IL PAPA A LORETO
Padre Bossi: anch'io a Montorso,Il missionario
rapito per 40 giorni nelle Filippine:
vorrei dire ai ragazzi di saper scorgere la speranza
oltre le trappole dell'emotività,
vincendo i luoghi comuni.
Stefano Vecchia
A Loreto ci sarà anche lui, padre Giancarlo Bossi, il missionario italiano rimasto per 40 giorni in mano ai sequestratori nelle Filippine. La sua disponibilità, espressa già a poche ore dal rilascio, era stata accolta «con grande gioia» da monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Cei e presidente del Comitato organizzatore dell'incontro lauretano.
Padre Bossi, perché andrà a Loreto?
«Per un mio desiderio di incontrare il Papa e per la necessità di "fare qualcosa" per far capire la mia vicenda, che so in Italia ha sollevato interesse ma anche domande. Si tratta di sdebitarmi per la solidarietà che tanti giovani mi hanno dimostrato durante il mio sequestro. E non solo i giovani italiani, ma anche quelli filippini che hanno partecipato alle iniziative per la mia liberazione e perché il dialogo non si fermasse. Davvero mai come in questo caso ho percepito che il vero senso della mia missione è di farsi dono, di essere un piccolo seme gettato dove il Signore ha ritenuto più opportuno e destinato a germogliare secondo i Suoi tempi».
Un testimone del Vangelo rapito forse per denaro da criminali di probabile fede musulmana: sarà difficile far capire ai giovani cosa significa "dialogo"?
«Difficile forse, ma proprio per questo necessario. Ho voluto tornare subito alla parrocchia di Payao per ringraziare della partecipazione che so sofferta alla mia vicenda, ma anche per chiedere che il dialogo tra cristiani e musulmani non si fermi, per far capire che in questa brutta storia non ci sono carnefici, se non criminali comuni, che io sarei pronto a tornare tra loro anche subito e che, soprattutto, non uno dei miei parrocchiani deve sentirsi in colpa per un sequestro che nessuno ha potuto evitare. A Loreto vorrei chiedere ai nostri ragazzi di non lasciarsi prendere dai luoghi comuni, di andare oltre il fatto e l'emotività. Occorre cercare elementi positivi anche dove spesso la ragione sembra non trovarli. E a volte non serve neppure andare lontano. Quante esperienze positive ci sono anche in Italia che non riescono a guadagnare la visibilità sufficiente a diventare esemplari! Su questo occorre lavorare».
Dopo Loreto, tornerà a Mindanao?
«Chi mi conosce sa che questa esperienza è stata difficile in sé anche per il clamore che ha sollevato. Mentre nel sequestro ero gestito dai miei carcerieri, dopo ho dovuto affrontare l'inevitabile assalto dei "media". La mia aspirazione, dopo la visita in Italia dal 12 agosto, è di tornare a Payao, nella mia parrocchia, finalmente lontano dal clamore. C'è molto da fare sulla montagna che fronteggia l'azzurro del mare. Lì c'è anche la possibilità di un dialogo più diretto con un Signore che a tutti parla in modo diverso secondo le capacità di ciascuno di sentirlo, ma che a nessuno, nemmeno nella tormentata Mindanao, rifiuta ascolto e salvezza. Noi missionari siamo semplicemente chiamati a facilitare l'ascolto e la salvezza. Proprio per questo non possiamo andarcene».