L’abbraccio
emozionato con il fratello, la sorella e i parenti.
La comunità di Castelletto Mendosio: «Evviva il padre buono».
Abbiategrasso
in festa per il «suo» padre Bossi.
Il primo commento: «Sono felice.
Ringrazio tutti per quanto è stato fatto per la mia liberazione».
Da Milano, Paolo Lambruschi
Scende dal furgoncino con cui
ha viaggiato tutto il giorno con il fratello Marcello, la sorella Pinuccia e
tutti i parenti. Finalmente riceve l’abbraccio della sua gente. Alle 18,30 di
ieri padre
Giancarlo Bossi è
tornato a casa a Castelletto Mendosio, frazione di Abbiategrasso,
20 chilometri da Milano. Campagna della "Bassa", borgo sullo Sperone
del Naviglio grande, come si chiama l’unica ansa del canale progettato da
Leonardo con un ramo che corre dritto dal Ticino a Milano e l’altro che piega
verso Bereguardo.
L’arrivo lo hanno annunciato un’ora prima le campane a festa della
parrocchia di Sant’Antonio. Avevano suonato fino a rompersi la sera del 19
luglio, quando arrivò in Italia la notizia che ne annunciava la liberazione.
Lui scende e bacia la piccola folla di presenti, perlopiù anziani che lo hanno
visto nascere e che non nascondono la commozione, stringe mani e ha una battuta
per tutti nel dialetto di «Bià», che ricorda bene. È provato. Qualcuno gli
fa notare che continua a portare le infradito.
«Ehi, anche se sono in Italia non vorrete mica che mi metta le scarpe?».
Chiede un quarto d’ora per salire nella palazzina al 26 di via Verbano,
contrada Baronio, alle spalle del palazzo barocco dei Casati Stampa, ad
abbracciare la mamma Amalia, 87 anni. Quando ricompare in cortile è
rinfrancato. Programmi? «Sono stanco, ho bisogno di sparire per due
settimane». La gente della sua città è felice.
«Anch’io. Nella foresta non sapevo cosa stesse succedendo, ma dopo mi hanno
detto che si sono mobilitati, che hanno pregato, organizzato fiaccolate e
biciclettate per la chiedere la mia liberazione. È stata una cosa incredibile,
devo ringraziare tutti».
Padre Bossi si fermerà in Italia fino a Natale. Poi tornerà nelle Filippine.
Il 2 settembre sarà a Loreto
all’"Agorà dei giovani", a portare la sua testimonianza davanti al Papa.
«La nostra esperienza missionaria in fondo è questa, ci sono dei rischi e
bisogna accettarli».
In mezzo al cavalcavia della Vigevanese hanno appeso un lenzuolo bianco che si
specchia nelle acque del Naviglio a dargli il benvenuto. «Padre Giancarlo sei
nei nostri cuori». Sotto c’è la chiesetta del 1400, appena restaurata,
dipinta del bianco quattrocentesco delle chiese lombarde, parata a festa con
gigantografie del prete e scritte di benvenuto per "il" Giancarlo,
alla lombarda.
La vocazione del missionario è nata qui, negli anni ’70, quando un gruppo di
seminaristi del Pime veniva ad animare il gruppo giovani. «Ogni sera –
racconta il parroco di Sant’Antonio, don Rinaldo Gipponi, che oggi alle 10,30
concelebrerà la messa dell’Assunta con il sacerdote liberato – dei 39
giorni del sequestro qui abbiamo recitato il rosario. Ogni sera almeno 50
persone. Ha funzionato».
Tra la folla c’è Alberto Sfondrini, classe 1950, compagno di classe di padre
Giancarlo dalla prima elementare alla maturità, diploma di perito tecnico all’«Ettore
Conti» di Milano. «Poi lui è entrato in seminario al Pime. Eravamo un gruppo
di coetanei all’oratorio, siamo rimasti amici. L’abbiamo visto l’ultima
volta a gennaio, quando era in Italia in vacanza».
In contrada Baronio si entra anche a piedi da Sant’Antonio, attraversando il
canale su un ponticello. Anche qui striscione: «Evviva il padre buono». Più
avanti il negozio di alimentari all’angolo di via Verbano è chiuso per ferie,
ma ha lasciato lo striscione che saluta «il mio amico Giancarlo libero».
Gli addobbi attorno a casa invece li hanno preparati due signore, Lorena e
Pierangela, aiutate dai figli. Sono vicine della sorella. «Volevano dargli il
benvenuto. È un uomo riservato, schivo, sensibile. Davvero un gigante buono».
Due giorni passati a fare ghirlande di carta colorata e a scrivere striscioni
per mascherare il vuoto del borgo a Ferragosto. La festa vera si farà quando la
città si sarà riempita. Forse il 30 agosto, festa di Santa Rosa di Lima,
patrona di Manila, la capitale delle Filippine. Oppure alla metà di settembre.
Il sindaco Roberto Albetti è in ferie, ma chiama al telefonino padre Bossi. La
data verrà fissata dopo Loreto. Significativo anche il "bentornato"
della comunità islamica locale, la cui moschea dieci giorni fa è stata colpita
da un attentato dinamitardo e che al distributore di benzina sulla rotonda della
Vigevanese ha appeso uno striscione con la foto del missionario: «È bello
averti tra noi».
Oggi alle 10,30 l’appuntamento è alla messa solenne nella chiesetta di Sant’Antonio.
Ci sarà un pieno che non si vedeva dai tempi di San Carlo Borromeo, che nel
1500 si fermò alla chiesetta dello Sperone per lasciarci la berretta. Cosa
dirà all’omelia, padre Bossi? «Penso che lascerò parlare il cuore».