IN PRIMA LINEA
I cristiani di MindanaoPadre Viganò:
«La vicenda del sequestro ci ha segnato,
ma difficilmente ci spingerà a dare una risposta affermativa alla domanda:
adesso ve ne andrete?».
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Da
Zamboanga,
Stefano Vecchia
("Avvenire", 22/7/’07)
Non è un contesto facile
quello in cui si svolge la missione del Pime a Mindanao. Qui i confratelli di padre
Giancarlo Bossi, la
maggior parte dei missionari della congregazione nelle Filippine, sono sparsi in
alcune località e svolgono una preziosa opera pastorale e di promozione umana
che risente insieme del contesto ambientale e dell'isolamento.
Non è un caso se la sede regionale del Pime si trova a Zamboanga, città di
oltre 100mila abitanti al culmine di una penisola che si proietta come un ponte
naturale dalla realtà contraddittoria e varia ma a forte impronta tribale e a
maggioranza cristiana di Mindanao verso quella caratterizzata da un islam
dominante degli arcipelaghi di Sulu e Tawi Tawi.
Qui ha sede anche l'unica parrocchia urbana affidata al Pime a Mindanao e ne è
responsabile dal 2001 padre
Nevio Viganò
proveniente da 25 anni di esperienza a Hong Kong.
«Dalla liberazione di padre Giancarlo ho perso il conto di quante persone sono
venute da me con ampi sorrisi ma anche con gli occhi pieni di lacrime per
esprimere la loro gioia. Sono sostanzialmente due le cose che mi dicono: "bonito
este notisya" ("che bella notizia", nel dialetto locale, "Chabacano", dalla forte impronta coloniale) e subito dopo, alla fine delle
congratulazioni: "sta attento padre". I nostri parrocchiani, qui come in alcune
delle nostre missioni, hanno la coscienza del rischio e questa possibilità è
accentuata dal fatto che purtroppo si è concretizzato, e non una sola volta. E
non sempre con esito positivo». Qui a Zamboanga sono in molti a ricordare
Salvatore Carzedda, ucciso per strada il 20 maggio 1992 forse proprio per il suo
impegno nel dialogo interreligioso. Nessuna reazione dai musulmani che abitano
nel territorio della parrocchia, circa la metà della comunità, mentre nel
resto della città sono il 30 per cento. Difficile dire se si tratti di
imbarazzo o diversa partecipazione. Abitualmente qui non ci sono grandi problemi
di convivenza e se ci sono contrasti rientrano nell'ambito della normalità che
vede i cristiani sulla difensiva.
All'arrivo di padre Nevio, a Sinunuc, periferia cittadina, c'era solo una
cappellina. Con lui è nata la parrocchia affidata al Pime che sarà presto
dedicata alla "Trasfigurazione". L'edificio della chiesa è in via di
completamento e accanto sta sorgendo un centro di formazione. In parallelo sono
stati avviati incontri per i giovani e gli adulti, sia sui valori umani, la
sessualità, la giustizia, ma anche corsi biblici, di catechesi, di formazione
dei giovani e dei catechisti (finora 65 catechisti, tutti volontari). Sono
iniziative che in una delle zone più povere della città, con poche attività
produttive, acquistano un valore sociale.
«In parrocchia sono l'unico prete, anche se posso sempre contare su una mano di
confratelli e altri sacerdoti in caso di bisogno - dice padre Viganò - . In
sintonia con la diocesi, la fraternità tra noi missionari diventa, in un
contesto come questo, parte viva della vita di ciascuno ma la vicenda di padre
Giancarlo l'ha inevitabilmente ravvivata. Se c'è una cosa che Bossi non ama è
finire sotto i riflettori, ma il suo sequestro ha messo concretamente in
evidenza alcuni aspetti specifici della vita missionaria. È un fatto che ci ha
fatto sentire più uniti come Pime nelle Filippine e con gli altri fratelli
missionari. Questa vicenda ci ha indubbiamente segnato, ma difficilmente ci
costringerà a dare una risposta affermativa alla domanda spesso espressa e
ancora ripetuta: "avete paura di stare qui, ve ne andrete?"».