INTERVISTA

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una gioia tornare subito alla missione

«Ma non possiamo nasconderci che, per i sacerdoti,
è più rischioso operare».

Stefano Vecchia
("Avvenire", 26/7/’07)

Padre Luciano Benedetti, responsabile del Pime-Filippine per i contatti con i "mass media" durante il "sequestro Bossi", nel 1998 è stato, anche lui, vittima di un sequestro. La visita del confratello alla parrocchia di Payao è stata anche per lui un bel momento. Vissuto tuttavia di riflesso. Martedì padre Luciano era infatti ripartito da Zamboanga per Antique, la provincia dell'isola di Panay, nelle Filippine centrali dove è in missione da diversi anni. A questo missionario di lungo corso resta difficile dimenticare che il suo sequestro, durato quasi tre mesi, mise fine alla sua esperienza a Siraway e lo costrinse a lasciare Mindanao.

Padre Luciano, come ha vissuto la liberazione del suo confratello?

Come una tensione fortissima che si è scaricata improvvisamente, e con gioia, ovviamente. Certo che è una circostanza interessante che proprio io mi sia trovato ad occuparmi dei contatti con i "mass media" durante il rapimento di padre Bossi. E a curare il "blog" www.pimephilippines.wordpress.com, che dal 15 giugno al 21 luglio ha avuto 15mila accessi. Questo ha risvegliato in me ricordi e emozioni, mi fatto rivivere la mia esperienza di sequestrato. Il rapporto con il superiore regionale, padre Sandalo, è stato un altro aspetto positivo. A maggior ragione perché io, pur essendo informato solo parzialmente, in base alla mia esperienza quasi potevo prevedere le mosse dei sequestratori, mentre lui era quello che doveva sapere ma non poteva parlare. Cercavo quindi di interpretare parole e silenzi, e mi sembrava sempre di essere sempre un po' più avanti.

Che effetto ha avuto questa vicenda sul Pime in questa parte delle Filippine?

Alla fine tutta questa vicenda è soprattutto parte della storia di un piccolo gruppo di missionari che cerca di predicare il Vangelo ma per questo ha, come si dice, dovuto anche "rompere le scatole", a volte provocando un "rigetto". Certamente, già dal prossimo incontro dei nostri padri in questo Paese, in agosto, si dovrà parlare del senso e del futuro della nostra presenza quaggiù. A volte ho la netta sensazione che la nostra storia sia "ciclica", che si ripeta senza per questo insegnarci qualcosa. È un dato di fatto che la maggior parte della gente ci accetta e che la Chiesa locale ritiene ancora importante il nostro ruolo, ma non possiamo ignorare che se c'è una costante in questa terra da molti anni è la violenza. Gli stranieri, tutti, sono un obiettivo e poco consola che i missionari godano di considerazione e di rispetto per il loro ruolo se poi diventano "pedine" di un gioco più grande di loro.

Dalla sua esperienza, come vivrà padre Giancarlo il "dopo"?

La reazione immediata è di volere tornare al lavoro, alla tua missione, ma non puoi ignorare le difficoltà. Ad esempio per me il ritorno è stato impossibile, anche perché sono stati i rapitori a suggerirmelo. Io rimasi sequestrato per quasi tre mesi a soli 15 chilometri da Siraway, dalla mia missione, chiaro segno che erano coinvolti elementi locali. Il rischio quindi era troppo grande. Per padre Bossi la situazione è in parte diversa, ma sarà comunque da valutare con attenzione.