
esiste una situazione di oggettivo pericolo per i cristiani e i missionari (non
a caso due confratelli di padre Bossi sono stati uccisi, un altro rapito e uno
minacciato di morte).
Ma ciò non toglie che proprio la complessità della situazione esige una certa
prudenza nei giudizi. Forse si sarebbe dovuto dedicare maggior attenzione alla
ricostruzione delle complesse dinamiche sociali, politiche e religiose che
caratterizzano la realtà di Mindanao. In secondo luogo, ci preme affermare che,
al di là di tanti casi di tensione, conflitto e violenza che vedono
protagonisti estremisti musulmani, esiste, nella popolazione locale, un tessuto
di relazioni di amicizia e dialogo tra cristiani e musulmani, che nemmeno l’intensificarsi
del fanatismo islamico nell’isola ha potuto cancellare. Ancora una volta -
salvo poche, lodevoli eccezioni (tra cui il quotidiano "Avvenire") - l’attenzione
"mediatica" si è concentrata sull’«albero che cade», mentre poco
o nulla si è detto della «foresta che cresce ».
Eventi drammatici come quello di cui è stato protagonista padre Bossi sono l’occasione
per comprendere meglio le ragioni che muovono donne e uomini del nostro tempo a
consacrarsi a Cristo, portando il Vangelo «fino agli estremi confini della
terra». L’auspicio è che offrano, ai mass media di casa nostra, anche lo
spunto per gettare un fascio di luce sulle persone e i popoli in mezzo ai quali
i missionari vivono (e, talora, muoiono).